«Legge elettorale figlia dell’assillo maggioritario»
Renato Balduzzi, presidente dell’Associazione costituzionalisti: «L’insieme
delle norme della riforma può presentare criticità sotto il profilo costituzionale»

Difficile dire se l’impianto complessivo della legge elettorale appena approvata dalla Camera sia al riparo da interventi della Corte costituzionale, come è accaduto in passato ad altre normative sulla medesima materia. Renato Balduzzi, presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, già ministro della Salute e consigliere laico del Csm, ne dà però un giudizio tecnico d’insieme piuttosto eloquente, già fornito agli stessi deputati quando è stato sentito in audizione: «Liste bloccate, pluricandidature, “effetto flipper” (il complicato meccanismo per la ripartizione dei voti nelle varie circoscrizioni elettorali, ndr ) formano un mix che, quand’anche si immagini che i singoli profili possano non essere giudicati illegittimi, nel complesso potrebbe essere considerato come una criticità dal giudice costituzionale».
Professore, fatto sta che ogni volta andiamo a votare per le Camere con una legge diversa dalla precedente...
L’intera vicenda della riforma, comprese le difficoltà degli ultimi giorni, conferma che cambiare la legge elettorale a ridosso delle elezioni non è coerente con la necessità che i cittadini sentano la regola elettorale come “sincera”, la capiscano come “amica” e accettino pertanto di diventare elettori. Perché il problema è fare in modo che il maggior numero possibile di cittadini decida di esercitare quel «dovere civico» del voto di cui parla la Costituzione, ma la prima condizione per fare questo è che le regole elettorali non siano percepite come un’occasione per privilegiare questo o quello schieramento. Lo disse con saggezza, un quarto di secolo fa, la Commissione di Venezia, organo del Consiglio d’Europa. Le riforme elettorali andrebbero fatte a inizio legislatura, così che magari possano anche essere condivise tra forze politiche diverse.
L’emendamento della maggioranza sulle preferenze, affondato dai franchi tiratori, potrebbe essere riproposto al Senato.
Quella disposizione era il frutto della volontà di tenere insieme cose diverse: un ossequio, almeno formale, a quella che si pensa essere la giurisprudenza della Corte costituzionale e nello stesso tempo il tentativo di non scontentare una parte della maggioranza. È sempre molto difficile fare previsioni, ma probabilmente non sarebbe stata in grado di resistere a uno scrutinio della Corte. Il cosiddetto emendamento sulle preferenze, ripeto cosiddetto, forse avrebbe dovuto anche essere chiamato in modo diverso. Non so, forse emendamento sulle “semi-preferenze”.
L’elemento caratterizzante della legge è il premio di maggioranza che scatta al raggiungimento del 42% dei consensi al Senato e alla Camera da parte di una lista o di una coalizione. Vede proporzionalità tra la stabilità, obiettivo che la riforma si prefigge fin dal nome Stabilicum, e la rappresentanza degli elettori?
Questo è certamente uno dei nodi di fondo. Si è partiti dalla considerazione che con le regole attuali ci sarebbe il rischio del cosiddetto pareggio, anche se le regole attuali hanno dato vita quattro anni fa a una maggioranza larga che sostiene un Governo destinato a essere il più longevo della Repubblica. Tuttavia ci si deve chiedere se conti di più la stabilità dell’azione di governo, nel senso di coerenza dell’indirizzo politico, o la mera durata. Credo che l’esperienza di questi ultimi anni, anche in altri Paesi come la Francia, avrebbe dovuto insegnarci che l’assillo maggioritario porta a un allentamento del rapporto tra Paese e politica. Non è vero che l’approccio maggioritario favorisce il consenso, le varie parti politiche devono invece trovare la capacità di parlarsi senza insultarsi, non dando spazio significativo agli “imbonitori” che alzano la voce per occultare un certo vuoto di visione. Stiamo celebrando gli 80 anni della Repubblica: il garbo, la serietà pubblica e privata dei Costituenti dovrebbe dirci qualcosa. Questo per dire che il pareggio non sarebbe di per sé un problema, perché inciterebbe a trovare soluzioni di mediazione. Non di compromesso deteriore, ma di mediazione, necessaria in quanto le questioni di politica estera e di politica interna sono sempre complesse, soprattutto in un periodo storico di completo cambiamento come quello che viviamo.
C’è chi sostiene che proprio il premio di maggioranza indurrà le principali coalizioni a tirare dentro le estreme. Per capirci: Vannacci a destra e Di Battista a sinistra. Condivide?
I pericoli dei meccanismi premianti sono sempre possibili e possono essere anche di segno diverso. Introdurre un sistema di ballottaggio, come era stato proposto, se da una parte potrebbe ridurre la spinta ad allargare alle estreme, dall’altra aumenterebbe ancora la forbice tra consenso effettivo e la proiezione in seggi di questo consenso. Qui non si vota per eleggere un sindaco, ma 600 parlamentari.
L’indicazione del candidato premier al momento del deposito dei programmi elettorali è un modo per introdurre il premierato con legge ordinaria, senza cambiare la Costituzione?
Scrivere un nome va ad intrecciare la forma di governo e le competenze del presidente della Repubblica. Né la precisazione che sono fatte salve le prerogative di quest’ultimo fuga le perplessità.
Torniamo al famoso emendamento sulle preferenze, che potrebbe riemergere al Senato. Di fatto cancellava l’alternanza di genere, con il concreto rischio di comprimere la rappresentanza femminile. Vede criticità sotto l’aspetto costituzionale?
Il principio dell’equilibrio di genere - oltre a trovare una base in Costituzione - è presente in molte altre leggi ordinarie, comprese quelle elettorali. La sua mancata attuazione sarebbe sicuramente un elemento problematico.
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