Se il dolore si incide
e il corpo parla

di Angelo Palmieri
L'antica frattura fra mente e carne continua a orientare il nostro modo di leggere il disagio. Superarla è la condizione per comprendere davvero la sofferenza giovanile e ripensare la cura
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July 17, 2026
Se il dolore si incide
e il corpo parla
/Foto Icp
Una parte rilevante della fatica giovanile che oggi intercettiamo nasce da una cesura antica, ma ancora operante: quella tra mente e corpo, tra ragione e carne, tra spirito e bios. La tradizione metafisica occidentale, da Platone fino a Cartesio, ha spesso pensato l’umano come diviso: da una parte l’anima, la coscienza, la razionalità; dall’altra il corpo, inteso come peso, materia da disciplinare, superficie da governare. Questa eredità simbolica non appartiene soltanto alla storia della filosofia. Continua ad abitare il nostro modo di nominare la sofferenza, i linguaggi clinici che separano “psichico” e “somatico” e le pratiche dei servizi che distinguono ciò che richiede il farmaco da ciò che si affida alla parola. Ma l’esperienza concreta dei giovani smentisce ogni giorno questa distinzione.
Nietzsche, in Così parlò Zarathustra , colpisce al cuore questo impianto quando afferma che «il corpo è una grande ragione». Il corpo non è l’animale da domare, né il cavallo che la mente deve tenere a freno. È piuttosto la sede di una sapienza profonda, di una razionalità incarnata, di una memoria che precede e accompagna ogni pensiero. La corporeità, dunque, non è solo organismo: è biografia, relazione, ambiente, famiglia, scuola, appartenenza sociale, esposizione allo sguardo altrui. È il luogo in cui si depositano pressioni, solitudini, desideri non riconosciuti. Per questo il patire non è mai soltanto fisico o mentale. L’attacco di panico, l’anoressia, il binge eating non sono semplici disfunzioni organiche o pensieri distorti: sono modalità attraverso cui una sofferenza relazionale e biografica si manifesta prima ancora di trovare parola. Quando un ragazzo si taglia, non sempre chiama la morte. Spesso consegna alla pelle ciò che non riesce ad affidare alla voce. Offre la propria pelle come lavagna esposta allo sguardo, incide fuori un dolore che dentro non trova ancora forma, ascolto, riconoscimento. È qui che la vecchia opposizione tra “sintomo fisico” e “sintomo psichico” mostra tutta la sua povertà. Se continuiamo a ragionare così, anche la presa in carico si divide: da un lato protocolli che rischiano di sedare il dolore, dall’altro colloqui che possono restare sospesi, senza toccare davvero la carne del vivere. Questa scissione non è neutrale: divide la cura e ci costringe a inseguire frammenti di esistenza, senza riuscire a coglierne l’unità.
Il cambio di paradigma passa allora da una ricomposizione culturale e sociale di questa antica lacerazione. Ogni gesto estremo, ogni ritiro nella materialità corporea, ogni condotta apparentemente incomprensibile non va letto solo come “disturbo”, ma come espressione totale di un soggetto intero, in cui pensieri, emozioni, carne, storia personale e contesto sociale si danno insieme. Il taglio sul braccio, l’abbuffata fino a star male, la sessualità agita in modo compulsivo o, al contrario, radicalmente rifiutata, non sono soltanto “comportamenti problema”. Sono forme attraverso cui una vita incrinata tenta ancora di prendere parola.
Siamo, prima di tutto, vita: bios che cerca relazione, possibilità, appartenenza. Quando un giovane scivola nell’apatia, nella compulsione o nell’autolesione, sembra dire che qualcosa lo sta spingendo verso una forma di esistenza che non avverte più come propria. Riconoscere l’unità tra carne e pensiero, tra biologia e biografia, significa allora ripensare la cura: non trattare separatamente organismo e interiorità, ma generare luoghi capaci di accogliere l’intero soggetto, con le sue ferite, la sua storia e le domande che ancora non trovano voce.

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