Lo scienziato che ci salvò dalla malaria
nonostante invidie, sgambetti e intrighi

Giovanni Battista Grassi individuò nella zanzara anofele il vettore del contagio, rendendo possibile la sconfitta del morbo. Entomologo comasco, genio insofferente alle regole, pagò con un Nobel negato le manovre del britannico Ronald Ross
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July 17, 2026
Lo scienziato che ci salvò dalla malaria
nonostante invidie, sgambetti e intrighi
Un ritratto di Giovanni Battista Grassi (1925)
Questa è la storia di un Nobel mancato, «una delle dispute più al vetriolo della scienza moderna», secondo l’Enciclopedia Britannica: sgambetti fra camici bianchi e intrighi internazionali. Ma la vicenda in questione rappresenta anche un brandello di storia del nostro Paese, a lungo flagellato dalla malaria. Se ne siamo venuti fuori, è grazie a Giovanni Battista Grassi, la cui notorietà, sebbene gli siano state intitolate molte scuole, continua a essere inferiore ai suoi meriti. A metà del XIX secolo l’Italia deteneva un primato nient’affatto invidiabile: era l’unica potenza coloniale a soffrire la malaria in casa. Nei decenni post-Unità, secondo lo storico statunitense Frank M. Snowden, rappresentava «il più grave problema di sanità pubblica a livello nazionale». Nel 1882 venne pubblicata la prima carta della diffusione della malaria in Italia: quasi la metà dei 25 milioni di abitanti erano a rischio costante di contrarre la malattia e almeno 15mila i morti ogni anno. Stando a un successivo studio del Ministero dell’Agricoltura, la malaria era «la chiave di tutti i problemi economici del Meridione», una delle principali cause che costrinsero i contadini del Sud a emigrare verso Usa e Sudamerica.
Soltanto tenendo presente questo scenario è possibile cogliere appieno il valore del testo che Grassi pubblicò nel 1900, a conclusione di metodiche ricerche e rilevanti scoperte, e che intitolò prosaicamente Studi di uno zoologo sulla malaria : una sintesi dei lunghi anni dedicati all’analisi della zanzara anofele, individuata come responsabile della diffusione della malaria. Grazie a tale scoperta vennero avviate le opere di bonifica delle zone paludose in tutta Italia (dall’Agro pontino al Delta del Po, passando per la Maremma), il che portò all’eradicazione definitiva della malattia all’inizio degli anni Sessanta. Ebbene: già nel lontano 1918 Grassi aveva creato l’Osservatorio della Malaria a Fiumicino. Proprio lì, nel cimitero locale, riposa lo scienziato. Per sua espressa volontà. Eppure Grassi veniva da Rovellasca, nel Comasco, dov’era nato nel 1854. Aveva scelto di studiare medicina all’Università di Pavia, distinguendosi presto, oltre che per la testa fina, per il suo temperamento. Nel capitolo dedicato a Grassi ne La formula della longevità. Vite che hanno allungato la nostra (Neri Pozza, 2023) Riccardo Chiaberge annota: «Lo avevano espulso per “gravi atti di indisciplina” dall’esclusivo Collegio Ghislieri, lui che era entrato con una retta gratuita per puri meriti scolastici e collezionava tutti trenta sul libretto». Genio e sregolatezza, insomma.
Ma qui interessa che fin da giovane Grassi abbia manifestato uno specifico interesse per l’osservazione degli insetti, senza il quale non sarebbe diventato quel che è stato. Lasciata Pavia, dopo una serie di peregrinazioni, lo troviamo nel 1879 a Heidelberg in Germania, accanto ai migliori studiosi d’Europa; nel 1883, all’età di soli 29 anni, viene nominato professore di Zoologia, Anatomia e Fisiologia comparata all’Università di Catania; nel 1895 si trasferisce all’Università di Roma, dove diverrà titolare della cattedra di Anatomia comparata e Entomologia agraria. Nel frattempo, in Algeria, è il medico francese Alphonse Laveran a realizzare un’importante scoperta, identificando nel sangue dei colpiti da malaria il cosiddetto “plasmodio”, ossia il microrganismo parassita responsabile della malattia. Per poterla debellare era, però, indispensabile capire come avvenisse la trasmissione. Le zanzare erano da tempo nel mirino degli studiosi i quali, tuttavia, dal momento che sono moltissime le specie, ancora brancolavano nel buio.
Rispetto a colui che diverrà il suo principale avversario – il dottor Ronald Ross, medico e maggiore dell’esercito imperiale britannico, di stanza in India –, Grassi padroneggiava l’entomologia: aveva intuito che non in tutte le zone infestate da zanzare regnava la malaria, arrivando a concludere che solo un tipo di zanzara dovesse causare l’insorgere della malattia. Nel 1898 il barbuto professore stabilì che le più indiziate fossero le zanzare appartenenti al genere Anopheles; riuscì a trasmettere la malaria a un soggetto umano sano (tal Abele Sola, dietro il compenso di 2 lire e 65 centesimi, riferisce Chiaberge) e, a sua volta, mostrò che quel tipo di zanzara si poteva infettare pungendo una persona malata. Bingo! Grassi e i suoi collaboratori segnalano il tutto all’Accademia dei Lincei a Roma all’inizio di dicembre; se non che, poche settimane dopo, il dottor Ross pubblica una conclusione analoga su due testate scientifiche internazionali.
Nell’estate del 1899 Grassi e due colleghi accademici ripetono l’esperimento su vasta scala nella zona di Paestum, in Campania, coinvolgendo un centinaio di volontari sani. Risultato: quelle pericolose per la malaria sono solo le zanzare del ceppo Anopheles. Pochi mesi dopo, venuto a conoscenza dell’accaduto, Ross denuncia quella che, a suo dire, sarebbe una forma di plagio: Grassi & C. avrebbero attinto ai suoi studi, solo cambiando il nome da inglese a latino della zanzara in questione. Apriti cielo! Punto sul vivo, Grassi replica con forza, a difesa della sua reputazione e di quella delle istituzioni scientifiche italiane. La disputa si allarga e diventa una questione fra Stati; a quel punto, i giudici, per attribuire il Nobel, chiamano in causa come autorità super partes nientemeno che Robert Koch, il famoso batteriologo tedesco. Questi, però, non crede a Grassi e fa in modo che nel 1902 il prestigioso riconoscimento venga assegnato al solo Ross. Seguiranno lunghe e aspre polemiche su riviste scientifiche autorevoli quali Nature .
B eghe accademiche a parte, c’è da risolvere il problema-malaria. A fronte di un Koch che auspica bombardamenti a tappeto col chinino (proposta irrealistica per i costi), Grassi suggerisce di difendersi dalla malaria schermando le case con retine metalliche su porte e finestre; successivamente proporrà anch’egli di diffondere l’uso del chinino per uccidere il plasmodio. In altri termini, è il primo a organizzare in Italia una profilassi antimalarica scientificamente fondata. Che il professor Grassi sia un gigante della scienza, al quale dobbiamo la salvezza di un numero imprecisato di vite, oggi è un dato assodato, così come il fatto che meritasse il Nobel. A dirlo sono stati luminari da tutt’Italia che, nell’ottobre scorso – su iniziativa dell’Università della Sapienza, dell’Accademia Nazionale dei Lincei e dell’Accademia Nazionale delle Scienze – hanno preso parte a convegno “Malaria e sanità pubblica. Il contributo scientifico e sociale di Battista Grassi, cent’anni dopo”. Sempre nel 2025, da Neri Pozza, è uscito Malaria. Il Nobel negato: storia di Battista Grassi , del professor Paolo Mazzarello. Il quale scrive: «Scoprire l’origine del contagio significava assicurare l’immortalità scientifica al proprio nome». È il destino di Giovanni Battista Grassi, che, però, ha dovuto attendere un lungo, interminabile secolo dalla sua morte.

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