Dieci anni di riforma Bcc: «Più forti, ma sempre gli stessi»
Il bilancio di Augusto dell'Erba, presidente di Federcasse: abbiamo preservato autonomia e presidio territoriale del credito cooperativo, e i soci ormai sono oltre un milione e mezzo

È un’assemblea ordinaria in un anno straordinario quella che vive oggi a Roma Federcasse, tra i 135 anni della Rerum Novarum, l’enciclica che ha “ispirato” il credito cooperativo di matrice cattolica, e i 10 dalla riforma che nel 2016 ha visto nascere l’attuale assetto fatto di banche e capogruppo. Una riforma “spintanea”, poi diventata auto-riforma, che ha cambiato la fisionomia della rete e all’inizio destò diverse preoccupazioni dentro e fuori dal sistema, ma – alla prova dei fatti, e dei numeri – ha consentito alle Bcc di reggere e rilanciare. In questa intervista ad Avvenire, il presidente di Federcasse Augusto dell’Erba, tratteggia un primo bilancio.
Riavvolgiamo il nastro: a inizio 2015, nel pieno della crisi delle banche italiane, accanto alla riforma delle popolari l’allora governo Renzi aprì il capitolo delle Bcc. La richiesta di rivedere un ecosistema considerato troppo frammentato di istituti troppo piccoli venne vista come una specie di “siluro”.
Soprattutto perché la “narrazione” che accompagnò il lungo processo normativo, e che Federcasse contrastò con decisione, contemplava anche l’idea che la mutualità bancaria fosse qualcosa di non più adeguato ai tempi. E invece quanto accaduto in questi dieci anni dimostra il contrario.
Andiamo per ordine: in quella fase sui bilanci di tutte le banche, grandi e piccole, gravavano grandi quantità di crediti deteriorati, e per tutte era necessario preservare l’accesso al mercato dei capitali per rafforzarsi.
Condividevamo l’esigenza di un rafforzamento strutturale del sistema e in tal senso eravamo a lavoro da diversi anni, ma lo schema iniziale del decreto di riforma avrebbe potuto avere esiti omologanti e potenzialmente esiziali.
Quali erano, e restano, i “valori non negoziabili”?
L’autonomia delle singole BCC, il loro essere banche cooperative costituite da soci espressione delle comunità locali, in pratica il loro localismo.
Ce l’avete fatta?
È stata determinante un’intuizione, quella che ci ha portato a immaginare un istituto giuridico del tutto nuovo, che non esisteva fino ad allora nell’ordinamento giuridico italiano ed europeo come quella del gruppo bancario cooperativo. Un organismo la cui proprietà è delle BCC che vi aderiscono e che ha funzioni di “direzione e coordinamento” delle medesime banche. In una logica sussidiaria e di garanzia reciproca.
E così nel 2019 hanno visto la luce Bcc Iccrea e Cassa Centrale, mentre le Casse Raiffeisen dell’Alto Adige ebbero la possibilità di optare per la costituzione di un Ips, un sistema di garanzie incrociate per le casse aderenti. Come valuta questo nuovo assetto?
I numeri parlano da soli: sono la prova che la riforma ha funzionato. Nonostante la pandemia, l’inflazione, la stretta monetaria della Bce e le persistenti incertezze istituzionali.
Nel 2016 le Bcc erano 355, oggi sono 215: il consolidamento in corso nell’industria bancaria ha coinvolto anche il credito cooperativo.
È una trasformazione strutturale e, per certi aspetti e in alcuni casi, naturale. Quello che conta, però, è il presidio che le Bcc continuano a fornire e che si vede ad esempio nei 4.311 sportelli sparsi per tutta l’Italia, da Nord a Sud: rispetto al 2016 sono scesi del 5%, contro un crollo medio del 38,5% da parte delle altre banche. E lo stesso discorso vale per i nostri 30.641 dipendenti, il 3,5% in meno di dieci anni fa mentre il resto del sistema è calato del 13,6%: e oltre il 60% continua a lavorare nelle filiali.
È cambiato il ruolo delle Bcc?
No, è cambiato il peso specifico: la quota di sportelli delle Bcc sul totale del sistema bancario è passata dal 14,9 al 21,5%, lo stock degli impieghi lordi erogati è passato da circa 133 miliardi a oltre 145 miliardi, con una crescita del 9 per cento. E nel frattempo l’incidenza dei crediti deteriorati lordi è calata del 19,3 al 2,7%.
In questi ultimi anni l’intero settore si è risanato, come dimostrano gli utili record delle banche commerciali. La crisi però aveva pesantemente danneggiato la fiducia nel settore.
Per quanto ci riguarda rispondo con un numero, che è quello dei soci, gli unici veri “proprietari” delle banche di comunità: nell’ultimo decennio sono cresciuti di oltre il 20%, e oggi hanno superato il milione e mezzo. Mi sembra un segnale evidente di fiducia, che peraltro ci ha consentito di ampliare ulteriormente l’incidenza nel finanziamento alle famiglie e alle imprese.
Si può crescere ancora?
I 135 anni della Rerum Novarum, dalla cui ispirazione nacquero le prime Casse Rurali cattoliche e gli 80 anni della Repubblica nella cui Costituzione resta la pietra miliare dell’articolo 45 che riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata, ci incoraggiano a guardare avanti con fiducia. Penso anche al recente riconoscimento ricevuto con il Piano nazionale sull’economia sociale varato dal Governo, che considera le banche e le capogruppo come soggetti chiave. Nonostante le trasformazioni in corso, i valori alla base del credito cooperativo non hanno perso d’attualità e rilevanza: le Bcc restano depositarie di un paradigma alternativo ma capace di rispondere alle sfide e alle istanze in continua evoluzione.
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