Il prossimo voto in America è davvero a rischio? Ecco cosa nascondono le parole di Trump
di Fabio Carminati
Il discorso del tycoon, che ha insinuato dubbi profondi sulla regolarità delle elezioni di "mid term", ha in realtà un obiettivo: assumere il controllo delle prossime operazioni elettorali. Ma così si finisce per mettere in discussione la Costituzione degli Stati Uniti, 250 anni dopo l'indipendenza e la nascita della più famosa democrazia al mondo

Può l’uomo più potente al mondo usare le agenzie di intelligence più dotate del pianeta per insinuare tremendi dubbi sulla regolarità del voto e così prepararsi terreno fertile per contestare la sua probabile sconfitta al midterm? Azioni del genere sono state imputate per anni al leader venezuelano Nicolás Maduro, prima che proprio l’uomo più potente del mondo lo facesse prelevare manu militari dai reparti speciali, incappucciare e rinchiudere in una prigione statunitense.
La domanda però se la pongono molti critici osservatori d’Oltreoceano in queste ore. Donald Trump – dicono e scrivono – ha sfruttato i poteri della presidenza e degli apparati di sicurezza Usa, durante il discorso alla nazione (non trasmesso in diretta dalle «televisioni feccia»), per tentare di minare, in modo piuttosto esplicito, la fiducia nel sistema in vista delle consultazioni di medio termine di novembre. Nell’intervento dalla East Room della Casa Bianca, ha cercato di dare l'impressione che la propria Amministrazione avesse scoperto nuove e clamorose rivelazioni sulle vulnerabilità dei meccanismi di voto. Senza darne prova.
La Cina, ha affermato, avrebbe acquisito illegalmente informazioni sugli elettori di 220 milioni di americani. Il presidente, tuttavia, non ha specificato con quali modalità il rivale strategico abbia ottenuto i dati. Ha, inoltre, sostenuto che Pechino avrebbe interferito in altri modi per minare la sua campagna elettorale del 2020 e che tali informazioni sarebbero state occultate dagli 007. Giovedì la Casa Bianca ha anche pubblicato una serie di documenti precedentemente classificati, nel tentativo di smentire tale conclusione. Tuttavia, i documenti erano pesantemente censurati, il che rende difficile valutarne con precisione il contenuto.
Si aggiungano i dubbi sulla sicurezza del voto elettronico (ai tempi dell’elezione di Obama e Biden), dimenticando quanto avvenne in Florida nel 2000 con la vittoria di George W. Bush su Al Gore per una manciata di schede perforate male. E l’insistenza sulla approvazione della legge (la Save America Act, arenata in Senato) che limita le votazioni per posta e l’obbligo di presentarsi al seggio con un documento di identità. Tutti insieme formano quello che i più pungenti critici dell’Amministrazione chiamano da tempo “ultima spes” dell’oscuro e pregiudicato consigliere Steve Bannon. Tornato palesemente in sella quando il gioco si fa duro e quando il consenso degli americani è poco sopra il 30 per cento per un’economia che zoppica e i fallimenti in Iran, Bannon ha avviato da tempo la macchina della propaganda. Sfidando la parte più tiepida del Maga, per alcuni lo stesso vicepresidente Vance e una buona fetta di deputati e senatori repubblicani che temono un effetto volano negativo al voto del primo martedì di novembre.
Trump, ieri, ha anche affermato che il dipartimento per la Sicurezza interna ha identificato oltre 270mila non cittadini nelle liste elettorali di quattro Stati, senza però specificare quali siano. Il tutto mentre la Costituzione degli Stati Uniti non conferisce al presidente alcun potere sulle elezioni, attribuendolo invece ai singoli Stati. Ma forse la frase più inquietante del discorso è un’altra ed è arrivata nella coda, come il veleno. Trump ha affermato che la sua Amministrazione avrebbe intrapreso «ulteriori azioni per cercare di assumere il controllo delle elezioni». Il dipartimento per la Sicurezza interna, ha aggiunto, avrebbe tenuto un briefing il giorno successivo per discutere le vulnerabilità dei sistemi di voto statali e ordinato agli Stati di rimuovere i “non cittadini” dalle liste elettorali. Già nel primo mandato di The Donald (2016-2020) il dibattito sui poteri del presidente, i tentativi di impeachment e le prese di posizione dei giudici della Corte Suprema (eletti in buona parte, all’epoca, in quota dem) erano rimasti lettera morta. Perché Trump poi aveva perso le elezioni, denunciando come oggi brogli, e il tutto era finito con l’attacco al Campidoglio. Ma nell’anno del 250esimo anniversario dell’indipendenza è forse sbagliato interrogarsi su quelle tre parole che nel 1787 cambiarono la storia della democrazia dell’Occidente: “We The People?”
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