Torture e stupri sui migranti: l'Aja apre il processo sul “Sistema Libia” (e sulle complicità dell'Europa)
di Nello Scavo
La Corte penale internazionale conferma 17 capi d'accusa contro Al Buti, uno dei vertici della milizia Rada insieme ad Almasri. Per la prima volta finiscono alla sbarra le detenzioni arbitrarie nel carcere di Mitiga. Sotto la lente ci sono anche i rapporti dei Paesi dell'Unione con le autorità di Tripoli, in primis l'Italia

Il processo internazionale sul “Sistema Libia” si farà. Khaled Mohamed Ali El Hishri, detto Al Buti, sarà giudicato dalla Corte penale internazionale per i crimini commessi nel carcere di Mitiga e nel sistema di detenzione costruito attorno alla potente milizia Rada. La Camera preliminare dell’Aja ha confermato tutti i diciassette capi d’accusa formulati dalla Procura e ha disposto il rinvio dell’imputato davanti a una Camera di primo grado. Le contestazioni della difesa sull’uso di testimonianze anonime, sulla presunta vaghezza delle accuse e sulle carenze investigative sono state respinte. È il passaggio che le vittime attendevano: quindici anni dopo il deferimento della situazione libica da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il sistema di violenze costruito dentro Mitiga entra finalmente in un’aula di giustizia internazionale. I giudici hanno ritenuto che esistano fondati motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi tra il 1° maggio 2014 e il 30 giugno 2020 contro migliaia di persone detenute nel carcere e nel complesso di Mitiga, a Tripoli.
El Hishri non viene descritto come un semplice carceriere o un esecutore brutale e crudele. La decisione lo colloca ai vertici della Forza speciale di deterrenza, la Rada, che per anni ha controllato l’aeroporto, la prigione e una parte decisiva dell’apparato di sicurezza della capitale. La Corte gli contesta torture, trattamenti crudeli, detenzioni arbitrarie, oltraggi alla dignità, stupri e altre violenze sessuali, omicidi e tentati omicidi, schiavitù e persecuzioni per motivi politici, religiosi, nazionali, etnici, razziali e di genere. Secondo i giudici, El Hishri esercitava un’autorità generale sull’intero carcere, impartiva ordini, decideva trasferimenti e liberazioni e contribuiva a mantenere un sistema istituzionalizzato di tortura, abuso e impunità. Era parte della direzione di Mitiga insieme ad Abdelraouf Kara, Dawit N’Zam e Osama Njeem, il generale Almasri. La sua posizione e la sua reputazione di uomo violento gli garantivano, secondo la Corte, un potere assoluto sui detenuti.
Particolarmente grave è il ruolo attribuitogli nella sezione femminile, che controllava direttamente. El Hishri sorvegliava gli accessi, gestiva l’ingresso e l’uscita delle detenute, accompagnava personalmente donne e ragazze ammanettate e bendate e amministrava le condizioni di detenzione anche dei bambini rinchiusi insieme alle madri. L’udienza di conferma delle accuse, celebrata dal 19 al 21 maggio, aveva esposto lo spettro dei crimini: arresti, sparizioni, pestaggi, lavori forzati, estorsioni, violenze su donne e minorenni, malati lasciati senza cure e detenuti morti nelle celle. La decisione conferma il carattere strutturale delle violenze sessuali e riproduttive. Donne e ragazze sarebbero state abusate, ridotte in schiavitù e sottoposte a lavoro forzato, brutalizzate deliberatemente perché non potessero avere figli. Persone LGBTQI+ arrestate e torturate perché considerate non conformi alle regole di genere imposte dalla milizia; uomini e ragazzi sottoposti a violenze sessuali per umiliarli e annientarne l’identità.
Il cuore dell’accusa è formato dalle testimonianze di 63 vittime, 47 delle quali ex detenuti. La Corte riconosce la difficoltà dei sopravvissuti nel raccontare il dolore subito e considera le loro dichiarazioni il nucleo centrale del materiale probatorio. Alcune vittime avevano riconosciuto in El Hishri uno degli esecutori e dei comandanti del meccanismo di Mitiga, l’uomo che molti chiamavano “l’angelo della morte”. Spetterà ai giudici del dibattimento accertare le responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. Ma il rinvio a giudizio stabilisce che la ricostruzione della Procura ha superato la soglia preliminare e che testimonianze, documenti, fotografie e filmati possono sostenere un processo. La Camera ritiene che Al Buti abbia fornito un contributo essenziale a tutti i diciassette crimini e che, senza il suo intervento, essi sarebbero stati commessi in modo significativamente diverso. Il procedimento è inseparabile dalla vicenda di Osama Almasri Njeem. Almasri ed El Hishri appartenevano alla stessa struttura di comando. Nel gennaio 2025 Almasri venne arrestato a Torino sulla base di un mandato della Corte. La cattura fu mantenuta riservata e divenne pubblica soltanto quando venne rivelata da “Avvenire”. Due giorni dopo il generale fu liberato e ricondotto a Tripoli con un volo di Stato italiano, senza essere consegnato all’Aja.
Al Buti, invece, è arrivato davanti ai giudici dopo essere stato arrestato in Germania. E il suo processo rischia di andare molto oltre la responsabilità individuale. A essere esaminata sarà l’intera architettura di Mitiga: le gerarchie della Rada, i rapporti con i governi di Tripoli, il controllo delle prigioni e il ruolo svolto dagli apparati libici nella gestione delle migrazioni. Il dibattimento fa tremare le autorità libiche e i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, che negli anni hanno mantenuto rapporti stabili con Tripoli e sostenuto politicamente, finanziariamente e operativamente il meccanismo di intercettazione, respingimento e detenzione ora al centro del processo. Mitiga è stato uno dei terminali di quella filiera: persone intercettate in mare, riportate in Libia, rinchiuse illegalmente e sottoposte a ricatti, sfruttamento, torture e violenze sessuali. Esiste inoltre la possibilità che accusa e difesa chiedano di chiamare a testimoniare esponenti di governo, diplomatici, funzionari di Stato, responsabili delle forze di sicurezza e rappresentanti delle organizzazioni internazionali che hanno trattato con le autorità libiche. La Procura potrebbe cercare di dimostrare la struttura e la riconoscibilità del sistema. La difesa potrebbe ricostruire i rapporti ufficiali mantenuti con governi e istituzioni straniere, sostenendo che gli apparati oggi accusati erano considerati interlocutori legittimi e affidabili. Per questo sul banco degli imputati non c’è soltanto un carceriere. Il processo interrogherà anche le relazioni costruite dall’Europa con apparati accusati di crimini internazionali mentre collaboravano al contenimento delle partenze. Per le vittime è il primo riconoscimento giudiziario di una verità raccontata per anni. Per la Corte dell’Aja è il primo vero processo sul sistema concentrazionario della Libia post-Gheddafi.
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