Ico Migliore: «Il confine è il luogo delle nuove idee»
L'architetto ricorda il progetto visivo per Pordenone Capitale italiana della cultura 2027, che prenderà ispirazione dall’acqua, dalle risorgive
e dalla natura,
con l’obiettivo
di guidare cittadini
e visitatori alla scoperta di spazi e storie

Pordenone, capitale italiana della cultura 2027, si scopre unita da diverse analogie con Torino: negli anni ‘60 del “boom” si ritiene sia stata il più importante centro metalmeccanico italiano dopo il capoluogo piemontese. Se quest’ultimo dominava grazie alla produzione di autoveicoli (Fiat), la città friulana ebbe un’impressionante crescita per via degli elettrodomestici (Zanussi). Se per Torino un significativo momento di passaggio sono state le Olimpiadi invernali del 2006, per Pordenone un ruolo affine avrà l’impegno culturale dell’anno prossimo, e in entrambi i casi l’evoluzione è accompagnata da allestimenti urbani progettati dallo Studio di architettura e design Migliore+Servetto, specializzato nella riconcettualizzazione dei luoghi per la cultura o, si potrebbe dire altrimenti, nel rendere evidente e fruibile la cultura che soggiace a ogni luogo.
Ico Migliore, co-titolare dello Studio, spiega il metodo che segue nello sviluppare tali progetti: «Imbastiamo un racconto che consiste nel dar corpo all’identità urbana: aiuta le persone a orientarsi e ritrovarsi in quella realtà. E invita i visitatori, ma innanzitutto i cittadini, a scoprire aspetti che per vari motivi potrebbero passare inosservati. Per questo partiamo dall’idea che la città sia un ambiente dove fare festa. A Torino disponemmo nel tessuto urbano tanti segni – per esempio alcuni anemometri mossi dal vento – intesi a evidenziare luoghi e a suggerire percorsi, disseminati come le briciole di Pollicino. Questi consentirono di conoscere meglio la città e di generare una nuova consapevolezza tra i cittadini. Col progetto per Torino vincemmo il nostro primo Compasso d’Oro (dei tre da noi ottenuti sinora): fu anche la prima volta che questo premio di design fu assegnato a un allestimento urbano. Un aspetto non secondario del progetto torinese è stata la sua sostenibilità: terminato l’evento, quasi tutti i segni, realizzati in acciaio, sono stati fusi e riciclati. I teli delle coperture invece, d’accordo con associazioni con cui dialogavamo, sono stati donati ai carcerati i quali, con un’opera di sartoria, ne hanno ricavato borse che sono state venute. L’evento così ha avuto tante, diverse, importanti ricadute di carattere sociale».
Qualcosa di simile farete a Pordenone?
«A Torino i segni usati richiamavano l’età delle fabbriche e per metterla in scena (uso quest’espressione perché qualsiasi esposizione, come qualsiasi museo, per coinvolgere emotivamente deve avere una qualità teatrale) siamo ricorsi a barre di acciaio, trafilati, strumenti industriali. A Pordenone l’approccio sarà diverso: ci hanno chiesto un progetto che evidenzi l’identità della città e stiamo pensando a riferimenti organici, legati alla storia e alla natura. Il fiume e le risorgive rendono primario il tema dell’acqua: la richiameranno diversi segni, concepiti per indicare luoghi, strade, piazze. Le città sono piene di pubblicità: questo è un problema. I segni da disporre dovranno distinguersi: dovranno far pensare le persone e sollecitare in loro un senso di attenzione e cura verso gli spazi urbani».
Dove sta il cuore dell’identità di Pordenone?
«Credo lo si possa ravvisare nella qualità della città di confine. Non nel senso in cui lo è Gorizia, che si trova fisicamente a cavallo del confine, ma per l’intensità degli scambi, degli incontri, della ricerca, dell’innovazione e del dialogo col territorio circostante. Il confine in sé è luogo di grande valore, perché è là dove si incontrano le diversità, e dalla loro contaminazione nascono sollecitazioni, novità, suggerimenti, nuove idee. L’intento è di lavorare sui temi dell’apertura e degli incroci».
Qualcosa di simile avete fatto già col museo di Schengen…
«Infatti. Un paio di anni fa abbiamo vinto il concorso per realizzare il museo inteso a celebrare il trattato che regola l’apertura delle frontiere tra Paesi europei, a quarant’anni dalle firme che vi furono apposte, nella cittadina lussemburghese, dai primi aderenti (Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo; l’Italia vi aderì nel 1990 – ndr). È un piccolo luogo espositivo, situato là dove si toccano i territori di Francia, Lussemburgo e Germania, e parla del tema del confine come valore. È il valore delle diversità, perché proprio grazie a queste possono avvenire gli incontri, i confronti, i reciproci arricchimenti: se fossimo tutti uguali, che scambi potrebbero esserci mai? Siamo tutti diversi ma tutti vicini: questo comunica il museo, che si compone di due parti accostate tra loro e si estende anche sul battello Princesse Marie-Astrid, ormeggiato sulla Mosella. Su quel natante i primi aderenti nel 1985 firmarono l’accordo: in virtù del proprio galleggiare sull’acqua rappresenta un territorio neutro, sospeso tra le diverse sovranità nazionali. Nel museo ci sono tante bandiere, e guardandole tutte assieme si ricava un’impressionante sensazione di variegata compattezza: unità nella diversità».
Identità e contaminazioni: non sono termini antitetici?
«Al contrario. È la logica della vita, e la missione dell’architettura è di tenere assieme quei due aspetti. Mi occuperò del tema del confine anche nella parte che sono chiamato a curare della Biennale dello Stretto di Messina, dedicata alle Mutazioni (18 settembre-13 dicembre 2026). L’architettura non scrive mai su un foglio bianco: sempre interviene in uno spazio esistente, in cui sono sedimentate memorie. Il suo scopo, si tratti di interventi a scala urbana o di singoli musei, è di portare più avanti la tradizione. Come diceva Gustav Mahler, la tradizione “è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. La buona, autentica conservazione avviene attraverso legittime trasformazioni che traggono spunto dai campi più diversi. Per questo nel nostro Studio lavoriamo con vari specialisti: artisti, psicologi, sociologi... oltre che, naturalmente, architetti. L’innovazione avviene grazie al lavoro di équipe. Ai dialoghi e agli incroci. L’identità cresce negli incontri che avvengono sui confini».
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