Calcio: Argentina-Inghilterra,
tornano i fantasmi della storia

44 anni dopo la guerra delle Falkland
e oltre la beffa
della “Mano de Dios”
la semifinale Mondiale mette
di fronte nazioni
che non hanno archiviato il passato
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July 15, 2026
Calcio: Argentina-Inghilterra,
tornano i fantasmi della storia
La rete segnata di mano da Maradona al Mondiale 1986 contro l’Inghilterra/Ansa
C’è un fotogramma del 1982 che la memoria sportiva ha rimosso, preferendogli la vendetta calcistica di Diego Maradona quattro anni più tardi. Pochi mesi dopo la fine del conflitto delle Malvine-Falkland, l’Argentina del calcio sbarcò in Europa per i Mondiali di Spagna. Osvaldo Ardiles, regista di quella nazionale, giocava in Inghilterra nel Tottenham. Suo cugino José, pilota dell’aeronautica argentina, era stato uno dei primi caduti aerei nella guerra contro i britannici. Ardiles giocò quel torneo sospeso tra due mondi, lacerato da un paradosso che la politica non sapeva spiegare, ma che il calcio conteneva per intero.
Questa sera ad Atlanta, nella seconda semifinale del Mondiale 2026, Argentina e Inghilterra si incrociano di nuovo. Chi cerca il richiamo nostalgico alla “Mano de Dios”, il gol di Diego più iconico e insieme irregolare della storia del calcio, rimarrà deluso. Il presente racconta un’altra storia.
Tuttavia, la neutralizzazione dei veleni storici è un’illusione che appartiene solo ai codici del professionismo esasperato. Fuori dal campo, il quadro cambia radicalmente. Se per i calciatori la globalizzazione ha standardizzato comportamenti e relazioni, per le rispettive tifoserie questa sfida non azzera nulla. Al contrario: rinfocola rabbia, risentimenti latenti e memorie mai pacificate. Per chi sta sugli spalti o davanti alla tv a Buenos Aires e a Londra, il fischio d’inizio non è solo l’avvio di una partita ma un detonatore emotivo. Le canzoni degli ultras argentini evocano ancora i “pibes de Malvinas”, trasformando lo stadio nell’unico luogo in cui è possibile consumare una rivalsa storica negata dalla geopolitica. Dall’altra parte, il nazionalismo pop dei tifosi inglesi risponde con i vecchi cori dell’orgoglio insulare. Perchè la memoria collettiva dei popoli non subisce le stesse riforme della FIFA: resta lì, ruvida, pronta a usare il pretesto di un fallo o di un rigore per riaprire ferite vecchie di quarant’anni.
L’Argentina di Lionel Scaloni arriva a questo appuntamento con il carico pesante dei campioni in carica, ma soprattutto con il peso di un Paese che vive una crisi sociale ed economica cronica. In Argentina il calcio non è un divertimento, è un ammortizzatore sociale, una forma di resistenza psicologica. La Nazionale rappresenta il popolo nel suo senso più carnale. Questa squadra riflette esattamente questa condizione: non è perfetta, subisce gol (cinque nelle ultime tre partite), ma possiede una ferocia agonistica e una capacità di soffrire che sconfina nel misticismo. La leadership di Lionel Messi, al suo ultimo ballo mondiale, non è più quella del talento solitario, ma quella di un patriarca che guida una transizione generazionale. Attorno a lui, giovani che non erano ancora nati nel 1982, ma che sanno che la sconfitta, in patria, non è un’opzione sportiva, ma un lutto nazionale.
Dall’altra parte l’Inghilterra. Nazionale che ha storicamente vissuto il calcio con il compiacimento presuntuoso dei fondatori del gioco. Oggi, sotto la guida pragmatica e rigorosa di Thomas Tuchel, ha cambiato pelle. L’Inghilterra ha smesso di specchiarsi nella propria tradizione ed è diventata una macchina cinica, geometrica, spietatamente europea. Se l’Argentina è il dramma, l’Inghilterra è il metodo. La squadra guidata in campo da Kane e Bellingham rappresenta la sintesi della Gran Bretagna contemporanea: multiculturale, slegata dai complessi del passato imperiale, cresciuta in accademie calcistiche d’avanguardia dove l’emotività viene programmaticamente ridotta al minimo. Gli inglesi finora hanno concesso poco, appena 6 reti subite in tutto (la metà di quelle che da soli hanno segnato Kane e Bellingham), mostrando una tenuta mentale che in passato era il vero punto debole.
Il contrasto stilistico in campo sarà lo specchio di questo dualismo culturale. L’ordine contro l’improvvisazione; la pianificazione contro l’estasi. Tuchel cercherà di addormentare la partita, di togliere ossigeno alle linee di passaggio argentine, sapendo che l’Albiceleste si nutre del caos e dell’elettricità dei momenti. Scaloni punterà sull’impatto emotivo, sulla verticalizzazione improvvisa, sulla capacità dei suoi di spezzare il ritmo dei britannici.
Quando Alexis Mac Allister, perno del centrocampo argentino, affronterà i suoi compagni di squadra del Liverpool che vestono la maglia inglese, cercherà solo la vittoria professionale. Ma intorno a lui, il mondo chiederà un supplemento di significato che il calcio, da solo, non può e non deve sobbarcarsi. Questa sera non si ripareranno i torti della storia e non si risolveranno le crisi economiche. Ma si misurerà la distanza tra il rancore della memoria e la realtà del gioco. Chi vince va in finale, chi perde va a casa. E speriamo che finisca qui.

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