Calcio, il destino del Mondiale nei piedi di pochi eletti
Da Mbappé a Messi, il torneo smentisce la prevalenza del gioco
di squadra. Vince l’estro del talento: il rischio è di avere un pallone sempre più per solisti

C’è un paradosso che fluttua negli stadi iper-tecnologici di questo Mondiale XL. Da anni la sociologia dello sport e i guru della tattica ci ripetono che il calcio è diventato la scienza del collettivo perfetto. Ci hanno spiegato che l’organizzazione spaziale, il pressing sincronizzato e le geometrie dei sistemi contano più del singolo elemento; che la squadra è un organismo vivente dove l’individualità va sacrificata sull’altare dell’equilibrio. Poi, però, comincia il torneo, la pressione sale, l’aria si fa rarefatta, e la realtà si riprende il gioco con la forza di un dogma antico: a decidere i destini dei popoli del pallone sono, oggi più che mai, pochissimi eletti. I fuoriclasse. I monarchi assoluti del rettangolo verde.
L’andamento del torneo sta offrendo una galleria di prove schiaccianti. Prendiamo la Francia: impantanata nelle trame di un debutto spigoloso contro il Senegal, si è aggrappata alla fiammata accecante di Kylian Mbappé e alle accelerazioni brutali di Ousmane Dembélé per scardinare tutti gli avversari di turno, superati con irridente facilità. La squadra di Didier Deschamps, anche nel 2-0 inflitto l’altra sera al Marocco, ha dimostrato di essere un collettivo perfetto, ma i suoi automatismi derivano soprattutto dall’estro di tanti giocatori (quasi tutti verrebbe da dire) singolarmente superiori alla media.
Discorso simile per l’Inghilterra, che di fuoriclasse non ne ha in quantità industriale, salvata però dal cinismo spietato di Harry Kane, capace di trasformare in oro i pochissimi palloni puliti ricevuti in area, agendo da catalizzatore unico della sua Nazionale
Anche la Norvegia, che questa sera affronta proprio gli inglesi nel penultimo quarto di finale del tabellone, tornata sul grande palcoscenico ha dimostrato di essere un corpo gregario edificato attorno alla debordante potenza fisica e realizzativa di Erling Haaland. C’è anche altro intorno a lui, è chiaro, ma senza un finalizzatore di quel livello difficilmente i norvegesi sarebbero arrivati così avanti.
Al contrario, per avvalorare una tesi che ha anche l’esatta faccia contraria della medaglia, il Portogallo è parso poca cosa senza un Ronaldo all’altezza dei suoi tempi migliori. E il Brasile ha fallito proprio per l’appannamento dei suoi protagonisti più attesi, con il collettivo orchestrato da Ancelotti che senza almeno un protagonista in grado di fare cose stratosferiche si è arreso prima del tempo che il pronostico gli assegnava.
Ma l’esempio più clamoroso della prevalenza del genio è quello offerto dall’Argentina, dove un Lionel Messi quasi quarantenne – pur camminando per larghi tratti in campo – resta l’unico interruttore in grado di accendere la luce laddove l’algoritmo prevede solo passaggi laterali. Otto gol, gli stessi segnati da Mbappé, testimoniano la resilienza strepitosa di un fuoriclassse in grado di decidere sempre le partite che ancora dedice di giocare.
Tutto questo ci impone una domanda che va oltre la cronaca sportiva e interroga altre sfere di pensiero: cosa è cambiato rispetto al passato? E soprattutto, quali sono le conseguenze estese di questa tendenza nel calcio del prossimo futuro?
Un tempo, il fuoriclasse era la gemma preziosa incastonata in un anello d’oro. Il grande numero dieci (il Pelé, il Maradona, il Rivera di turno) inventava la giocata decisiva, ma era figlio e sintesi di un retroterra culturale comune, il culmine di un’identità collettiva forte. Oggi stiamo assistendo alla nascita dell’atleta-azienda, multinazionali del talento che non si integrano nel sistema, ma sono esse stesse il sistema.
Il calcio contemporaneo, esasperato dai ritmi e dalla densità difensiva, ha finito per ingabbiare la classe media dei calciatori in compiti rigidi e ripetitivi. La tattica moderna ha standardizzato il livello medio: tutti sanno difendere, tutti (o quasi) corrono almeno dodici chilometri a partita, tutti coprono le linee di passaggio. Il risultato di questo livellamento verso l’alto è una noia geometrica che solo l’imprevedibilità del fuoriclasse può spezzare. Il campione, dunque, non è più un valore aggiunto; è l’unica via d’uscita dall’anestesia tattica.
Questa dinamica riflette fedelmente una tendenza della nostra società iper-capitalistica: la polarizzazione estrema. Come nell’economia globale la ricchezza si concentra nelle mani di una percentuale infinitesimale della popolazione, così nel calcio il potere di spostare gli equilibri si è ristretto a una piccola élite di atleti. Il resto della squadra si trasforma in una classe operaia specializzata, il cui compito principale è proteggere il solista, correre per lui, permettergli di conservare le energie per quell’unico, decisivo secondo in cui si determina la vittoria o la sconfitta.
Le conseguenze per il prossimo futuro sono profonde e non prive di risvolti etici. Rischiamo di scivolare verso un “calcio oligarchico”, dove la narrazione stessa dello sport perde la sua radice comunitaria.
Il calcio è sempre stato il gioco di squadra per eccellenza, la metafora della solidarietà dove il debole poteva compensare la carenza di talento con l’organizzazione e il mutuo soccorso. Se la tendenza attuale si consoliderà, assisteremo a una progressiva svalutazione del collettivo.
Le nuove generazioni di tifosi, cresciute a pane e highlights sui social, non si affezionano più alle maglie o alle storie dei club, ma seguono i singoli profili dei fuoriclasse, spostando il proprio tifo a seconda dei trasferimenti miliardari di Vinícius, Mbappé o Haaland. Lo sport di squadra si tramuta in uno sport individuale mascherato.
Inoltre, questa dipendenza dal superuomo crea una fragilità strutturale nelle nazionali. Il Mondiale diventa una lotteria legata allo stato di salute o all’umore di tre o quattro singoli individui. Se l’interruttore si spegne, l’intero castello crolla, perché le squadre hanno disimparato a produrre soluzioni alternative che non passino dai piedi dei loro monarchi.
Domani torneremo a guardare le partite, a goderci la bellezza estetica di un gol di Mbappé, la potenza di Haaland o la geometrica saggezza dell’ultimo Messi. È giusto farlo, perché il talento puro conserva una scintilla divina che merita di essere celebrata. Ma il campanello d’allarme resta. Un calcio che si affida solo ai suoi eroi per sopravvivere alla propria noia è un calcio che sta smarrendo la sua virtù più grande: l’idea che, stringendosi gli uni agli altri, undici persone normali possano ancora compiere un miracolo senza dover dipendere dai piedi del sovrano di turno.
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