Calcio, perché ai Mondiali una donna arbitro resta un tabù

Tori Penso e Katia García dimostrano che la parità in campo è una realtà tecnica ormai consolidata ma la finalissima resta ancora un traguardo lontano
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July 5, 2026
Calcio, perché ai Mondiali una donna arbitro resta un tabù
L’arbitro Tori Penso, durante la partita mondiale della fase a gironi tra Repub-blica Ceca e Sudafrica /Ansa
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui il rettangolo verde del calcio maschile era una riserva blindata. Un luogo a geometrie fisse dove la presenza femminile era ammessa quasi esclusivamente sulle tribune, o confinata a bordo campo con un taccuino giornalistico. Quel tempo, fortunatamente, appartiene al passato. Oggi, la presenza delle donne arbitro ai Mondiali di calcio non è più un “esperimento sociale” da palcoscenico, né una mossa di marketing della FIFA per ripulire l’immagine delle istituzioni sportive, ma è una realtà tecnica consolidata che sta ridefinendo i canoni stessi della direzione di gara, e, di riflesso, i nostri modelli culturali.
Tuttavia, l’attualità di questo Mondiale ci pone di fronte a un paradosso numerico e simbolico che merita un’analisi. Finora, la cronaca del torneo ha registrato un evento storico: nella fase a gironi, per la prima volta in assoluto, due donne hanno diretto come arbitro centrale tre partite. Alla statunitense Tori Penso è toccato Repubblica Ceca- Sudafrica e succesivamente Ecuador-Germania, mentre la messicana Katia García si è occupata di Tunisia-Olanda. Prima di loro, ai Mondiali, il muro era stato infranto solo dalla francese Stéphanie Frappart, l’1dicembre 2022, per la sfida tra Costa Rica e Germania in Qatar.
Davanti a queste designazioni, la domanda sorge spontanea, quasi antropologica: è illusorio o verosimile pensare, in un futuro prossimo, a una finale dei Mondiali maschili diretta da una donna?
La risposta abita nel mezzo di una clessidra che misura il tempo del cambiamento, divisa tra la freddezza dei dati e il calore di una transizione culturale in atto. Se guardiamo ai numeri puri di questa edizione, l’orizzonte sembra ancora lontano. Su un totale di 170 ufficiali di gara selezionati dalla commissione presieduta da Pierluigi Collina, solo 6 sono donne. Nello specifico: 52 arbitri centrali (di cui solo due donne, Penso e García), 88 assistenti arbitrali (tre donne, tra cui la brasiliana Neuza Back, la colombiana Mary Blanco e la venezuelana Migdalia Rodríguez) e 30 ufficiali VAR (con una sola specialista femmina, la statunitense Kathryn Nesbitt).
Sei donne su 170 significano il 3,5 per cento del totale. Una percentuale ancora decisamente bassa, che fotografa una crescita costante ma lenta, e che quest’anno sconta anche la totale assenza di rappresentanti europee sul campo. Considerato che hanno diretto solo 3 gare sulle 89 giocate sinora, l’ipotesi di vedere una donna fischiare l’ultimo atto del torneo più importante del pianeta potrebbe sembrare, oggi, un’illusione statistica. Ma lo sport, esattamente come la società, non si muove solo su binari matematici; si muove sulle gambe delle storie e delle competenze.
La biografia delle protagoniste ci racconta che la competenza tecnica non ha genere. Tori Penso, 39 anni, è considerata un arbitro top a livello globale, utilizzata indistintamente per il calcio maschile e femminile. Katia García, 33 anni, ha saputo accantonare il sogno di fare la calciatrice per investire la sua intelligenza tattica nel fischietto, arrivando a dirigere nelle Olimpiadi e nella Gold Cup. Le sei professioniste impegnate in America vantano già esperienze nei principali palcoscenici internazionali e rappresentano alcune delle figure più autorevoli del settore. Non sono lì per assecondare una “quota rosa”, ma perché i test atletici e attitudinali richiesti dalla FIFA non fanno sconti a nessuno. La parità sul piano atletico e regolamentare è già un fatto compiuto.
Dunque, cosa manca per rendere “verosimile” la loro designazione per una finale? Manca il definitivo superamento del pregiudizio culturale che circonda l’autorità femminile. C’è infatti anche un aspetto culturale non indifferente. Vedere una donna arbitrare un match maschile davanti a ottantamila spettatori in contesti geografici o sociali storicamente meno aperti alla parità di genere sarebbe un messaggio potentissimo, che va ben oltre i 90 minuti di gioco.
Nel calcio, l’arbitro non è solo colui (o colei) che applica il regolamento; è il garante dell’ordine, l’incarnazione di un potere terzo in un contesto ad altissima tensione emotiva, fisica e geopolitica. Affidare a una donna la gestione della finale dei Mondiali significa riconoscere socialmente che l’autorevolezza e il comando non sono prerogative maschili. È un passaggio che richiede tempo, perché il calcio maschile rimane uno degli ultimi bastioni di una cultura patriarcale che fatica a cedere le chiavi del forziere.
Molto però è cambiato. Nelle prime apparizioni del 2022, l’attenzione mediatica era spasmodica. Le telecamere indugiavano sul volto della direttrice di gara, sulle espressioni, quasi a cercare una crepa emotiva. Nel 2026 l’inquadratura è cambiata. I calciatori in campo – star multimilionarie abituate a imporsi anche caratterialmente – si rapportano con loro con lo stesso identico mix di rispetto e formale protesta che riserverebbero a qualsiasi arbitro uomo. La barriera di genere si è dissolta nell’istante in cui si fischia il calcio d’inizio.
Pensare alla finale diretta da una donna non è dunque un’illusione, ma una scommessa sul futuro che richiede coraggio istituzionale. Il vero traguardo non sarà l’eccezionalità dell’evento, ma la sua normalizzazione.
Come per molti altri ruoli apicali della nostra società – nella politica, nella scienza, nella magistratura – la vera parità sarà raggiunta solo quando la designazione di un arbitro per la partita più importante del mondo avverrà esclusivamente in base ai meriti del campo, e quando il genere di chi tiene in mano il fischietto non farà, finalmente, più notizia. Fino ad allora, le corse sul prato verde di Tori Penso e Katia García non saranno state semplici direzioni di gara, ma passi decisivi verso la demolizione dell’ultimo tabù.

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