Ma vogliamo davvero un calcio senza errori?
Rare proteste, arbitri quasi perfetti, e il Var che sbaglia poco. Ma lo sport, come la vita, può rinunciare alle decisioni errate senza perdere una parte della propria umanità?

C'è una scena che racconta meglio di altre questo Mondiale. Durante Usa-Paraguay, il direttore di gara ammonisce un difensore americano per un fallo giudicato evidente. Proteste, confusione, poi il richiamo del Var. L’arbitro rivede l’azione, torna sui suoi passi, cancella il cartellino e ne estrae un altro, questa volta per punire la simulazione dell’attaccante. In pochi secondi la tecnologia non si limita a correggere un errore: ricostruisce la verità dei fatti e ribalta il giudizio umano.
È una scena che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata fantascienza. Oggi rappresenta quasi la normalità. E forse racconta meglio di qualsiasi statistica il calcio del nostro tempo.
Il Mondiale nordamericano è probabilmente il più avanzato della storia dal punto di vista tecnologico. Telecamere ad altissima definizione seguono ogni movimento dei giocatori. Sistemi di tracciamento elaborano milioni di dati. Algoritmi suggeriscono soluzioni tattiche, prevedono gli sviluppi delle azioni e aiutano a prevenire gli infortuni. Lo staff medico monitora continuamente parametri fisiologici e biomeccanici. Gli arbitri sono affiancati da strumenti sempre più sofisticati. È la grande fabbrica del calcio perfetto.
Per ben 13 volte nelle partite disputate sinora, il Var ha ribaltato le decisioni dell’arbitro, ma a parte un rigore negato a Mbappé in Francia-Senegal, e un gol della Germania contro Ecuador viziato da un fallo precedente, non ci sono stati episodi contestati, nè proteste clamorose. Di per sè è una tendenza in netta controtendenza, soprattutto rispetto a quanto accaduto nell’ultimo campionato italiano. Sarebbe però sbagliato leggerla soltanto come una splendida notizia.
La tecnologia ha reso il gioco più equo e più sicuro. Ha corretto errori arbitrali evidenti, ha migliorato la salute degli atleti, ha affinato il lavoro degli allenatori. Sarebbe difficile sostenere che il calcio sarebbe migliore se tornasse all’epoca delle sviste macroscopiche.
Ma il problema non è la tecnologia. È la tentazione di trasformarla in un criterio assoluto che lascia perplessi. Perché il tratto forse più caratteristico della nostra epoca è il tentativo di neutralizzare l’incerto. Ogni settore della società sembra muoversi nella stessa direzione. Gli algoritmi suggeriscono cosa comprare e cosa leggere. La medicina punta a prevenire le malattie prima che si manifestino. La finanza costruisce modelli predittivi. L'Intelligenza Artificiale promette di anticipare decisioni e comportamenti.
Anche il calcio è entrato dentro questa cultura delle decisioni perfette. Il paradosso però è che proprio questo Mondiale ha mostrato anche il limite della tecnologia. In Svizzera-Qatar una decisione arbitrale è stata accompagnata da un problema tecnico nella visualizzazione del fuorigioco semi-automatico, generando dubbi e polemiche. La successiva spiegazione ha confermato la correttezza della scelta, ma il caso ha lasciato una domanda interessante. Il primo grande dibattito arbitrale del torneo cioè non è nato da un errore umano, ma da un difetto del sistema chiamato a eliminare gli errori. È quasi una metafora del nostro tempo.
Abbiamo spostato la discussione. Una volta si litigava sul guardalinee che aveva visto male. Oggi si discute del protocollo, dell’algoritmo, della telecamera, del software, della comunicazione tra sala Var e campo. Come se faticassimo ad accettare che una parte di imperfezione accompagni inevitabilmente qualsiasi attività umana.
Questa ricerca dell’esattezza produce una domanda che va oltre il calcio. Che cosa succede a una società quando considera l’errore soltanto un difetto da eliminare? Nel calcio il processo è evidente. L'errore arbitrale va corretto. Ma è davvero possibile immaginare uno sport senza decisioni errate?
La sua storia suggerisce il contrario. Molte delle pagine più memorabili del calcio sono nate da un’imperfezione. Un controllo sbagliato che si trasforma in un assist. Un rimpallo fortunato. Una decisione istintiva che nessun algoritmo avrebbe suggerito. Una squadra sfavorita che trova il coraggio di andare oltre i propri limiti.
La bellezza dello sport non risiede nella precisione della macchina, ma nella fragilità dell’uomo. La tecnologia può rendere il calcio più giusto e più sicuro. Difficilmente riuscirà a renderlo completamente prevedibile. E forse è una buona notizia. Perché una società che non riconosce più il diritto di sbagliare rischia di perdere anche il diritto di sorprendersi e di perdonare. Il calcio continua invece a ricordarci una verità semplice e antica: non c'è impresa senza rischio, non c'è libertà senza la possibilità di fallire e non c'è autentica umanità senza quella fragile, irriducibile imperfezione che nessun algoritmo riuscirà mai a cancellare.
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