50 fa l'incidente di Lauda: quel giorno nacque la F1 moderna, più sicura grazie alla tv

Il 1° agosto 1976 Niki si schiantò e l'auto si incendiò. Il coraggioso Merzario: «Mi buttai tra le fiamme, lo tirai fuori con il volto bruciato e lo rianimai»
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August 1, 2026
50 fa l'incidente di Lauda: quel giorno nacque la F1 moderna, più sicura grazie alla tv
1° agosto 1976: l’incidente di Niki Lauda al Nürburgring / Ansa
Sono passati cinquant’anni dalla nascita della F.1 moderna. Avvenne in Germania, al Nürburgring, pista maledetta di oltre 22 km e 178 curve. Una, la Bergwerk, fu fatale a Niki Lauda. Il pilota della Ferrari era appena uscito dai box, aveva cambiato le gomme da bagnato e montato quelle da asciutto. Una combinazione fra asfalto umido, gomme fredde, un errore di guida e nello schianto contro la roccia, la Ferrari 312 T2 si aprì di colpo: il serbatoio esplose, la benzina prese fuoco. Lauda perse il casco e il suo volto fu ustionato, respirò i gas roventi. Quel 1° agosto 1976 segnò la storia della F1 ben prima di quel 1° maggio 1994 quando Ayrton Senna morì a Imola. Fu grazie al coraggio di Arturo Merzario, il primo a fermarsi sul luogo dell’incidente coi colleghi Guy Edwars e Brett Lunger, ex colonnello dei marines americani, che Lauda si salvò, finì in terapia intensiva e appena 40 giorni dopo tornò alle corse a Monza ottenendo un quarto posto con la sua Ferrari. Un’epopea che il film Rush di Ron Howard ha trasferito nelle sale di tutto il mondo, rendendo la storia a metà fra la cronaca dell’epoca e il polpettone hollywoodiano.
Da quel giorno è cambiata la F1. Perché fu la televisione la grande protagonista. Le immagini di Lauda che si schianta, il coraggio di Merzario che si butta fra le fiamme, fecero il giro del mondo, tanto che le gare ebbero un successo incredibile al punto che nell’ultima gara in Giappone erano collegate televisioni di oltre 80 nazioni. Non c’erano i social media ma la F1 era diventata fenomeno di massa. La tv italiana quell’anno aveva cominciato a trasmettere i gran premi a colori, altro elemento che contribuì alla crescita e all’interesse. Ma fu il gesto eroico di Merzario a lasciare tutti colpiti: «Non so perché mi fermai – dice oggi l’ottantatreenne pilota comasco –, era nella mia natura. Altri proseguirono, ma non li condanno. Faceva parte dello spirito dell’epoca. Si scendeva in pista convinti che l’incidente capitasse sempre agli altri e non fermarsi era nell’ordine delle cose. Io invece mi buttai fra le fiamme, tirai fuori Niki che aveva perso il casco, mi diedero una mano i colleghi che si fermarono con me, riuscii a staccare le cinture e a trascinarlo fuori. Avevo nozioni di pronto soccorso e rianimai Lauda in attesa che arrivassero i medici, il volto era bruciato con il sottocasco incollato alla pelle. Non ci pensai, agii e questo lo salvò». Merzario non è un pilota che si è distinto solo una volta: lo fece in altre occasioni salvando i colleghi, lo fece a Monza nel 1978 con Peterson, che poi morì il lunedì dopo in ospedale per una embolia grassosa, lo fece nelle corse minori, quando a Magione salvò Alexandra Gallo, rimasta intrappolata nella sua monoposto: «È vero, ci sono stati altri episodi, nel mondiale endurance e in altre gare. Per me è naturale fermarmi e aiutare un collega. Quando vidi l’incidente di Niki avevo negli occhi quello di Williamson in Olanda. Fu lasciato bruciare vivo nella sua macchina e nessuno, a parte David Purley, provò a intervenire. Accadde a Jacky Ickx in Spagna nel 1970 e andò bene, capitò a Stewart in Belgio anni prima. In quel periodo era la norma. Io andavo contro corrente».
Da quel momento scattò l’era moderna della F1: il Nürburgring fu vietato alle corse da gran premio, cominciarono a spuntare le prime protezioni in pista, l’abbigliamento dei piloti antiincendio diventava sempre più sofisticato. E la tv imperava: «La gente vuole vedere le corse, non un funerale in diretta – diceva Bernie Ecclestone –. E siccome servono soldi per correre, uno sponsor non deve mettere i suoi quattrini su una bara, dobbiamo fare in modo che ciò non accada». A contribuire alla diffusione della F1 ci fu poi il rientro a Monza di Lauda e il litigio con Merzario: «Non abbiamo litigato, a Monza Niki doveva passare davanti alla mia tenda dove avevo il team. Passò, non mi salutò nemmeno. Ci rimasi male perché se non era per me, lui non sarebbe stato in pista ma in una tomba. Ci portammo il rammarico per anni, fino a quando Ecclestone in Germania mi invitò, in occasione del trentennale dell’incidente, a fare un giro in pista. Lì trovai Lauda. Ecclestone mi fece trovare un orecchio di plastica dietro il guard rail che io diedi a Niki dicendo: questo è roba tua. Ci abbracciammo, e siamo rimasti in contatto fino alla sua morte. Lo sentii al telefono il giorno prima, aveva capito che per lui era finita ma stava accettando la cosa con lucidità. Siamo stati amici-nemici, non ci siamo parlati per 30 anni e poi…». E poi quel giorno di agosto del 1976 nacque la F1 moderna fatta di tv, gossip, pubblico, comunicazione, sponsor, sicurezza nelle corse. E Arturo Merzario ne è stato uno dei protagonisti.

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