Proviamo ad ascoltare la "zona grigia" del Paese

Se ogni fatto è strumentalizzato e la politica si polarizza su posizioni estreme, lasciando campo libero agli ultrà, rischio è che il cittadino allergico agli estremi scelga l’inazione e il mutismo
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August 1, 2026
Proviamo ad ascoltare la "zona grigia" del Paese
Le proteste contro il progetto della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione a Chiomonte, in Val di Susa
«Chi me lo fa fare?» Chissà quanti se lo stanno chiedendo in questi giorni. Magari alcuni cittadini della Val di Susa, nuovamente teatro di violenze e tensioni No Tav. Probabilmente una buona parte di abitanti di una Bologna ancora ferita e sotto choc per gli scontri seguiti alla morte di Fakir. Ma forse quella domanda accompagna anche chi prova a informarsi, davanti a un telegiornale o tra le pagine di un giornale, per chi ancora ha l'abitudine di leggerlo. Esprimere dissenso civico e civile o anche solo esternare un’opinione di buon senso espone sempre più spesso al rischio di essere delegittimati, in un dibattito pubblico dominato dagli estremismi e dalla polarizzazione. Vecchia storia, si dirà, in un Paese che ha vissuto gli anni di piombo e del terrorismo nero e rosso. Eppure, la questione sembra piuttosto attuale alla luce di quanto sta accadendo nelle piazze fisiche (e virtuali) costellate da contrapposizioni e odio. Il punto non è solo la presenza di frange estremiste, che pure rappresentano una minaccia palese per il confronto democratico. C’è anche l’aspetto che vede in progressiva riduzione gli spazi sicuri per il cittadino comune, quello che vorrebbe poter discutere, criticare, manifestare, senza essere costretto ogni volta a scegliere nettamente un campo o una bandiera. Sembra essersi affermata una cultura dello schieramento permanente, in una logica da stadio in cui ci sono solo le due curve di ultrà.
Il problema è che il dibattito pubblico sembra aver perso la capacità di accettare posizioni non schierate. Si può essere contrari a una grande opera pubblica senza considerare nemici coloro che la sostengono.  Si può essere contrari a una grande opera pubblica senza considerare nemici coloro che la sostengono. Si possono riconoscere le ragioni di una protesta senza accettare che degeneri nel conflitto. Sono equilibri normali in una democrazia, ma oggi sembrano sempre più difficili da difendere. Un esempio di questa complessità arriva anche dal documento diffuso due giorni fa dal gruppo “Cattolici per la Vita della Valle”, in cui viene sì ribadito che ogni atto di violenza degli assaltatori No Tav debba essere perseguito ma si sottolinea anche necessità di non ridurre un conflitto politico e sociale alla sola dimensione dell’ordine pubblico. E si chiede di continuare a discutere delle ragioni ambientali, economiche e territoriali alla base della contestazione.
Anche esprimere solidarietà alle forze dell’ordine ferite negli scontri di una settimana fa in Val di Susa non dovrebbe essere una scelta di campo. Non dovrebbe imbarazzare una parte politica, né diventare un motivo di rivendicazione per l’altra. Allo stesso tempo, difendere il ruolo degli agenti non significa rinunciare al dovere di accertare eventuali errori o responsabilità. Chiedere giustizia e verità per la morte del 42enne di origine marocchina avvenuta al Pilastro è sacrosanto. Le due cose non sono in contraddizione: sono entrambe figlie dello Stato di diritto. Lo stesso vale per un’altra vicenda che ha acceso lo scontro politico nelle ultime settimane. La sentenza giudiziaria per un uomo che ha ucciso due rapinatori e ne ha ferito un terzo dopo un assalto alla sua gioielleria (il caso Roggero, ovviamente) non dovrebbe diventare automaticamente un trofeo da esibire nella battaglia tra schieramenti in perenne campagna elettorale. La giustizia non può essere affidata alle piazze o ai social, né può diventare terreno di competizione tra chi difende sempre gli stessi e condanna sempre gli altri. La polarizzazione produce soprattutto questo effetto: impone di prendere posizione prima ancora che i fatti siano stati ricostruiti. Se una vicenda si presta a essere strumentalizzata contro il proprio campo politico, si tende a cercare attenuanti o a smussare; se invece crea imbarazzi alla fazione avversaria, si passa automaticamente all’enfatizzazione e all’attacco. Così il dubbio diventa una debolezza, la prudenza una colpa e la ragionevolezza una patologia.
Ma una democrazia vive proprio grazie a quella “zona grigia” che gli estremismi vorrebbero cancellare. Il frequente appello di papa Leone XIV a “disarmare le parole” coglie la portata della posta in gioco. Il rischio più grande, alla fine, è che il cittadino allergico agli estremi scelga l’inazione e il mutismo. Non perché non abbia opinioni o soffra di sedentarietà, ma perché non vuole grane e percepisce che ogni parola o azione può essere usata contro di lui. Probabilmente gli oltranzisti e coloro che alimentano gli estremismi puntano proprio a silenziare il dissenso civico. La democrazia, invece, ha bisogno proprio di quei cittadini che non urlano più forte degli altri, ma preferiscono toni bassi e ragionamenti. Persone che sottovoce, pacatamente, si chiedono se è ancora possibile esprimere un’opinione, difendere un principio o tutelare un territorio con la forza della mobilitazione civile. Senza guerriglie.

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