Il Francesco inquieto di Preziosi tocca l’anima

Successo per il debutto alla Festa del Teatro di San Miniato de “La ferita, la letizia”, il monologo tratto dal libro di Davide Rondoni di cui l’attore cura è regista e interprete
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July 31, 2026
Il Francesco inquieto di Preziosi tocca l’anima
Alessandro Preziosi sul palco di San Miniato / foto Simone Borghini - Danilo Puccioni
Non il santo delle immagini oleografiche, ma un uomo attraversato da una domanda che continua a inquietare il presente. È questo il Francesco che Alessandro Preziosi porta in scena con La ferita, la letizia, il monologo tratto dall'omonimo libro di Davide Rondoni, presentato in prima assoluta all'80ª Festa del Teatro di San Miniato che si è conclusa giovedì sera. Un lavoro che intreccia gli ottant'anni della storica rassegna del Dramma Popolare dedicata al teatro dello spirito (e patrocinata dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione) con le celebrazioni per gli ottocento anni della morte del Poverello, evitando però il tono commemorativo per cercare, piuttosto, un confronto vivo con la sua esperienza umana. Prodotto dalla Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato, presieduta da Marzio Gabbanini, e dal Teatro Stabile d’Abruzzo, lo spettacolo è destinato a girare.
La domanda da cui tutto prende avvio è semplice e radicale: «È possibile una vita lieta?». Non una felicità superficiale, ma quella “letizia” che nasce dentro la ferita, attraversando il fallimento e la perdita. Rondoni restituisce un Francesco lontano dalla retorica: un giovane impetuoso, delusione del padre, innamorato della poesia trasmessagli dalla madre, capace di attraversare la prigionia, di incontrare un Papa e perfino un sultano, fino a scoprire che la vera rivoluzione non è la ribellione, ma il cambiamento dello sguardo.
Preziosi rompe subito il tradizionale schema del reading. Alcuni giovani scendono in platea, nella piazza del Duomo, coinvolgendo il pubblico sulle note dance di Another Point of View dei DB Boulevard; subito dopo, nel silenzio, risuona la voce di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura». È un cortocircuito che dichiara fin dall'inizio l'intenzione dello spettacolo: Francesco non appartiene al passato, ma continua a parlare all'oggi. Anche la partitura elettronica composta ed eseguita dal vivo da Giacomo Vezzani non accompagna semplicemente la narrazione, ne diventa parte integrante.
La regia sceglie la sottrazione. Nessuna ricostruzione agiografica, ma un attore solo davanti al pubblico, chiamato a dare corpo a una voce che attraversa i secoli in un confronto faccia a faccia. Preziosi evita la declamazione, cambia continuamente registro, passa dall'ironia all'invettiva, dalla tenerezza allo smarrimento. Così il testo di Rondoni dialoga naturalmente con Dante, Leopardi, Mario Luzi e con il Cantico delle Creature, senza il peso della citazione colta. Anche il confronto con “sorella morte” diventa uno dei momenti più intensi: la morte resta spiazzata dalla mitezza del santo, fino a essere vinta da quell'amore disarmato che costituisce il nucleo della sua testimonianza.
Il risultato è uno spettacolo che si sottrae ai luoghi comuni sul santo di Assisi. «Francesco non appartiene al passato, non è confinato ad Assisi: è dentro di noi», osserva Preziosi, spiegando come il progetto sia nato da una lunga sintonia con Rondoni e dal desiderio di condividere una riflessione sul sacro e sulle inquietudini del nostro tempo. «Mi sono confrontato con certe esperienze umane sempre attraverso l'arte. La poesia è stata la prima forma con cui mi sono misurato da ragazzo: Pessoa, poi Pavese. È il modo che ho trovato per dialogare con una modernità che mi ha profondamente colpito».
L'attore legge infatti la vicenda francescana come un continuo cambio di prospettiva. «Le grandi trasformazioni nascono quando qualcosa ci costringe a guardare la vita da un altro punto di vista», ci racconta. Più che la conversione religiosa, lo colpisce il passaggio umano: la scoperta di avere bisogno degli altri. È qui, secondo Preziosi, la forza di Francesco, che non costruisce mai un'impresa individuale ma una fraternità, senza attribuirsi meriti. Un tema che si inserisce naturalmente nel percorso artistico dell'attore, da oltre vent'anni impegnato a confrontarsi sulla scena con un altro grande santo, Agostino. «Le celebrazioni servono quando rianimano la memoria», osserva, «e permettono di conoscere davvero uomini che altrimenti resterebbero lontani dalla nostra esperienza». Per lui il teatro continua a essere soprattutto questo: un ponte tra vite che sembrano remote e domande che rimangono sorprendentemente contemporanee. La riflessione approda inevitabilmente al tema della fede. «Esiste una volontà superiore alla nostra – osserva Preziosi –. La grande lotta dell'ego è smettere di considerarci l'inizio e la fine di tutto. Noi siamo soltanto un ponte».
Se Preziosi restituisce sulla scena il corpo e la voce di questo dialogo con Francesco, Davide Rondoni ne indica la radice poetica. Il presidente del Comitato nazionale per l'ottavo centenario della morte del santo ci racconta che tutto nasce da un sodalizio artistico ormai consolidato. Quando il Dramma Popolare gli ha chiesto un testo per questa edizione, ha pensato subito di proporre a Preziosi, che ne è anche regista, di adattare La ferita, la letizia. «Mi fido dei drammaturghi – spiega –. L'ho imparato da Mario Luzi». Una fiducia che nasce da un'idea precisa: il teatro non è un contenitore della poesia, ma una delle sue forme naturali.
È una convinzione che attraversa tutto il suo lavoro. Per Rondoni il teatro italiano ha progressivamente smarrito il rapporto con la parola poetica, mentre proprio da quell'incontro potrebbe ritrovare una parte della propria vitalità. Per questo considera significativo che una manifestazione come quella di San Miniato abbia scelto di affidarsi a un poeta. «Sono cresciuto con Testori e Luzi – osserva – e non ho mai pensato che i miei libri fossero separati dalla scena. Le parole chiedono di essere dette, gli attori danno loro un'altra vita».
Anche il suo Francesco nasce da questa prospettiva. Non un personaggio esemplare da celebrare, ma «un uomo commosso», capace di sentirsi piccolo davanti all'immensità del reale e, proprio per questo, di chiamare Dio anzitutto «buono». È questa, secondo Rondoni, la forza del santo di Assisi: uno stupore che non appartiene soltanto alla fede, ma all'esperienza umana e che continua a parlare anche a chi vive il nostro tempo.
Lo confermano, a suo giudizio, anche le iniziative nate per l'ottocentenario. Mostre, musica, percorsi culturali e opere permanenti raccontano «un'esplosione di vita», segno che Francesco continua a suscitare creatività e confronto ben oltre la dimensione celebrativa. Alla domanda sul perché la sua figura rimanga così attuale, Rondoni risponde con una semplicità che riassume il senso dell'intero progetto: «Perché è un grande santo».

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