La lezione spagnola obbliga l’Italia del calcio a cambiare

Il Mondiale di calcio 2026 ci consegna una verità innegabile: la distanza tra il nostro pallone e quello delle grandi realtà nasce molto prima della Nazionale
Google preferred source
July 21, 2026
La lezione spagnola obbliga l’Italia del calcio a cambiare
Il rientro a Madrid della nazionale spagnola / Reuters
Hanno vinto giocando più e meglio degli altri. E ha prevalso nettamente un’idea precisa di calcio. Pianificata, verrebbe da dire “rigorosa”, pur nell’interpretazione latina del termine. L’immagine simbolo del Mondiale 2026 appena concluso è il trionfo della Spagna, che solleva al cielo la Coppa del Mondo e sigilla un’egemonia planetaria senza precedenti.
Dopo aver conquistato l’ultimo Europeo, le Furie Rosse hanno completato una doppietta storica, battendo l’Argentina in finale in una partita senza storia, e allungando una striscia d’invincibilità da capogiro: ben 38 partite consecutive senza sconfitte. Non si tratta soltanto di una vittoria sportiva, ma della consacrazione di un modello culturale e sportivo basato sulla programmazione e sulla scelta di un percorso virtuoso che valorizza i vivai e protegge i talenti di casa.
Impossibile non fare paragoni. Mentre la Spagna celebra il proprio monopolio sul calcio mondiale, l’Italia si ritrova ancora una volta a fare i conti con il suo spettro più doloroso: quello di uno spettatore malinconico che osserva da una finestra chiusa una festa a cui non è stato invitato. Per un’intera generazione di ragazzi, la maglia azzurra al Mondiale è ormai una leggenda raccontata dai padri. Guardare il grande banchetto del pallone da fuori, ci offre oggi un punto di vista impietoso e chiarificatore. Ci costringe a farci la domanda fondamentale che il nostro movimento non può più eludere: che cosa dobbiamo imparare da questo Mondiale e, soprattutto, dalla lezione spagnola?
Chi osserva a mente fredda può misurare i propri ritardi strutturali e capire quali scelte servano per evitare che l’Italia continui ad aggirarsi ancora a lungo ai margini del grande teatro internazionale. Il primo grande insegnamento che arriva dalla Spagna e da questo Mondiale è una lezione di coraggio e di fiducia nei propri vivai. Per comprendere l’ampiezza della forbice che separa il calcio azzurro dall’élite mondiale occorre mettere da parte le scuse tattiche e guardare la sostanza dei numeri. C’è un dato numerico spaventoso che da solo fotografa lo stato di fatto dei due movimenti: nella Liga il 66% dei calciatori titolari è di nazionalità spagnola; in Serie A, la quota di calciatori italiani titolari scende a un misero 33%. Esattamente due terzi dei titolari del campionato spagnolo sono selezionabili dalla nazionale, mentre in Italia due titolari su tre sono stranieri.
A questo si aggiunge un altro divario sui giovani: nell’ultima stagione, la percentuale di minuti concessi a calciatori Under 21 italiani nel nostro campionato è stata del 5,8%, contro il 13% della Spagna e il 18% della Francia. Questo divario non nasce per caso. Secondo i report del centro studi FIGC e Deloitte, gli investimenti nei vivai da parte dei club di Serie A rappresentano in media meno del 3% dei ricavi totali, contro il 7-9% dei club spagnoli e tedeschi. Inoltre, mentre in Spagna oltre l’80% dei club di prima e seconda divisione possiede centri sportivi di proprietà dedicati alle giovanili, in Italia siamo ancora sotto il 25%.
Il risultato finale è un ritardo formativo sistemico: l’età media di esordio in Serie A per un giocatore italiano è di 21,4 anni, contro i 18,7 anni della Spagna. Più di due anni e mezzo di ritardo ad alto livello agonistico costituiscono un handicap irrecuperabile sui palcoscenici internazionali.
La Spagna imbattuta da più di due anni insegna che la continuità di risultati è figlia di una visione dogmatica ma flessibile: l’identità viene prima del sistema. Dai settori giovanili Under 15 e fino alla selezione maggiore, i ragazzi spagnoli crescono imparando i medesimi principi: dominio dello spazio, coraggio nell’uno contro uno, tecnica in velocità e riaggressione immediata. Fenomeni come Lamine Yamal o Nico Williams non sono frutti casuali del destino, ma il prodotto di un sistema che non ha paura di lanciare un diciassettenne titolare in una finale europea o mondiale. Se in Italia, un errore di un ventenne all’esordio costa spesso tre mesi di panchina, in Spagna è considerato un “costo d’impresa” necessario all’interno del percorso di maturazione.
Ma la lezione di questo Mondiale non finisce a Madrid o Barcellona. L’incredibile percorso di nazioni emergenti come Marocco, Paraguay, Egitto e Norvegia dimostra che il calcio globale è diventato iper-competitivo, atletico e scientifico. Queste selezioni hanno dimostrato sul campo di aver imparato a combinare fame agonistica, preparazione atletica d’avanguardia e reti di scouting capillari capaci di valorizzare le diaspore. L’Italia, al contrario, è rimasta prigioniera di un sistema autoreferenziale e conservatore, lento nelle letture e pauroso di fronte ai cambiamenti.
Diventa così evidente a chiunque che per smettere di essere un fantasma iridato e ritrovare la nostra dimensione, il movimento italiano deve attuare una profonda conversione culturale basata su tre pilastri. Il primo potrebbe essere la tutela e la promozione del talento autoctono. Il dato del progressivo e drastico impoverimento di titolari italiani in Serie A è un allarme rosso da tempo. Servono incentivi economici e regolamentari diretti per i club che impiegano giocatori italiani e Under 21, rendendo conveniente la valorizzazione del vivaio rispetto all’acquisto di medio profilo estero.
La seconda riforma utile potrebbe essere l’introduzione dell’obbligo delle Seconde Squadre unito alla riforma della didattica. Le squadre Under 23 in Serie C devono diventare uno standard per la Serie A, eliminando la piaga dei prestiti infruttuosi. Contestualmente, la formazione giovanile dovrebbe smettere di insegnare la tattica esasperata ai bambini per tornare a formare la tecnica individuale, il dribbling e l’audacia personale.
Altra strada percorribile è la ricerca di una nuova identità tattica moderna: l’Italia non deve rinnegare la sua storica intelligenza strategica e la solidità difensiva, ma deve fonderle con i ritmi del calcio di oggi: intensità atletica, verticalità e riaggressione. La qualità tecnica senza ritmo, nel calcio contemporaneo porta diritti all’estinzione.
Il compito che attende il nuovo presidente federale Malagò è gravoso. Ma la scelta del nuovo commissario tecnico per una Nazionale che riparte dalla polvere (unico tema purtroppo che al momento sembra interessare i vertici del nostro pallone) è solo un tassello, peraltro quasi marginale. La verità è che il tempo dei rinvii è scaduto. La lezione della Spagna e di questo Mondiale è sotto gli occhi di tutti: il futuro appartiene a chi ha la visione e il coraggio di scommettere sui propri giovani. L’Italia possiede storia, passione e talento: deve solo ritrovare la volontà precisa di rimetterli al centro del villaggio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi