Francia-Spagna, la sfida che rivaluta l’Europa
La classe della squadra
di Deschamps contro la nuova verticalità della “Roja” sembrano riflettere il centralismo repubblicano di Parigi e il mosaico identitario di Madrid

«Franza o Spagna, purché se magna...». Non serve scomodare Francesco Guicciardini per ricordarci invece che l’Italia in questo Mondiale è stata esclusa persino dagli avanzi. Ma il palcoscenico non smette di affascinarci. Perché esistono partite il cui valore simbolico supera i confini della cronaca sportiva per addentrarsi nella storia e nella geopolitica.
Francia-Spagna, semifinaledi questa sera a Dallas, appartiene di diritto a questa ristretta aristocrazia. Novanta minuti (o forse più) basteranno a decidere chi staccherà il biglietto per sfidare in finale domenica Argentina o Inghilterra, in campo domani. Ma non basteranno per raccontare una rivalità che attraversa secoli di guerre, alleanze dinastiche, rivoluzioni, flussi migratori, letteratura e visioni del mondo. È un duello antico che muta continuamente pelle pur rimanendo fedele a se stesso: due nazioni sorelle e speculari che si osservano tra ammirazione e diffidenza, contendendosi la leadership culturale del Mediterraneo e il baricentro politico dell’Europa contemporanea.
Questa semifinale ha davvero le sembianze di un fiero promemoria. L’Europa, data troppe volte per stanca, ripiegata su se stessa o surclassata dall’esuberanza dei mercati emergenti, dimostra di saper ancora produrre il calcio più forte del pianeta. E lo fa attraverso due modelli che riflettono non solo due modi antitetici di interpretare il gioco del pallone, ma due concezioni distinte dello Stato, della società e dell’identità collettiva.
Da una parte il centralismo della Francia, erede dell’assolutismo del Re Sole e cementato dal giacobinismo illuminista della Rivoluzione: un’idea di Repubblica indivisibile che uniforma le diversità sotto un’unica bandiera. Dall’altra, la Spagna strutturata su identità plurali e autonomie storiche, dove Catalogna, Paesi Baschi, Galizia e Andalusia convivono in un equilibrio istituzionale complesso e fragile.
Due architetture istituzionali che trovano nel calcio la loro più limpida allegoria. La Federazione francese costruisce da decenni il proprio successo su un’idea “repubblicana” di assimilazione sportiva. La maglia dei Bleus è lo spazio geometrico in cui ogni specificità d’origine deve sfumare in nome del bene comune. Dal “Pallone d’oro” Dembelè all’implacabile Mbappé, la Francia ha fatto della propria selezione il laboratorio di una società multiculturale e post-coloniale. Una Nazionale che si fa carico di interpretare le tensioni delle banlieues e le complessità di una società inquieta, trovando nello sport l’ultimo grande linguaggio condiviso e unificante. La Spagna, al contrario, arriva alla sintesi della Roja soltanto dopo aver attraversato le faglie sismiche e le lacerazioni identitarie dei propri club. La rivalità atavica tra Real Madrid e Barcellona – il Clásico – non è mai stata una semplice questione di bacheche, ma la rappresentazione plastica di una frattura profonda: monarchia contro repubblicanesimo catalano, potere centrale contro rivendicazioni periferiche. Eppure, per un paradosso tipicamente iberico, quando i calciatori indossano la divisa della Nazionale, quel mosaico frammentato ritrova una coesione magnetica. È la formula che ha nutrito l’epopea d’oro tra il 2008 e il 2012, quando la Spagna impose al mondo la dittatura estetica del tiki-taka, un gioco basato su un possesso palla ipnotico, sulla pazienza e sulla geometrizzazione degli spazi.
Oggi, sul prato del Mondiale, quella filosofia originaria si è profondamente evoluta. La Spagna di Luis de la Fuente ha archiviato il possesso palla fine a se stesso per riscoprire una verticalità spaventosa, incarnata dall’elettricità generazionale di ali purissime come Lamine Yamal e Nico Williams. È una Roja che abbina la tradizionale qualità nel palleggio a una transizione offensiva fulminea, specchio di una Spagna giovane, aperta e spensierata.
Di contro, la Francia di Didier Deschamps oppone il culto del pragmatismo e della solidità difensiva. Per i francesi, il calcio resta un esercizio di pura potenza atletica, una gestione scientifica dei momenti della partita affidata alla classe spaziale dei suoi solisti e alla fisicità di un centrocampo muscolare. È lo scontro definitivo tra due scuole: la fluidità geometrica spagnola contro la cinica verticalità transalpina; l’anarchia controllata del talento contro il rigore della struttura.
Anche le traiettorie economiche si specchiano in questa semifinale: da un lato il motore storico e industriale francese, dall’altro la resilienza di una Spagna che, dopo le ferite della crisi del 2008, ha saputo reinventarsi fino a diventare uno dei modelli di crescita più dinamici del continente. Ma qualunque sia il verdetto del campo, questa sfida ha già assolto a una funzione più alta: ricordarci cioè che due nazioni che per secoli si sono combattute, spiate e imitate, oggi si confrontano sul terreno più civile possibile. Un prato verde dove la Storia può risolversi nella bellezza di una partita.
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