Minori online solo dopo i 13 anni: adesso anche la Ue prepara la sua legge

di Gabriele Rosana
La presidente von der Leyen: «Crediamo che spetti ai genitori e non agli algoritmi crescere i bambini». Nel mirino non solo i social, ma anche videogiochi e piattaforme di e-commerce
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July 14, 2026
Minori online solo dopo i 13 anni: adesso anche la Ue prepara la sua legge
La Ue annuncia che a settembre presenterà una proposta di legge per vietare i social ai minori di 13 anni
«Come non diamo ai nostri figli le chiavi della macchina prima che abbiano la patente, così tocca a noi stabilire a quale età possano accedere ai social». Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sceglie un esempio della vita di tutti i giorni per spiegare perché Bruxelles si prepara a mettere nero su bianco, subito dopo l’estate, delle restrizioni ai minori online. A cominciare dall’ipotesi di un divieto generalizzato sotto i 13 anni valido in tutta l’Unione, ritenuto «molto convincente» poiché «crediamo siano i genitori, e non gli algoritmi predatori, a dover crescere i bambini». In assenza di un’azione, invece, «un mondo in cui continuiamo a consentire alle Big Tech un accesso illimitato ai nostri figli non farà che condannare un’altra generazione a danni psicologici, dipendenza e sofferenza». L’Ue vuole così seguire l’esempio dell’Australia, primo Paese al mondo a introdurre per legge un’età minima per usare i social. Il punto di partenza è una relazione di circa 150 pagine elaborata dal gruppo di esperti sulla sicurezza dei minori in Rete che si è riunito tre volte tra febbraio e giugno, co-presieduto dallo psichiatra infantile tedesco Jörg Fegert e dall’epidemiologa francese Maria Melchior. «I giovani trascorrono tra le quattro e le sei ore al giorno davanti agli schermi, che nell’arco di una vita fanno quasi 20 anni», ha ricordato von der Leyen ricevendo il documento che dovrà ispirare la futura legislazione Ue, mentre «quasi il 60% dei bambini ha sperimentato problemi emotivi o psicosociali dovuti all’esperienza online», il che agli occhi dei genitori si traduce in «perdita di sonno, depressione, ansia, cyberbullismo ed esposizione a contenuti dannosi proprio mentre il loro cervello è ancora in fase di sviluppo».
Secondo gli esperti, il problema non riguarda solo i social, ma pure per alcuni modelli di intelligenza artificiale, siti di videogiochi e di e-commerce, capaci di tenere gli utenti di ogni età (e in particolare i più vulnerabili) “incollati” agli smartphone poiché presentano caratteristiche tali da generare dipendenza: dallo scroll infinito alla riproduzione automatica dei video, fino alle raccomandazioni altamente personalizzate che generano il cosiddetto “rabbit hole effect”. Appena venerdì scorso, chiudendo preliminarmente un’indagine, la Commissione ha ritenuto che questa sia alla base del funzionamento di Facebook e Instagram, e lo stesso aveva già concluso rispetto a TikTok. «In Europa, chi sviluppa un prodotto è responsabile della sua sicurezza. E ciò deve valere pure per le Big Tech», ha affermato la presidente della Commissione.
Il rapporto suggerisce all’esecutivo europeo un approccio graduale, differenziato per fasce d’età: nessun accesso libero agli schermi al di sotto dei tre anni (tranne precise eccezioni, come sfogliare foto o videochiamare i parenti), e poi dei paletti fermi per i minori di 13 anni, «che sono la categoria più vulnerabile». Questi ultimi, sui social e le altre piattaforme ritenute a rischio dovrebbero poter andare solo sotto la supervisione di un adulto - sia esso genitore, insegnante o babysitter - e per periodi di tempo limitati. Al di sopra di questa soglia, per i 13-18enni, il comitato non indica una soluzione univoca perché «non abbiamo abbastanza evidenze sull’impatto», e semmai raccomandano ai singoli Stati, in base alle sensibilità culturali, di adottare delle precauzioni affinché gli adolescenti possano navigare in maniera sicura, cioè senza le caratteristiche che creano dipendenza. In base a questo ragionamento, però, c’è il rischio concreto che un Paese più propenso all’azione (come Grecia o Francia) decida di vietare l’iscrizione alle piattaforme ai minori di 15 o 16 anni, mentre altri schierati per un approccio più liberale (dall’Estonia alla Finlandia) si fermino a 13, frammentando il mercato digitale Ue. Spetterà a von der Leyen trovare una quadra prima di settembre.
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