L'Italia dei “like” a Giuseppe Barboni, il manager giustiziere che ha pestato un migrante in strada
A San Benedetto del Tronto un seguace del generale Vannacci ha aggredito un uomo di origini irachene che stava bloccando la strada con la bici. E il Paese si divide tra chi parla di “squadrismo” (la politica) e chi invece applaude il gesto (ben 459mila followers)

«Non vendiamo lusso, vendiamo emozioni». Lo slogan della sua compagnia, il Luxury private group (case e aerei per pochi), condensa bene l’essenza del soggetto. Giuseppe Barboni è l’uomo del giorno nell’estate italiana, sempre assetata di personaggi da sbirciare scrollando lo smartphone sotto l’ombrellone. Sabato sera è balzato all’onore dei social pestando un immigrato iracheno che bloccava il traffico a San Benedetto del Tronto, con tanto di graziellona bianca messa di traverso sulle strisce pedonali. Barboni, manager di successo (tra i primi 100 ceo del mondo, rivendica lui sulla sua pagina Instagram citando Forbes), ex ufficiale di Marina, bon vivant e buon atleta (di lotta), nonché militante di Futuro Nazionale, non è andato per il sottile. Ha preso la bici e l’ha scagliata sul marciapiede. Ne è seguito un fitto conciliabolo, con l’iracheno ad argomentare le sue ragioni e lui ad ascoltarlo, con apparente pazienza, mentre finiva il gelato. Ma quando l’altro, gesticolando, gli ha fatto partire il cono, Barboni non ci ha più visto. Si è avventato sul malcapitato e lo ha steso a terra, colpendolo con una scarica di pugni. Poi ha postato il video della scena, ripresa da qualche amico. Apriti cielo. L’Italia digitale si è spaccata tra chi gridava al ritorno degli squadristi e chi invece lo applaudiva («Ha fatto bene» è stato il commento più sobrio). Sulla lettura del gesto pesa, inevitabilmente, la vicinanza del nostro al generale Vannacci, di cui replica i toni drastici e il fiero cipiglio nelle ospitate in radio e tv.
Già, perché Barboni a modo suo è già una star. Mediaticamente funziona, perché divide. Quanto a se stesso, si racconta dicendo di esser nato “per la spartanità, l’onestà e l’eleganza”, e ostentando con pari disinvoltura conquiste femminili, feste in yacht e buone entrature all’ambasciata Usa. Mentre la sua popolarità, nel bene e nel male, schizza alle stelle (459 mila follower), la politica lo isola con sospetta prontezza. Il sindaco di centrodestra di San Benedetto, Nicola Mozzoni, lo scarica: «La violenza non può essere una soluzione, prendiamo le distanze». A sinistra ovviamente sono più netti. Bollando le immagini come «intollerabili», la Cgil di Ascoli Piceno sottolinea che «farsi giustizia da soli non è mai una soluzione accettabile. Nessuno può sostituirsi allo stato di diritto». Barboni non ha in effetti pensato ad avvisare le forze dell’ordine: ha risolto l’impasse di persona, non si sa a che titolo. Ma liquidarlo come violento esibizionista sarebbe un errore, per due motivi. Primo, perché alcuni mesi fa, a Cannes, ha salvato un milionario armeno (e il suo orologio da 400 mila euro) dall’aggressione in strada di quattro balordi. Troppo semplicistico, dunque, etichettarlo come becero razzista. Secondo, perché in giro iniziano a esserci un po’ troppi giustizieri della notte. C’è chi pattuglia la stazione Termini filmando i disperati che la assediano, chi invece va oltre prendendoli a sprangate. Sul Garda, a Peschiera, l’ormai tradizionale “adunata di maranza” quest’anno non c’è stata. Accanto ai blindati della polizia, dopo le tensioni dell’anno scorso, sono spuntati anche ragazzotti di estrema destra per tenere alla larga i giovani nordafricani in vena di provocazioni. E a Verona, dal 10 al 13 settembre, si terrà “Alla festa della rivoluzione”, evento fortemente identitario il cui titolo è tutto un programma. Tira insomma una brutta aria, da fermare il prima possibile. Senza evocare fascismi o buonismi, semmai affrontando seriamente la questione dell’ordine pubblico e dell’integrazione degli immigrati. Temi complessi e certamente fuori stagione, però. Più facile continuare a “scrollare” i social sotto l’ombrellone e applaudire chi sceglie le vie brevi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





