A Firenze c'è un Medio Oriente che sta “re-immaginando” la pace

Riprende slancio nella città di La Pira, con il festival "Re-imagine Peace", l'impegno di israeliani e palestinesi che lavorano insieme per arrivare a una soluzione condivisa del conflitto
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July 13, 2026
A Firenze c'è un Medio Oriente che sta “re-immaginando” la pace
La serata conclusiva del festival. Sul palco, all'Anfitetatro delle Cascine a Firenze, i direttori artistici Noa, Mira Awad e Gil Dor assieme ai musicisti e ai cantanti impegnati a favore della pace
Quello concluso ieri sera è solo l’inizio del viaggio che porterà Re-imagine Peace il festival che ha riunito a Firenze artisti e attivisti israeliani e palestinesi dal 10 al 12 luglio – a bussare alle porte di altre città in Europa e nel mondo. È la promessa con cui la cantante Achianoam Nini, in arte Noa, ha chiuso la serata del concerto finale all’Anfiteatro delle Cascine, dopo essersi esibita con gli altri due codirettori artistici – il chitarrista Gil Dor e la cantautrice araba Mira Awad – e aver condiviso il palco con chi, da una parte e dall’altra, mette in musica il dolore, la rabbia e le speranze di chi vive in Terra Santa. Ma non solo. Al loro fianco, anche, se virtualmente, con dei videomessaggi, sono arrivate le voci e i volti delle realtà israelopalestinesi impegnate sul campo: il Parent’s Circle - Familes Forum, che riunisce chi ha perso un familiare a causa della guerra, le donne di Women Wage Peace e Women of the San, autrici della Mother’s Call, appello a istituzioni e società civile “partorito” dopo 9 mesi di lavoro congiunto. E ancora le organizzazioni Breaking the Silence, Standing Together, Combatants for peace, Gaza support network e molte altre, parte della coalizione "It's Time", che, anche dal loro “People peace summit” a Tel Aviv, si rivolgevano al festival di Firenze, determinate a costruire dal basso un’opinione pubblica che in Israele possa fare la differenza, anche «con il vostro supporto», chiedono.
Tra i contributi proiettati, anche un videomessaggio arrivato dalla Striscia di Gaza
«L’ascolto», in questo, rimane «uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo a disposizione», perché permette di «riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro», rimarca sul palco il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Serve «il coraggio dell’empatia», «la forza enorme di uscire dalle narrazioni che ci riassicurano», «dai confini dalle nostre comunità». Poi, da parte del cardinale, «una parola per i religiosi», che fa sua quella già pronunciata da Leone XIV: «Quando la religione viene utilizzata per giustificare l’odio e la violenza, tradisce la sua vocazione più profonda ed è il peccato più grave del nostro tempo». Da qui, alcuni principi che possono tracciare la strada per un futuro di pace: «La vita è sacra», «la violenza non può essere il destino inevitabile di nessun popolo», «la sicurezza degli uni non dovrebbe richiedere la disperazione degli altri», «la giustizia e la pace non sono alternative, ma camminano insieme» e «la speranza, anche quando sembra fragile, resta una responsabilità. Perché c’è qualcosa di profondamente umano nel continuare a credere che il domani possa essere migliore dell’oggi».
 il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, sul palco di Re-imagine Peace, il 12 luglio all'Anfiteatro delle Cascine di Firenze
 il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, sul palco di Re-imagine Peace, il 12 luglio all'Anfiteatro delle Cascine di Firenze
Organizzare Re-imagine Peace, d’altronde, «è stata la mia salvezza», confida Noa durante la serata finale, «io mio antidoto alla disperazione e alla depressione». È stata la scelta di chi vuole essere «una candela nell’oscurità», dice. Flebile, magari, ma mai arresa. A renderlo possibile, dopo il 7 ottobre, è stato un concerto organizzato nel 2024 dalla comunità ebraica fiorentina. Allora, «era difficile anche cantare, non riuscivo a far uscire la voce dalla gola. Piangevamo di continuo, eravamo così angosciati e frustrati…», spiega ad Avvenire. Poi la svolta, quando davanti a sé al Teatro Verdi di Firenze ha visto in prima fila il rabbino capo Gadi Piperno, l’imam Izzedin Elzir e l’arcivescovo della città Gherardo Gambelli. Risultato di un percorso di pace partito da lontano. «Non c’era ancora stato il Concilio Vaticano II quando La Pira promosse l’amicizia ebriaco-cristiana a Firenze, erano gli anni ’50», spiega la presidente della Fondazione Giorgio La Pira Patrizia Giunti. È anche a lui quindi che il festival ha guardato. Sabato scorso, alla Badia fiorentina, dove il sindaco santo organizzava la “Messa del povero”, Noa ha messo in musica il discorso lapiriano del 1954 al Comitato della Croce Rossa, a Ginevra. «La guerra è impossibile», sosteneva difronte allo sviluppo dell’arma atomica – che aveva portato l’umanità su sul «crinale apocalittico della storia» –, «la pace è inevitabile», pena la scomparsa del genere umano.
In quella chiesa, Bushra Awad, palestinese di Beit Ummar, vicino a Hebron, e Robi Damelin, israeliana, membre del Parents Circle, organizzazione che dopo il 7 ottobre ha accolto 100 nuovi membri, lo sostengono assieme a lui, mentre accanto alla sua foto chiedono di esportare, sostenendoli, gli sforzi di pace dalla loro terra invece del «conflitto che genera odio», come accade quando, superficialmente, le opinioni pubbliche si schierano dall'una o dall'altra parte. Sabato scorso, il dolore è ancora troppo per parare dei figli delle due madri, Mahmoud, colpito a morte da soldati israeliani per essere uscito in strada mentre venivano demolite alcune abitazioni, e David, ucciso da un cecchino palestinese ad un posto di blocco. Viene data voce allora alla vita che continua a scorrere: programmi di «narrazione parallela» del conflitto, campi estivi per i giovani e corsi di sartoria e per estetiste che possano rendere le donne indipendenti. C’è anche qualche battuta d’arresto: «Si è interrotto un corso di cucina che si tiene a Tel Aviv e a Beit Jala – vicino Betlemme ndr –, dove donne israeliane e palestinesi si conoscono, si scambiano le ricette e creano assieme nuovi ricettari – spiega Bushra Awad –. Le palestinesi non possono muoversi verso Tel Aviv e le israeliane sono troppo spaventate adesso per venire a Beit Jala». Il Parents Circle, però, non si ferma: «Abbiamo continuato ad incontrarci anche l’8 ottobre, il 9 ottobre, il 10 ottobre», sottolinea Robi Damelin.
Da destra la moderatrice Claudia Mazzucato, Bushra Awad, Robi Damelin (in piedi) e la traduttrice dell'incontro alla Badia fiorentina
Da destra la moderatrice Claudia Mazzucato, Bushra Awad, Robi Damelin (in piedi) e la traduttrice dell'incontro alla Badia fiorentina
Anche perché The future is peace. Maoz Inon, che ha perso i genitori nell’attacco del 7 ottobre, e Aziz Abu Sarah, il cui fratello ha perso la vita in un carcere israeliano, ne sono più che certi: il libro che hanno presentato l'11 luglio al Teatro Nazionale di Firenze, e che arriverà in Italia nel febbraio del 2027, ne mette in ordine le prove raccolte in un viaggio per la Terra Santa che si estende nel tempo e nello spazio: «Ogni conflitto arriva alla sua conclusione», spiegano. Nelle loro pagine, «non ci sono censure. Abbiamo pubblicato tutto ciò che le persone incontrate ci hanno detto. È un libro scomodo». Ma è un tassello di ciò che serve per arrivare alla pace «nel 2030». Traguardo che si erano prefissati all'inizio del loro lavoro congiunto, da cui è nata l'organizzazione "InterAct", e che ora chiede dal basso di «fare pressione sui governi, perché il diritto internazionale venga rispettato». Con un incoraggiamento: «Due settimane prima della conclusione di molti conflitti o eventi spartiacque, come la caduta del muro di Berlino, nessuno avrebbe detto che la pace sarebbe stata possibile – spiega Maoz Inon –. Se tutti inizieremo a fare qualcosa, non avremo la pace il giorno stesso, non la avremo il giorno dopo. Ma magari arriverà dopo due settimane».
Papa Francesco con Aziz Abu Sarah e Maoz Inon in una foto proiettata al teatro Nazionale. Un incontro reso possibile anche grazie al lavoro congiunto con "Avvenire". In basso, da destra Mira Awad, Aziz Abu Sarah, Maoz Inon e la traduttrice dell'incontroAziz Abu Sarah con il fratello in una foto proiettata al Teatro Nazionale. In basso, da destra Mira Awad, Aziz Abu Sarah, Maoz Inon e la traduttrice dell'incontroI genitori di Maoz Inon in una foto proiettata al Teatro Nazionale. In basso, da destra Mira Awad, Aziz Abu Sarah, Maoz Inon e la traduttrice dell'incontro
Papa Francesco con Aziz Abu Sarah e Maoz Inon in una foto proiettata al teatro Nazionale. Un incontro reso possibile anche grazie al lavoro congiunto con "Avvenire". In basso, da destra Mira Awad, Aziz Abu Sarah, Maoz Inon e la traduttrice dell'incontro

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