Il presidente più potente al mondo ha un colossale conflitto d'interessi. Eppure non fa scandalo
I guadagni ottenuti da Trump con le criptovalute (e non solo) hanno diviso l'opinione pubblica americana, tra sostenitori di una "storia di successo" e detrattori. Non è il primo caso: basti pensare prima a Silvio Berlusconi e oggi a Nigel Farage o allo stesso Zapatero. Ecco perché il potere assoluto tende a corrompere e, nello stesso tempo, perché tutto questo viene tollerato

Fare il presidente degli Stati Uniti è un mestiere pericoloso. Donald Trump l’ha vissuto sulla propria pelle: un proiettile l’ha ferito all’orecchio, altri complotti (più o meno concreti) sono stati sventati e ora arriva la segnalazione da Israele di un potenziale piano iraniano per eliminarlo. A quale retribuzione dovrebbe corrispondere tale rischio? Il capo della Casa Bianca percepisce uno stipendio annuo lordo di 400.000 dollari, fissato dal Congresso nel 2001 e mai più rivisto. Già nel suo primo quadriennio, Trump aveva dichiarato di voler trattenere simbolicamente un dollaro all’anno, devolvendo il resto ai dipartimenti federali. E continua a farlo oggi. Un bel gesto, senza dubbio, se non fosse che quei 400.000 dollari cui rinuncia rappresentano lo 0,02% degli oltre 2 miliardi di dollari di redditi resi pubblici dal leader americano per il solo 2025.
Come le cronache hanno ampiamente riportato, la sua dichiarazione annuale indica che la quota più consistente deriva dal settore delle criptovalute, con circa 800 milioni di dollari legati alla piattaforma World Liberty Financial e circa 635 milioni provenienti dalla vendita dei memecoin $TRUMP. Ai ricavi delle attività digitali si aggiungono quelli delle tradizionali imprese immobiliari e alberghiere del gruppo, in particolare resort e campi da golf, oltre a proventi da licenze commerciali, merchandising e da alcune transazioni favorevoli in cause civili (non di rado contro i media).
Il presidente ha spiegato di non gestire direttamente i propri investimenti, affidati a un trust amministrato dai figli e da gestori esterni. A suo dire, l’aumento di valore degli asset familiari riflette il buon andamento delle Borse nel periodo, che «sta arricchendo tutti gli americani». Una spiegazione riduttiva, poiché la quota maggiore delle entrate proviene dalle attività nel settore crypto. Non è comunque difficile individuare possibili conflitti d’interesse tra l’esercizio dell’ufficio pubblico e il mantenimento di un vasto impero economico privato. Nello specifico, le criptovalute riconducibili alla famiglia hanno beneficiato della visibilità e dell’influenza associate alla massima carica degli Stati Uniti.
Trump non è certo il primo capo di governo che nelle democrazie contemporanee si muove sullo stretto crinale tra il vantaggio di un patrimonio ampio per farsi spazio in un mercato elettorale sempre più “costoso” e le tentazioni di sfruttare la posizione raggiunta per arricchimenti più o meno legittimi. L’entità dei suoi guadagni si spiega soprattutto con la combinazione di notorietà globale del presidente, forte espansione dei nuovi veicoli finanziari e leva speculativa propria di tali strumenti.
Non sembra questo, però, il punto centrale. La trasparenza cui il sistema americano impegna anche un leader riottoso alle regole come il 47° presidente spinge a riflettere sulle dinamiche dei sistemi politici e su come affrontarne alcune derive. La prima notazione riguarda il modo in cui reagiscono i cittadini. Il conflitto di interessi indigna e turba gli avversari di Trump, mentre gli ingenti guadagni confermano le sue capacità agli occhi dei sostenitori, per nulla invidiosi, anzi, stimolati dal suo esempio. Non è molto diverso da ciò che accadde in Italia con Silvio Berlusconi, il cui percorso dall’impresa alla politica si fondò in modo importante sull’ampia disponibilità economico-mediatica e fu segnato dal ricorrente tema dell’interferenza tra attività private (mai veramente separate) e funzione pubblica. Pure in quel caso, per i suoi molti elettori il fondatore di Forza Italia era un uomo di successo, mentre per i detrattori un “corruttore” delle istituzioni.
Un altro caso indicativo è oggi quello di Nigel Farage, leader dei nazionalisti britannici di Reform UK, paladino della Brexit, nella bufera per cospicue e opache donazioni ricevute a titolo personale senza adeguata rendicontazione. Forte dei sondaggi a suo favore, Farage si è dimesso dal Parlamento e si ricandiderà nell’elezione supplettiva per il suo seggio, volendo dimostrare che gode di un consenso diffuso. Probabilmente, i fatti gli daranno ragione. Ma non accade solo negli schieramenti che potremmo chiamare di centrodestra. In Spagna, le inchieste per traffico d’influenze e riciclaggio sull’ex premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero, un tempo icona del progressismo sui diritti civili, prospettano (pur nella presunzione di innocenza) un possibile triste sfruttamento delle relazioni accumulate al fine di arricchimento. Anche il suo “allievo” e successore Pedro Sánchez è alle prese con rilevanti accertamenti giudiziari a carico della moglie e numerosi collaboratori. Queste vicende non sembrano avergli alienato il nucleo più fedele della propria base (consolidata grazie alla linea di autonomia da Trump), ma fanno crescere i consensi dei populisti di Vox.
Sul piano umano, è sempre valida la celebre riflessione di Lord Acton, storico e già parlamentare britannico, che nel 1887 scriveva al vescovo Mandell Creighton: «Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente», dove il realismo lasciava poi spazio al pessimismo: “I grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi”. Ma non c’è bisogno di sottoscrivere la seconda affermazione per comprendere che siamo di fronte a un’emergenza politica e antropologica. Da una parte, dobbiamo evitare che la libera e aperta competizione per i posti di comando si restringa inesorabilmente a coloro che dispongono di risorse tali da monopolizzare la corsa e deformarla in un senso antidemocratico. Il risultato sarebbe l’esclusione dei portatori di progetti credibili e benefici ma non sostenuti da una macchina propagandistica adeguata agli standard della comunicazione pubblica che si vanno imponendo. Un corollario è inoltre, come si è visto, il circuito perverso di soldi che chiamano soldi, sigillando così il potere delle nuove élite e rendendolo almeno parzialmente impermeabile allo scrutinio pubblico e al ricambio.
Dall’altra parte, si riscontra un effetto di polarizzazione e divisione ideologica, sempre più evidente negli Stati Uniti, cui anche l’Europa non è estranea. La volontà di avere la meglio sul “nemico” interno tende così a sminuire il rispetto delle regole e delle procedure generali. A ciò si somma il desiderio di ottenere efficienza e rapidità decisionale, anche a scapito delle garanzie universali e dei diritti delle minoranze. Di conseguenza, si finisce spesso con il sottovalutare, o ignorare del tutto, i piccoli e grandi smottamenti che mettono progressivamente a rischio le nostre democrazie. Servono, certo, meccanismi istituzionali, come processi trasparenti, limiti espliciti e controlli incrociati. Tuttavia, senza una consapevolezza profonda del valore di una politica come servizio alla collettività, e non come mezzo di affermazione di un singolo o di una parte, sarà sempre più difficile contrastare lo spostamento verso un modello che avvantaggia pochi con l’ignaro supporto di molti.
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