Cercasi gravità politica permanente: la sfida dei partiti di centro (ma quanti sono?)

Fuori dal campo largo Calenda e Marattin. Dentro, il patto Renzi-Schlein. Ma anche Onorato, sostenuto da Conte e Bettini. Spadafora:
«Basta leader costruiti nei salotti, serve invece una costituente aperta»
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July 12, 2026
Matteo Renzi e Carlo Calenda all'apertura della campagna elettorale del Terzo Polo nel 2022
Matteo Renzi e Carlo Calenda all'apertura della campagna elettorale del Terzo Polo nel 2022 /ANSA
Si osservano, si studiano, talvolta ammiccano ma più spesso si criticano. Valutano rischi e opportunità. Si piacciono? Insomma. Eppure la famiglia sembrerebbe varia ma compatibile: riformisti, popolari, progressisti moderati, cattolici di sinistra, liberaldemocratici. O no? Forse invece sono più diversi di quanto si possa pensare. Di sicuro c’è che il Centro, qualunque cosa voglia dire in quest’epoca di volatilità politica, non è mai stato così affollato e allo stesso tempo così diviso. Di centri, in realtà, ce ne sono almeno tre. E no, non sono proprio la stessa cosa. Carlo Calenda , Luigi Marattin e forse Pina Picierno (secondo la previsione di diversi parlamentari piuttosto navigati), credono ancora che ci sia spazio per un terzo polo alternativo al centrosinistra, dal quale comunque hanno attratto diversi esponenti in quota riformista, e al centrodestra. Ma loro sono dei «liberal», taglia corto un deputato d’area, e «non c’entrano nulla con noi». Dove il “noi” è inteso come lascito del Partito popolare, quello che poi confluì nel Pd dopo il passaggio della Margherita. Anche se, in realtà, tra i fondatori di Azione c’è Matteo Richetti , che nasce politicamente proprio nella Margherita. E tra i dirigenti del partito di Calenda ci sono esponenti del popolarismo come Ettore Rosato , Elena Bonetti , Emma Fattorini. La prima frattura è questa, plasticamente rappresentata dall’intenzione di rimanere al di fuori del perimetro dell’attuale centrosinistra. Ma anche lì dentro, nel campo largo per intenderci, c’è una separazione. Questa volta di tipo tattico. Del resto non è più un segreto: da una parte c’è l’asse Elly Schlein-Matteo Renzi , «un patto che terrà e non è scritto sulla sabbia», confida un senatore. Dall’altra Giuseppe Conte , assieme al frutto di quella che ormai tutti chiamano “l’operazione Bettini”, nel senso dello stratega dem Goffredo Bettini : la costruzione di un centro attorno all’assessore romano Alessandro Onorato e al suo Progetto civico Italia. Entrambi sono tentativi di chi sta dentro il campo largo di accreditarsi davanti all’elettorato moderato. Ma in gioco c’è molto di più: la leadership della coalizione. Sia la segretaria dem sia il presidente pentastellato hanno bisogno di un appoggio centrista per scalarla. Anche se, per quanto riguarda Conte, la speranza è quella di riuscire sostituire Renzi e i renziani con una nuova formazione riformista e civica. Una mossa necessaria per non scontentare l’ala del Movimento che con il fondatore di Italia viva-Casa riformista non vuole avere nulla a che fare. Le continue uscite di Chiara Appendino sul punto lo dimostrano. Renzi, però, non si scompone. L’accordo con Schlein c’è, ma se anche dovesse essere scalzato, se ne farà una ragione. Il fatto che, mentre a Napoli partiva la piattaforma programmatica del campo largo, lui abbia iniziato la sua mobilitazione nazionale per reintrodurre le preferenze, fa capire quale sia lo stato d’animo: se mi volete bene, se volete qualcun altro farò da solo. Certamente non tornerà a bussare alla porta di Calenda: «Non vuole farlo e non lo farà mai», assicura una fonte vicina all’ex premier. E d’altro canto, per dirla con Marattin, uno che ha già provato a convincerlo nel passato recente e spera ancora che si ravveda, «c’è un numero di volte limitate in cui uno può fare avanti e indietro».
In ogni caso l’ex premier mantiene una posizione granitica. E in questo senso è abbastanza rivelatrice l’intervista di Maria Elena Boschi sul Messaggero di mercoledì scorso, in cui sembrava invitare Onorato a entrare in Casa riformista, augurandogli «ogni successo» in caso di rifiuto. Parole non gradite all’interessato, che si è detto «meravigliato» dall’uscita «dell’amica», perché tra unire e annettere, ha argomentato, la «via giusta» è la prima. Tornando a Conte, il presidente del M5s potrebbe contare anche sul sindaco di Napoli Gaetano Manfredi , che è stato ministro di un suo governo (Università e Ricerca). Ed è anche presidente dell’Anci, quindi nella posizione giusta per compattare il fronte dei sindaci d’area. Tra questi c’è Silvia Salis , prima cittadina di Genova, astro nascente del progressismo, che in molti vedrebbero bene come sfidante di Giorgia Meloni (lei peraltro non ha escluso di accettare l’onere e l’onore, nell’eventualità che le venisse proposto). Completano il quadro gli altri nomi che gravitano attorno a questo mondo. Il primo, evocato da più parti come federatore del futuro centrosinistra, è Ernesto Maria Ruffini (vedi intervista sotto), cattolico democratico, ex direttore dell’Agenzia delle entrate e figlio di un esponente storico della Dc, Attilio, più volte ministro: «Intelligente, capace e perbene», lo descrive Bruno Tabacci , uno degli ultimi superstiti della scuola Dc ancora in Parlamento. A proposito di Tabacci, va segnalata la sua recentissima uscita dal gruppo del Pd (dove però era stato eletto come indipendente) e l’approdo al Misto. Un gesto dal significato ancora indecifrabile dal punto di vista della strategia futura, ma indubbiamente figlio di una certa insofferenza che il deputato non ha nascosto: «Considero indispensabile contribuire alla costruzione di uno spazio politico diverso, capace di parlare anche a chi si riconosce nell’alternativa alla destra senza sentirsi rappresentato dal Pd. La destra non si batte restringendo il campo. Si batte allargandolo».
Ma c’è anche Vincenzo Spadafora , con la sua associazione, Primavera, anche lui ex ministro di Conte (Sport), il quale però ha già fatto capire che quello di Onorato non è proprio il modo migliore di procedere: «Faccio una critica al metodo, non alle persone: quando Onorato dice “io sono qui, chi vuole si aggreghi”, non sta costruendo un processo aperto. Basta leader costruiti nei salotti. La strada giusta è una costituente civica e politica, aperta, seria, radicale nelle proposte e che parta dal basso, larga nella partecipazione». Scenario, quest’ultimo, che però non sembra affatto gradito ai due leader principali del campo largo. E con la campagna elettorale alle porte (e una legge elettorale ancora in forse), apparentarsi con chi è già salito a bordo potrebbe essere alla fine una scelta obbligata.

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