Tra gli sfollati
di Akobo, in Sud Sudan, dove la pace dura finché piove

di Paolo M. Alfieri, inviato ad Akobo (Sud Sudan)
A est del Paese 100mila persone sono dovute fuggire per gli scontri tra esercito e forze dell’opposizione. Solo il maltempo, per ora, è un alleato: «Dormivamo sotto agli alberi, quando siamo tornati non c’era più niente»
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July 12, 2026
Tra gli sfollati
di Akobo, in Sud Sudan, dove la pace dura finché piove
Finché continuerà a piovere saranno al sicuro. Finché quest'acqua scenderà dal cielo e trasformerà Akobo in un labirinto di fango, gli uomini armati faranno più fatica a tornare. Qui, nell'estremo est del Sud Sudan, a pochi passi dall'Etiopia, la stagione delle piogge è diventata l'alleata più improbabile della pace. Una tregua fragile, destinata a durare quanto una nuvola. Lo sanno bene gli oltre centomila abitanti rientrati a giugno nelle loro case dopo due mesi e mezzo di fuga. Sono tornati e hanno trovato gran parte della città devastata, privata di tutto. Come il loro Paese, indipendente da 15 anni eppure ancora prigioniero di una guerra che cambia intensità, ma non finisce mai.
L'arrivo ad Akobo di un piccolo velivolo di MSF con aiuti per la comunità locale
L'arrivo ad Akobo di un piccolo velivolo di MSF con aiuti per la comunità locale
Per arrivare fin qui bisogna sorvolare un'Africa che sembra una promessa. Dalla capitale Juba, prima un piccolo bimotore del servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite fino a Bor, poi oltre un'ora di elicottero. Dall'alto il verde sembra cancellare ogni confine: i corsi d'acqua si intrecciano nella savana, la stagione delle piogge restituisce l'immagine di una terra fertile. Poi l'elicottero comincia ad abbassarsi. Compare Akobo, una pista d'atterraggio che è solo una striscia di terra e fango. Poco più in là, gruppi di tukul, le tradizionali capanne circolari coperte da tetti di paglia, donne chine sui focolari alimentati dalla legna, bambini che attraversano scalzi le pozzanghere. Chi possiede una mandria di bovini è considerato fortunato. Per tutti gli altri la vita dipende dalla terra, dalla pesca e da un raccolto che il clima rende ogni anno più incerto.
Gruppi di tukul, le tradizionali capanne circolari coperte da tetti di paglia
Gruppi di tukul, le tradizionali capanne circolari coperte da tetti di paglia
«Quando siamo tornati non c'era più niente – racconta Nyaruot, 20 anni –. Abbiamo ricominciato senza un letto, senza pentole, senza nulla». Poco distante, nel reparto maternità dell'ospedale di Medici senza frontiere, Nyakhor Deng, 28 anni, stringe il figlio nato qui il giorno prima, lo ha chiamato Kolmachar. «Quando sono iniziati gli scontri ero incinta. Abbiamo camminato a lungo per raggiungere un luogo sicuro, dormivamo sotto gli alberi, molti anziani e bambini sono morti, molti mangiavano soltanto foglie e frutti selvatici. Nessuno ci dava da mangiare. Oggi almeno l'ospedale ha riaperto: è già una speranza».
Hanno cercato rifugio oltre il confine etiope, oggi sono di nuovo qui. Ad Akobo si ha spesso la sensazione di trovarsi in un luogo dimenticato, ma quasi tutti si fanno avanti per raccontare la loro storia. Non cercano compassione, vogliono soltanto che qualcuno, fuori da qui, sappia. «Da sfollati condividevamo tutto quello che avevamo», racconta ancora Nyaruot. Era alla sua prima gravidanza. Quando la incontriamo in ospedale ha appena perso il bambino al quinto mese. «Avevo la febbre alta. I medici dicono che non è stato lo stress della fuga la causa diretta dell'aborto, ma tutto quello che abbiamo vissuto ha certamente pesato sul mio corpo. Bevevamo la stessa acqua in cui ci lavavamo, pensavamo a chi non ce l’aveva fatta. Quando sono tornata, il mio tukul era stato distrutto. Qui si ricomincia da zero. Se non hai niente, parti dal niente».
A sinistra, Nyaruot, 20 anni, ricoverata nell'ospedale di MSF ad Akobo
A sinistra, Nyaruot, 20 anni, ricoverata nell'ospedale di MSF ad Akobo
Akobo si trova nello Stato di Jonglei, l'epicentro della nuova crisi che sta riportando il Sud Sudan sull'orlo di una guerra civile aperta. È anche uno dei principali centri dei nuer, la comunità che qui rappresenta la grande maggioranza della popolazione. Nell'ultimo anno almeno un migliaio di civili sono rimasti uccisi nel fuoco incrociato. E quando tacciono le armi dell'esercito e delle forze di opposizione, restano le incursioni dei gruppi armati locali: razzie di bestiame, rapimenti di bambini, reclutamenti forzati, violenze sessuali. Una violenza che continua a colpire soprattutto chi non impugna un'arma. A marzo, dopo un ultimatum, l'esercito fedele al presidente Salva Kiir è entrato ad Akobo per riprenderne il controllo. Le forze di opposizione, legate all’ex vicepresidente Riek Machar e radicate soprattutto nelle aree a maggioranza nuer, si sono ritirate, prima di tornare e riconquistare la città. Nelle ore precedenti gli scontri l'ospedale era stato saccheggiato, le case svuotate una a una, i campi abbandonati. L'Etiopia è distante poco più di mezz'ora a piedi, basta attraversare il fiume Pibor. Molti hanno dormito per settimane sotto gli alberi oltre il confine, riparandosi con teli di fortuna o costruendo rifugi improvvisati con rami e foglie. Non hanno trovato quasi nulla. Nessuna assistenza sanitaria, pochissimo cibo, acqua raccolta direttamente dal fiume. Per tutti, tornare ad Akobo ha significato ricominciare da zero.
Pioggia a dirotto sull'ospedale di MSF ad Akobo
Pioggia a dirotto sull'ospedale di MSF ad Akobo
Nel reparto maternità il silenzio è rotto soltanto dal pianto dei neonati, l'odore del disinfettante si mescola a quello della terra bagnata che entra dalle finestre aperte. Fuori continua a piovere a dirotto. Dopo gli scontri restavano solo le mura: letti, medicinali, apparecchiature erano spariti nel saccheggio. L'11 maggio ha riaperto grazie al ritorno di una prima squadra di Msf: da allora è tornato a essere l'unico luogo dove migliaia di persone possono ricevere assistenza. Ogni giorno arrivano donne incinte da tutta la zona dopo ore di cammino, bambini malnutriti, malati che avevano interrotto le cure durante la fuga. «Quando siamo arrivati c’era da rimettere tutto in sesto», racconta il medico nigeriano Anwal Bazam Adamu, 33 anni, esperto di salute pubblica. «Cercavamo tra gli scaffali della farmacia razziata quello che poteva ancora essere utilizzato. Nei primi giorni i pazienti dormivano sul pavimento, avevamo oltre cinquanta bambini gravemente malnutriti e quasi nessun farmaco. Il commissario della contea ci disse una frase che non dimenticherò: “Siete l’unica speranza rimasta per questa comunità“. Non c’era soltanto un ospedale da ricostruire, c'era un'intera comunità che aveva perso qualsiasi punto di riferimento». Il numero dei pazienti ammessi oggi è stabile, anzi qualcosa comincia lentamente a migliorare, racconta ancora Adamu. Tra i casi più ricorrenti restano la malaria, le malattie respiratorie, la diarrea, le infezioni del tratto urinario e quelle della pelle. «Ci servirebbero più risorse: qui non c'è la chirurgia, non abbiamo i raggi X, disponiamo soltanto dell'essenziale. Salute mentale, Hiv e tubercolosi restano scoperti. La situazione potrà migliorare soltanto se non arriveranno altre crisi militari». Nella pediatria, bambini immobili, braccia sottili, ventri gonfi. Alcuni dormono profondamente, altri osservano chi entra nel reparto. Le madri aspettano una visita, una terapia, una buona notizia. Nyawech Dalcek, 26 anni, è seduta accanto al figlio di quattro anni. È ricoverato per malnutrizione e tubercolosi. «Prima dei combattimenti stava bene. Avevamo un orto, riuscivamo a vivere. Durante la fuga non c'era cibo. Adesso mio marito non lavora e soltanto qui troviamo medicine». Poco più avanti c'è Nyathak Makual, 18 anni. Tiene in braccio il bambino nato il 23 giugno, ancora ricoverato dopo complicazioni del parto. «Quando siamo scappati ero incinta e non riuscivo a correre, vivevamo all’aperto senza alcuna assistenza. Oggi posso solo sperare e pregare».
Fuori dall'ospedale la vita prova lentamente a ricomporsi. Qualcuno ripara il tetto di un tukul, il timore che a novembre, terminate le piogge, gli scontri possano ricominciare accompagna ogni gesto quotidiano. Nel pomeriggio il mercato torna lentamente a vivere. Qualche banco di pesce essiccato, pochi sacchi di sorgo e mais, qualche verdura arrivata dai villaggi vicini. In alcune baracche di lamiera c’è chi prepara il tè sui carboni per chi ha il tempo di fermarsi e ascoltare. È uno dei pochi luoghi dove ci si incontra per scambiarsi notizie, capire chi è tornato e chi invece manca ancora. È lì che Gabriel Gatwech, 56 anni, ricorda il giorno dell'indipendenza del Sud Sudan. «Eravamo felici, pensavamo che tutto sarebbe cambiato». L'accordo di pace del 2018, che avrebbe dovuto chiudere la guerra civile scoppiata cinque anni prima, si è sgretolato pezzo dopo pezzo, e con esso la fiducia di chi lo aveva accolto come una promessa. «Gli accordi non sono stati rispettati, siamo tornati a fuggire. Prima coltivavo e riuscivo a vivere, oggi la comunità soffre la fame. Non ci sono merci e gli aerei spesso non riescono ad atterrare. I prigionieri politici dovrebbero essere liberati: solo così si potrà tornare a parlare di pace». Attorno a lui gli altri uomini ascoltano senza interromperlo. Qualcuno annuisce. Tutti hanno vissuto una storia simile. Poco distante c'è Gatwech Biel Gai, 36 anni, due mogli e cinque figli. Lavorava per una Ong fino agli scontri di marzo. Quando il personale umanitario è stato evacuato, il suo lavoro è finito insieme alle attività dell'organizzazione. «Quando l'accordo di pace sembrava reggere, il mondo sembrava interessarsi al Sud Sudan. Adesso è come se ci avessero detto: trovate da soli la vostra soluzione». Sapere che l'ospedale ha riaperto, aggiunge, significa almeno non sentirsi completamente abbandonati.
A sinistra e al centro, Gatwech Biel Gai, 36 anni, e Gabriel Gatwech, 56 anni
A sinistra e al centro, Gatwech Biel Gai, 36 anni, e Gabriel Gatwech, 56 anni
Nyayal Nyuon, 60 anni, osserva la pioggia che continua a cadere. Gli scontri, dice, sono stati duri. Ma quello che negli ultimi anni è cambiato per la comunità va oltre la guerra: «Coltivare non è più semplice come una volta, nella stagione secca non piove mai, in quella delle piogge le inondazioni sono frequenti. Sopravviviamo grazie agli aiuti, ora almeno riceviamo un minimo di assistenza».
I corsi d'acqua s'intrecciano nella savana nella zona di Akobo
I corsi d'acqua s'intrecciano nella savana nella zona di Akobo
Ad Akobo quasi nessuno parla di politica. Si parla del raccolto, delle medicine che mancano, del bestiame rubato durante le incursioni, del futuro dei figli. La guerra entra nelle conversazioni in modo diverso da come appare nei comunicati ufficiali, tra il campo che non è stato seminato, una gravidanza senza assistenza, una famiglia costretta ad attraversare un fiume per salvarsi. Sono storie che raramente superano i confini di questa regione remota del Sud Sudan. Eppure è qui, tra il fango della pista e il tè che bolle sui carboni, che si misura il prezzo della guerra.
«Finché pioverà non avrò paura – dice Nyaruot –. Quello che succederà dopo non lo so». Ad Akobo la paura segue il calendario delle stagioni. Oggi il fango rallenta gli uomini armati. Tra qualche mese, quando la terra tornerà asciutta, nessuno sa se questa fragile tregua resisterà. Qui la pioggia non scandisce soltanto il tempo. Decide anche quanto può durare la pace.
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. È possibile contribuire attraverso questo link.

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