Il vescovo-immigrato di San Diego: «Io, profugo e separato dai miei genitori, oggi rivedo quelle scene in America»

di Elena Molinari, inviata a San Diego
Michael Pham è il primo vietnamita-americano a guidare una diocesi Usa. Lo sgomento di fronte alle deportazioni volute da Trump: «I migranti sono stati disumanizzati. Noi vescovi dobbiamo essere presenti»
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July 11, 2026
Il vescovo-immigrato di San Diego: «Io, profugo e separato dai miei genitori, oggi rivedo quelle scene in America»
Un gruppo di manifestanti radunato a San Diego dopo l’uccisione di Alex Pretti, colpito a morte lo scorso 24 gennaio dagli agenti dell’Ice/ Alamy
Un dato emerge con chiarezza dalle nomine episcopali di Leone XIV negli Stati Uniti, il Paese in cui è nato: quasi la metà dei nuovi vescovi scelti dal Pontefice è nata all’estero. Avvenire propone i ritratti di tre di loro, a partire da Michael Pham, primo presule nominato da Prevost e ora alla guida della Chiesa di San Diego. La sua storia, da bambino profugo a primo pastore vietnamita-americano a capo di una diocesi statunitense, delinea in modo significativo uno dei volti della Chiesa americana, quello di uomini che hanno attraversato una frontiera e che vedono nei migranti un’umanità e una dignità da custodire.
Un tredicenne sale su un peschereccio in fuga dal Vietnam comunista con una sorella e un fratellino. Rimane quattro notti alla deriva, senza cibo né acqua, finché la barca approda in un campo profughi in Malesia. Un anno dopo ottiene asilo negli Stati Uniti e comincia una nuova vita, lavorando in una fattoria del Minnesota, senza mamma né papà. Oggi Michael Pham è vescovo di San Diego: il primo vietnamita-americano a guidare una diocesi statunitense e il primo vescovo nominato da papa Leone XIV. In California, quasi mezzo secolo dopo la sua epopea, ha trovato tanti minori che hanno vissuto e stanno vivendo drammi simili.
Lei arrivò negli Stati Uniti da solo, ancora ragazzo. Che cosa ricorda di quella separazione dai suoi genitori?
Ricordo il giorno in cui camminai da solo lungo una spiaggia della Malesia, nel campo profughi, e, per la prima volta, mi dissi: non rivedrò mai più i miei genitori. Fu un pensiero terribile. Invece, grazie a Dio, due anni dopo il mio arrivo negli Stati Uniti i miei genitori e il resto della mia famiglia riuscirono a raggiungermi. È stata una benedizione. Ma quella ferita l'ho portata dentro a lungo.
È cresciuto sotto il regime comunista. C'è qualcosa, in ciò che vede oggi in America, che glielo ricorda?
Moltissimo. Da bambino ho visto i militari, gli agenti, arrivare di notte e portare via i genitori – il padre o la madre –, strappandoli alla famiglia. Era oppressione, era un trauma. Quando, circa un anno fa, ho visto agenti mascherati entrare nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, persino nelle chiese, per portare via genitori e lavoratori, ho rivissuto quelle scene. Per me, che l'ho già attraversata, è durissimo. È il modo in cui vengono trattate queste persone a ricordarmi un regime che disumanizza l’altro.
Rivede la sua storia nei bambini separati dai genitori?
Ne sento il dramma come fosse mio. La mia più grande preoccupazione oggi sono le migliaia di bambini che vivono in famiglie divise, o senza mamma e papà a causa delle deportazioni e delle detenzioni. Psicologicamente è dolorosissimo. E mi chiedo: che società costruiremo domani?
Ha visto personalmente che cosa accade a quelle famiglie?
Se deportano la madre o il padre, cioè chi porta il pane a casa, quella famiglia farà molta fatica a sopravvivere, a mettere il cibo in tavola. E i bambini cresceranno senza sostegno. Qui, a un passo dal confine con Tijuana, possono anche finire vittime della tratta di esseri umani, oppure restare senza casa.
Come risponde la diocesi?
In una parrocchia, Our Lady of Guadalupe, abbiamo costituito un gruppo di avvocati che accompagna le famiglie: se i genitori rischiano la deportazione, i legali camminano con loro. Alle famiglie senza reddito offriamo un aiuto concreto, fondi per il cibo e l'affitto, insieme alla Caritas e a una task force. Finora si sono rivolte a noi più di trecento famiglie. E poi sono andato nei centri di detenzione: sono stati gli stessi agenti a chiederci vestiti, perché chi viene rilasciato o deportato non ha nulla con sé. Così raccogliamo abiti da consegnare. A San Diego ci sono due centri, uno da circa mille posti e uno da cinquecento, e si parla di costruirne altri. È una sfida enorme.
Il vescovo Michael Pham
Il vescovo Michael Pham
I vescovi si sono espressi. La voce della Chiesa farà una differenza?
Dobbiamo continuare a essere una voce forte, come conferenza episcopale e come clero. Ma soprattutto dobbiamo esserci. Accompagno personalmente quanti più migranti posso nei tribunali, soprattutto minori, e ho visto che i giudici, vedendo me e tanti sacerdoti accanto ai più poveri, cercano di essere più umani. Non basta parlare dal pulpito: bisogna essere presenti. Ricevo molte lettere in cui la gente mi dice: quando ero in difficoltà, la Chiesa c'era.
Ha ricevuto critiche per questo suo impegno?
Soprattutto sostegno. Solo pochi non capiscono, perché generalizzano. Ma quando si guarda da vicino, si capisce che noi confortiamo persone che non hanno infranto alcuna legge tranne in alcuni casi quella di essere entrati illegalmente nel Paese. Promuoviamo la dignità umana. Non siamo lì per sfidare i politici, ma per stare accanto alla gente, per la dignità della persona. E quando si toccano i cuori può avviene una conversione e allora anche una legge può cambiare. Bisogna agire, nella speranza che il cambiamento arrivi.
In una città come San Diego pesano anche la povertà e l’itineranza. La Chiesa riesce a farvi fronte?
Vediamo tanta gente vivere per strada. Anche in quel caso ci siamo, con la Caritias e la San Vincenzo de' Paoli, con i rifugi e la distribuzione di pasti caldi. Ma il cibo comincia a scarseggiare e le persone soffrono, perché i tagli del governo non ci lasciano più i mezzi per prendercene cura come prima. È ciò che affrontiamo ogni giorno. Spero che arrivino più aiuto e più sostegno per questa gente.
Lei è stato il primo vescovo nominato da Leone XIV. Ora sono undici i vescovi immigrati scelti dal Papa. Che messaggio legge?
Credo che il Papa veda che la Chiesa negli Stati Uniti è tra le più diverse al mondo per culture ed etnie, e voglia un episcopato che la rispecchi. La mia speranza è che, come corpo dei vescovi, sappiamo unirci sempre di più per testimoniare ciò che la Chiesa è: l’unione in Gesù. È un anticipo del banchetto del Regno dei cieli, dove genti di ogni cultura, colore e popolo si ritrovano insieme, unite nella fede. È l'Eucaristia che ci unisce. E spero che il Santo Padre continui su questa strada.
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