«Io, vescovo Usa ed ex immigrato, vedo le deportazioni e mi dico: potevo essere io»

di Elena Molinari, New York
Parla Evelio Menjívar-Ayala, appena nominato alla guida della diocesi di Wheeling-Charleston, in West Virginia: «Quando vedo famiglie divise, bimbi abbandonati, persone fermate, comunità che vivono nella paura, non posso restare indifferente. La Chiesa deve difendere la dignità»
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May 18, 2026
«Io, vescovo Usa ed ex immigrato, vedo le deportazioni e mi dico: potevo essere io»
Il vescovo Evelio Menjívar-Ayala
Guidare una diocesi profondamente conservatrice, in uno degli Stati più trumpiani d’America, dove i cattolici sono pochi e gli ispanici ancora meno, non spaventa Evelio Menjívar-Ayala. Ex immigrato senza documenti, salvadoregno, appena nominato vescovo di Wheeling-Charleston, in West Virginia, considera proprio questa apparente distanza la sua prima missione. «È una sfida, certo — dice ad Avvenire —. Ma credo che il Papa sappia bene, anche per esperienza personale, che quando apri il cuore, la gente si apre allo straniero. Lo ha vissuto lui stesso in Perù. È quello che voglio fare anch’io».
La sua nomina arriva dopo le dure parole di Papa Leone sul trattamento inumano riservato agli immigrati durante le campagne di deportazione negli Stati Uniti. Vede un nesso?
Non credo che il Papa stia mandando un messaggio a Trump. Il messaggio, semmai, è che gli immigrati sono pronti ad andare ovunque siano chiamati. Non siamo qui solo per servire le nostre comunità di origine. Siamo pronti a lavorare ovunque.
Lei ha criticato apertamente le politiche migratorie dell’Amministrazione Trump. Continuerà a farlo?
Continuerò ad alzare la voce per chiedere un trattamento umano degli immigrati, perché lo chiede il Vangelo. Quando vedo famiglie separate, bambini soli, persone fermate, comunità che vivono nella paura, non posso restare indifferente. La politica a volte sembra lontana, ma i suoi effetti sono forti nella vita delle persone, perché riguarda la realtà concreta in cui vivono. Ma questo non significa fare politica di partito. La Chiesa non deve sostenere candidati. Però ha il dovere di illuminare i problemi che toccano la dignità umana. Non si può predicare il Vangelo nel vuoto.
La sua storia personale rende tutto questo particolarmente concreto. Come arrivò negli Stati Uniti?
Avevo 19 anni e fuggivo dalla guerra civile in El Salvador. Tentai più volte di attraversare il confine, ma fui fermato e respinto. Alla fine entrai nascosto nel bagagliaio di un’auto. Ricordo la paura, il caldo, il silenzio. Quando arrivai a Los Angeles, mia sorella mi stava aspettando. Per mia madre fu un miracolo.
Che America trovò?
Un’America molto dura. Non parlavo bene inglese, avevo pochi studi alle spalle, nessun documento. Ho lavorato nell’edilizia, nelle pulizie, come imbianchino. C’erano datori di lavoro che approfittavano della nostra vulnerabilità. Ma non ho mai perso la fede.
Quando è nato il desiderio del sacerdozio?
Non fu immediato. È stato un cammino graduale. La svolta arrivò quando qualcuno vide in me più del fatto che fossi un immigrato senza documenti. Tra queste, il vescovo Mark Brennan, che allora si occupava delle vocazioni. Una delle lezioni più grandi della mia vita è proprio questa: una persona non può essere definita da un solo momento della sua storia. Il fatto di aver attraversato un confine senza documenti non racconta tutto ciò che sei.
Quando guarda alle immagini dei raid migratori o delle famiglie separate di oggi, cosa pensa?
Penso che quello potevo essere io.
Qual è la sua priorità pastorale nella nuova diocesi?
Quando ho ricevuto la nomina ho provato una grande gioia, ma anche timore. È una responsabilità enorme. La mia agenda è molto semplice: amare e servire.
In concreto?
Voglio ascoltare. I giovani, i lavoratori, i poveri, chi si sente lontano dalla Chiesa. Il mio motto episcopale è “Ibat cum illis”, “Camminava con loro”. Questo è ciò che voglio fare: camminare con le persone, non giudicarle dall’alto.
La West Virginia è segnata da povertà, declino industriale, crisi degli oppioidi. È un contesto molto diverso dal suo ministero precedente nel Maryland, che è più multiculturale.
Ogni realtà ha le sue ferite. Ho servito in una comunità molto diversa, con forti presenze latinoamericane e africane. Ora trovo un’altra America. Ma i bisogni umani sono gli stessi: ascolto, dignità, accompagnamento, speranza.
Che tipo di vescovo vuole essere?
Un pastore vicino alla gente in una Chiesa che accoglie e cresce. Invece una Chiesa che esclude è una Chiesa che si impoverisce. Voglio costruire relazioni, dentro e fuori la Chiesa. Il Vangelo si annuncia così, nella concretezza della vita.

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