Rula e gli altri israeliani “scomodi”, aggrediti dai fanatici e perseguitati dalla polizia
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Gli attivisti nonviolenti si interpongono fra i nazionalisti facinorosi e i loro bersagli. E non vengono tutelati dalle forze dell'ordine

Li riconosci dalle pettorine viola. Non sono poliziotti né osservatori internazionali. Sono attivisti israeliani e palestinesi. Entrano nella Città Vecchia quando i palestinesi abbassano le serrande e i nazionalisti arrivano con le bandiere. Non per manifestare. Per interporsi. Alla Marcia del 14 maggio, mentre gruppi di giovani scandivano «Morte agli arabi», «Brucino i vostri villaggi» e «Gaza è un cimitero», centinaia di volontari hanno cercato di restare nei punti di frizione. Erano in 200 le ondate a gruppi di ventimila. «Volevamo coprire ogni angolo della città per prevenire attacchi contro i palestinesi», ha detto Suf Patishi, di Standing Together. «È pericoloso per noi, ma nulla rispetto al pericolo per i palestinesi che vivono qui».
È la minoranza scomoda dentro Israele. Non chiede solo un cessate il fuoco. Dice che occupazione, coloni e impunità producono altra violenza. Rula Daood, co-direttrice di Standing Together cerca di spiegarlo parlando con calma: «Non siamo venuti a protestare, ma a ridurre la tensione. Se vediamo violenza, proviamo a metterci tra gli attivisti di destra e i palestinesi». Poi, sotto agli occhi dei poliziotti, la frase che pesa: «Non dovrebbe essere il lavoro di civili e attivisti». Rabbi Jill Jacobs, del gruppo “T’ruah”, ha raccontato che alcuni ragazzi hanno versato acqua sugli attivisti e lanciato bottiglie. Quando è intervenuta la polizia, ha allontanato loro: «Ci hanno detto: l’area è chiusa. Non potete stare qui». Alla domanda su chi potesse entrare, la risposta non è arrivata. Sono arrivati i coloni, lasciati passare senza troppe storie. Anton Goodman, di “Rabbis for Human Rights”, ha visto l’assalto ai negozi palestinesi. «Sono entrati, hanno buttato tutto a terra e spaccato i piatti», riferisce l’esponente di “Rabbini per i diritti umani”. Quando lui ha provato ad aiutare un anziano palestinese insultato e preso a sputi, la polizia lo ha immobilizzato: «Mi hanno tirato via con violenza. Dicevano: stai creando problemi».
Dall’altra parte di muri e barriere, nella Cisgiordania occupata, se l’è vista brutta Lior Amichai, israeliano e direttore di “Peace Now”, l’organizzazione che monitora e denuncia l’occupazione. È stato aggredito da coloni a Ein Samiya. Sono saliti sul minibus, hanno chiesto i documenti, hanno contestato la presenza dell’autista arabo. Amichai ha provato a usare il suo corpo per tenerli lontani. Calci e pugni lo hanno fatto stramazzare a terra. Si vede tutto nei filmati realizzati dagli altri attivisti. Anche la polizia che arriva e anziché arrestare gli aggressori ferma Lior e gli altri pacifisti, con l’accusa di avere provocato i coloni. La pressione passa anche dalla memoria. La cerimonia israelo-palestinese del “Memorial Day”, organizzata da “Combatants for Peace” e “Parents Circle”, due delle sigle si attivisti e parenti degli ostaggi a Gaza, si è tenuta in un luogo non divulgato. Ayala Metzger, familiare di un ostaggio ucciso a Gaza, ha raccontato che dopo la richiesta di chiudere la guerra con un accordo «siamo stati accusati di cooperare con Hamas e di danneggiare l’unità di Israele». Peggio ancora per chi ha imbracciato le armi e adesso vuole parlare. “Breaking the Silence”, l’organizzazione che raduna e protegge i combattenti che hanno “rotto il silenzio” è stato accusato da ministri e parlamentari di diffamare le forze armate e di danneggiare l’immagine di Israele all’estero. Sono minoranza, ma non sono pochi. A Tel Aviv, il “People’s Peace Summit” ha riunito 5mila persone e oltre 80 organizzazioni. Contro di loro non è in corso una persecuzione dichiarata. Ma delegittimazione quotidiana. Quando la politica si appresta a nuove elezioni entro l’autunno e molti conti sono ancora da saldare.
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