Arresti, omicidi, minacce non fermano i costruttori di pace
L'ultima vittima è Wesam Qaid. Nonostante il fermo subìto, Awfa al-Naami ha deciso di tornare in patria: «Cosa sarà del Paese se non ricominciamo a credere in un'alternativa nonviolenta?»

Il rapimento e l’uccisione, di recente ad Aden, di Wesam Qaid, un eminente professionista britannico-yemenita, direttore esecutivo ad interim del Fondo sociale per lo sviluppo dello Yemen, è l’ultimo episodio di una serie di attacchi contro giovani attivisti e operatori di pace nel Paese. Molti, soprattutto se donne, sono stati oggetto di uccisioni, campagne diffamatorie, arresti, come nel caso di Awfa al-Naami, country manager per la Ong inglese Saferworld. Awfa per anni si era occupata di lavorare con le donne delle comunità locali per diminuire il numero di bambini e ragazzi che, privi di accesso all’istruzione, diventavano preda delle milizie, sia a Nord che a Sud. Ma la maggior parte ha dovuto prendere il largo dal Paese e stabilirsi, quando possibile, in Europa.
I programmi che forniscono una ricollocazione e una protezione ai giovani intellettuali yemeniti non sono molti. Ma uno in particolare, Carpo, nato a Bonn, in Germania, ancora prima della guerra per volontà della studiosa Marie-Christine Heinze, sta cercando di promuovere le discipline del peacebuilding e della “post-conflict resolution”, in attesa che i giovani yemeniti possano rientrare in un Paese pacificato, forti sia del dialogo con le istituzioni tedesche ed europee, che con le rappresentanze politiche delle due parti adesso in conflitto. «In questi anni abbiamo cercato di promuovere, con fatica, diversi progetti sull’economia e lo sviluppo di questo Paese ancora in guerra – spiega la studiosa, che ha vissuto a lungo in Yemen prima della guerra ed è autrice di famose pubblicazioni, come una pregevolissima sul valore simbolico della “jambia”, il pugnale yemenita utilizzato dagli uomini come ornamento –. Adesso bisogna molto puntare sulle nuove generazioni: su quelle che sono andate via, in diaspora, e che desiderano dare un contributo alla ricostruzione, alla stabilizzazione e allo sviluppo; e a quelle che sono rimaste, affinché vengano ulteriormente risparmiate da un futuro di fame e di guerra».
Certo, l’uccisione ad Aden di Wesam Qaid, secondo l’analista Farea al-Muslimi, direttore del think tank Sanaa center, tutto composto da esperti di geopolitica ed economisti yemeniti, rischia di «aggravare la già grave crisi umanitaria in Yemen, poiché minerà ulteriormente la fiducia dei donatori, delle organizzazioni internazionali e dei membri della diaspora yemenita, considerati essenziali sia per l’azione umanitaria che per i futuri sforzi di ricostruzione». Ma, nonostante la guerra, c’è chi resta. La stessa Awfa al-Naami, malgrado l’arresto subìto a opera di Ansarullah, la milizia del Nord, si prepara a rientrare: «Non riesco a stare lontana dallo Yemen: cosa ne sarà del Paese se non ricominciamo a credere nella possibilità concreta di una pace, almeno noi che ci battiamo per essa da più di dieci anni?
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. E' possibile contribuire attraverso questo link.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






