Paolo, Alessandro, Mauro: le storie dei bambini dati in affido, ma senza documenti

Nati nel nostro Paese da genitori stranieri, mai registrati correttamente all’anagrafe: sono decine i minori invisibili per lo Stato, che pure ne ha delegato crescita e custodia. Da San Miniato a Cosenza, le storie dei genitori che chiedono una legge per i piccoli a cui stanno dando un futuro
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May 17, 2026
Samuele con Sara, Paolo e gli altri due figli
Samuele con Sara, Paolo e gli altri due figli
Fantasmi. Ovvero, nati in Italia da genitori stranieri che non li hanno registrati all’anagrafe, né qui né nel Paese d’origine, o che lo hanno fatto soltanto in uno dei due posti, ignorando la necessità di farlo anche nell’altro. Col risultato d’essere bloccati in un limbo: quello dei nostri confini e delle diverse, spesso sgangherate risposte delle istituzioni (tribunali, questure, prefetture) davanti ai loro casi. Di fatto, senza cittadinanza. Questa è la storia dei bambini di Serie B, che hanno meno diritti degli altri, e delle famiglie che hanno deciso di accoglierli in affido. Anche loro, di Serie B. A raccontarla ad Avvenire è Samuele, che insieme a sua moglie Sara ha aperto le braccia e le porte della bella casa di San Miniato, in Toscana, al piccolo Paolo quando aveva appena 8 anni. Un percorso difficile quello del bimbo, di origini extra-europee: «Quando è arrivato da noi non sapeva leggere né scrivere. Eravamo in pieno Covid» racconta il padre affidatario. Da allora, giorno dopo giorno, l’avventura di un nuovo inizio fatto di abbracci, di giochi, di passeggiate e di fiducia da ricostruire nei “grandi”. «Il salto – continua Samuele – lo ha fatto soprattutto lui, impegnandosi tantissimo ed entrando sempre di più nella nostra famiglia: noi abbiamo altri due figli». Oggi, a 14 anni, Paolo è felice. Soprattutto è uno studente che tiene il passo dei coetanei, con una media alta (ottenuta con sacrifici enormi) che qualche mese fa gli è valsa l’inserimento nel gruppo di ragazzi scelti dalla scuola per il viaggio della memoria ad Auschwitz. Peccato che lui non ci possa andare. Né ad Auschwitz né da nessun’altra parte, «perché per lo Stato – spiega Samuele – Paolo semplicemente non esiste».
La radice del problema risale al giorno stesso della sua nascita, avvenuta nella provincia di Firenze. La procedura prevederebbe che il neonato venga registrato presso l’ambasciata del Paese d’origine dei suoi genitori: un passaggio che, nel caso di figli di cittadini stranieri, rappresenta anche la condizione necessaria per il riconoscimento della cittadinanza e per la piena esistenza giuridica nei sistemi anagrafici di riferimento italiani. Il che non avviene: mamma e papà, del passaggio, si dimenticano. Il gesto mancato si trasforma in una crepa incredibilmente invisibile a tutti, fino a quando Samuele e Sara per caso non la scoprono. Il punto è che la responsabilità di regolarizzare la posizione di Paolo resta formalmente in capo alla madre biologica, ancora titolare della tutela legale: una “dipendenza” burocratica che si traduce ben presto in immobilismo. Samuele scrive, sollecita, chiede verifiche, interpella servizi sociali e istituzioni. Senza ottenere soluzioni concrete. Intanto anche il decreto di affido – che per legge dovrebbe essere aggiornato ogni due anni – rimane fermo al primo provvedimento. Nel 2024 la famiglia viene convocata per la revisione dell’affido presso il Tribunale per i minorenni di Firenze, passaggio che dovrebbe produrre un nuovo decreto. Ma da aprile dello stesso anno la pratica risulta sostanzialmente ferma, sospesa come Paolo in una zona grigia che nessuno sembra avere la forza (o la priorità) di sciogliere. Per molto tempo la vicenda resta privata, confinata entro le mura di casa: «All’inizio abbiamo rinunciato alle vacanze all’estero ovviamente, e lo abbiamo spiegato anche agli altri figli dicendo sempre che la cosa non dipendeva da noi». Poi arriva il momento del viaggio della memoria, con Paolo che ha l’età per insistere, per arrabbiarsi anche: «Samu, ma io davvero non posso andarci?». «Ed è stato lì che è cambiato qualcosa anche per me. Questa volta gli ho risposto che ok, la cosa non dipendeva da noi, ma che potevo farmi sentire, che per lui potevo fare rumore».
Antonella e il suo Alessandro
Antonella e il suo Alessandro
Samuele scende in campo, inizia una mobilitazione martellante. Lettere al governo, contatti con parlamentari, segnalazioni ai giornali. Il primo articolo, pubblicato da La Nazione, accende l’attenzione televisiva: servizi al TG5 e a Studio Aperto, poi contatti, richieste di testimonianza. Finché altre famiglie iniziano a farsi vive: telefonate da tutta Italia. Racconti simili, difficoltà analoghe, documenti mancanti, procedure bloccate. Quello che appariva un caso isolato si rivela un problema strutturale: bambini e ragazzi in affido privi di documentazione completa, sospesi tra responsabilità legali frammentate e inerzie amministrative. «Non eravamo sfortunati – dice Samuele – eravamo solo in silenzio, come tanti altri». È il caso di Antonella di Cosenza, mamma affidataria di Alessandro dal 2019: «Anche io sono venuta a conoscenza del fatto che fosse apolide soltanto qualche mese fa, quando la sua scuola ha organizzato la gita di classe a Londra». Di origini rumene, il bambino è stato registrato alla nascita soltanto in Calabria «e quando ho scoperto che i suoi documenti non erano validi per l’espatrio, confesso di aver pensato a uno scherzo: possibile che nessuno avesse controllato? Che mi avessero dato un figlio in affido senza informarmi correttamente sul suo status?». Antonella, come Samuele, decide di fare rumore: si rivolge ai media locali, bussa alle porte di questura e prefettura per poi arrivare a quella del consolato rumeno. «Finché il 10 marzo scorso, nel mio caso, è arrivata una risposta positiva: le autorità hanno trovato un compromesso dando ad Alessandro la cittadinanza rumena e rilasciandogli un passaporto provvisorio della durata di un anno. Ciò che gli è bastato per andare in gita con la sua classe, ma che non ha affatto risolto il problema. Tra un anno saremo punto e a capo, a meno che non si sblocchi la pratica di adozione, per cui ho fatto richiesta. E le altre famiglie non sono state fortunate come noi: casi come il nostro semplicemente con devono esistere». Sempre in Calabria, stavolta a Reggio, nello stesso labirinto si trovano Tiziano e Federica. Che, per paura quel decreto di adozione di non ottenerlo mai, chiedono riservatezza anche sui loro nomi di battesimo: «A Mauro, che è con noi da quando aveva 8 anni, è toccato rinunciare alla gita di terza media a Praga. Impossibile raggiungere la sua madre biologica (che ha la responsabilità genitoriale su di lui, seppur limitata ndr) anche solo per chiederle di procedere alle regolarizzazione dei suoi documenti: è irreperibile». In questo caso rivolgersi alla prefettura e al consolato del Paese d’origine del ragazzo non è servito alla coppia affidataria: «Ci hanno detto di non poter procedere e ci hanno rimandato al Tribunale dei minori – continua Tiziano –, dove la nostra pratica è seppellita sotto le aspettative e i rinvii del giudice che si occupa dei bambini, ma che in base alla riforma Cartabia deve seguire anche i casi di giustizia ordinaria. Di questo passo temiamo che Mauro farà tempo a diventare maggiorenne e allora potrà decidere da solo».
Nelle ultime settimane la vicenda dei bambini in affido sospesi ha assunto una dimensione politica. Sono state presentate interrogazioni parlamentari trasversali, che coinvolgono esponenti di diversi schieramenti: «Io ho scritto a tutti, indipendentemente dal partito di appartenenza o dal ruolo – prosegue Samuele, che attorno a sé ha raccolto una ventina di famiglie in tutta Italia –. D’altronde la nostra non è una battaglia di parte, i diritti dei minori non dovrebbero conoscere appartenenze ideologiche». Il papà di San Miniato ha elaborato persino una proposta normativa – una sorta di schema di decreto – pensata per sbloccare i casi più urgenti, introducendo meccanismi sostitutivi quando i genitori biologici o le autorità consolari non intervengono. Una misura di emergenza, nelle sue intenzioni, per evitare che la vita dei minori resti paralizzata da nodi burocratici che nessuno scioglie. Qualche giorno fa l’incontro con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, poi le interlocuzioni coi parlamentari della maggioranza e dell’opposizione per la presentazione di un disegno di legge che dovrebbe essere pronto per settimana prossima, ma a cui servirà tempo per camminare. Il tutto mentre la vita quotidiana delle famiglie continua a misurarsi con il problema concreto. «Non si tratta solo delle gite scolastiche di Paolo: c’è l’impossibilità di organizzare una vacanza all’estero con tutti i figli; la necessità di spiegare ai fratelli maggiori perché uno di loro resta indietro, e perché debbano restarlo anche loro insieme a lui; la sensazione di vivere in una famiglia che funziona in tutto – affetti, relazioni, responsabilità – tranne che sulla carta». E c’è anche un po’ di rabbia: «Si fa rumore per un singolo caso che diventa simbolo, come quello della cosiddetta “famiglia nel bosco”, mentre restano invisibili centinaia di famiglie che ogni giorno tengono in piedi l’affido come un servizio alla comunità. Noi non siamo qui per portare via bambini a qualcuno: siamo qui per custodirli finché serve – continua Samuele –. Se domani la madre di Paolo riuscisse a rimettere insieme la sua vita, dovremmo essere pronti ad aprire quella porta e lasciarlo tornare da lei. È questo l’affido: un tempo di passaggio, certo non un possesso. Ma oggi la legge finisce per non tutelare nessuno, né le famiglie né i bambini».

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