Liste d’attesa, tempo che manca, distanze:
lo stress dei genitori del Nord

Asili nido, aiuti post-parto, attività culturali: se nelle province più ricche d'Italia i servizi per i figli non mancano, e le famiglie li considerano fondamentali, la fatica è riuscire a usufruirne. Un'indagine promossa dalla Fondazione Cariplo
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May 15, 2026
Liste d’attesa, tempo che manca, distanze:
lo stress dei genitori del Nord
Essere genitori, abitare in uno dei territori più ricchi e sviluppati del Paese, avere un reddito più che dignitoso, poter disporre di servizi considerati essenziali come i nidi o i sostegni post-partum, ed essere calati in un contesto gravido di opportunità culturali da poter offrire ai figli per la loro crescita, come musei, teatri, cinema… eppure non farcela. Sentirsi, cioè, non esattamente poveri, ma nemmeno in grado di trarre beneficio da quello che il territorio offre, perché se tante volte i costi di quello che si vorrebbe sono troppo alti, più spesso è invece una questione di tempo, di organizzazione, di burocrazia, di troppi impegni, di distanze, di trasporti, di un lavoro che non riesce a incastrarsi con i ritmi della vita familiare e di un’esistenza piena, ma sempre di corsa, e quasi in apnea. Ecco una bella – nel senso di veritiera – fotografia dei genitori dell’ex ceto medio settentrionale, un’immagine che restituisce più stanchezza che ansia, più frustrazione che delusione. A scattarla è un’indagine che la Fondazione Cariplo ha affidato all’Evaluation Lab della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, condotta intervistando 1.700 cittadini del Nord Italia dai 18 ai 49 anni, il 55,6% genitori, il 44,4% no. E dalla quale a emergere con forza è proprio lo “scarto” tra l’importanza che qui le persone attribuiscono a determinati servizi e la fatica ad usufruirne. Uno “spread” che fa dell’avere figli «un progetto ad alta intensità di risorse».
Al primo posto dell’elenco dei “vorrei ma non riesco” ci sono gli asili nido, fondamentali per il 92% delle famiglie, ma di fatto preclusi a quattro nuclei su dieci. La difficoltà nell’accesso non è solo economica, per quanto molti debbano o vogliano rivolgersi a strutture private, a pesare è quella che sembra più una complessità strutturale del sistema, che rende faticoso per i genitori destreggiarsi tra liste d’attesa, orari incompatibili con gli impegni di lavoro, difficoltà a spostarsi e tempo che non c’è. Il discorso non è diverso in fatto di accompagnamento dei genitori dopo la nascita di un figlio, un servizio che l’87% delle famiglie sente come un diritto, perché interviene nel momento in cui si è più vulnerabili, eppure solo il 35% ce l’ha fatta ad essere aiutato. Perché? Carenza di informazioni, organizzazione inadeguata – ad esempio nell’integrazione tra l’ospedale e i servizi sul territorio – o una distribuzione a macchia di leopardo delle opportunità di aiuto. Che è un po’ come dire: i sostegni al Nord ci sono, fortunato chi li intercetta. E poi la cultura. Dove le famiglie hanno alzato l’asticella delle aspettative vorrebbero portare i bambini a teatro, nei musei, al cinema, o a concerti per loro, eppure riescono a farlo di rado, e ancora una volta perché manca il tempo, gli orari sono terribili, biglietti, trasporti e parcheggi costano uno sproposito. Meno male che ci sono ancora gli oratori e le biblioteche, quasi unico vero welfare culturale di base.
L’indagine distingue tra il territorio in cui opera Fondazione Cariplo, cioè Lombardia e le province piemontesi di Novara e Verbano-Cusio-Ossola, e alcune province limitrofe, Vercelli, Alessandria, Biella, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Rovigo, Verona e Trento. Le differenze ci sono – perché dove la densità è maggiore i servizi sono presenti ma è complicato ottenerli, quando c’è più rarefazione il problema è la distanza – ma la fatica è molto simile. La denatalità a queste latitudini può essere dovuta a una «mancanza di sicurezza economica», all’«incertezza sul futuro», ai «problemi del lavoro» o ai «costi delle case», come emerge, ma in fin dei conti è tutto l’ecosistema legato alla prima infanzia che al Nord appare molto difficile da abitare. E che agli occhi di chi genitore (ancora) non è si presenta come una “barriera” così alta che può scoraggiare dal metter su famiglia. C’è un ultimo aspetto che la ricerca considera, ed è forse quello dal quale ri-partire: riguarda proprio il racconto che si fa della famiglia, che per tanti dovrebbe superare la polarizzazione tra narrazioni idealizzanti e toni allarmistici. Non ci sono, cioè, famiglie perfette e felici, o case abitate da genitori inadeguati e figli male-educati. La realtà – parliamone di più se possibile – è fatta di tanta cura, dei figli e degli anziani, e poi di tempo che manca, orari che non quadrano, tutto che costa troppo, distanze, liste di attesa. Comprendere la natura pratica dei problemi è il modo migliore per liberarsi dalle immagini stereotipate di cui si serve spesso chi fa informazione, e incominciare ad aiutare veramente le famiglie.

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