Espulsioni e ritardi burocratici: le storie dei migranti rimpatriati contro la legge
Il caso di Saman, un cittadino srilankese mandato via dopo 23 anni di vita in Italia (e per cui ora il Tribunale ordina il rientro), è solo la punta dell'iceberg. Ecco cosa sta succedendo

Alla scadenza della pena, il 30 maggio dello scorso anno, Malki (nome di fantasia) è andata a prendere in carcere il suo compagno per accompagnarlo a casa. «Domani ci riabbracciamo», le aveva detto al telefono il giorno prima. Si è presentata alla porta della casa circondariale e lo ha atteso per ore. «Ore, ore e ore davanti al carcere ma lui non è mai arrivato – racconta in lacrime ad Avvenire –. Dopo tanto tempo, però, mi si è avvicinato un carabiniere che mi ha detto che il mio Saman (nome di fantasia) stava tornando al suo Paese». Saman è stato rimpatriato in Sri Lanka dopo 23 anni di vita in Italia – spesi quasi del tutto a lavorare – insieme alla mamma, ai fratelli, alla figlia e alla compagna. Tutti regolarmente soggiornanti. Dopo la morte del padre nel 2022, Saman ha incontrato la tossicodipendenza e subito dopo il carcere. Tra i padiglioni del penitenziario napoletano si è sottoposto ad un percorso di cura e l’ottima condotta lo ha fatto ammettere a diversi benefici di legge. Durante la detenzione, però, il suo permesso di soggiorno per lavoro è scaduto e, nonostante Saman lavorasse in carcere alle dirette dipendenze dello Stato, non ha avuto accesso al rinnovo.
Mentre Malki era ad attenderlo sul marciapiede di Via Nuova Poggioreale, Saman veniva attinto da un decreto espulsivo e portato davanti al Giudice di Pace. Subito ha chiesto asilo all’Italia: «Non torno in Sri Lanka da 23 anni – ripeteva –, non ho nulla e nessuno lì». Ma la Questura e il Giudice di Pace hanno ugualmente proceduto con il rimpatrio. Secondo gli avvocati di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), si è trattato a tutti gli effetti di una «violazione del principio di non-refoulement (non respingimento, ndr) e del diritto all'unità familiare». Ma non è solo un’opinione della difesa: il Tribunale di Roma ha ordinato il reingresso del richiedente asilo nel mese di maggio 2026, a un anno esatto dal rimpatrio illegittimo di Saman. La ragione è semplice: «La legge impone l’obbligo per le Questure di formalizzare le domande d’asilo e farle esaminare dalla Commissione competente prima di procedere all’eventuale rimpatrio – commentano i suoi avvocati –. Né il Giudice di Pace né la Questura hanno facoltà di rimpatriare un cittadino straniero richiedente asilo». Saman, perciò, dovrà tornare in Italia. Lo farà a sue spese il prossimo 18 maggio, dopo aver trascorso in Sri Lanka un anno, durante il quale è sopravvissuto grazie agli aiuti della compagna e della figlia. Che racconta: «Quando papà è stato rimpatriato sono corsa da lui. È l’unico familiare che ho e sono cresciuta con lui in Italia. In quel momento lui era solo e malato. Abbiamo affittato una piccola stanza per lui, pensavamo per poco tempo ma poi è diventato un anno. Io sono dovuta rientrare in Italia per lavoro e non avevo soldi per tornare a trovarlo».Quello di Saman, però, non è un caso isolato. In tutta Italia i ritardi nella formalizzazione delle domande d’asilo sono un problema per le Questure, spesso alle prese con la carenza di personale. A Napoli, in particolare, secondo la denuncia degli avvocati di Asgi in una lettera rivolta alla Questura e alla presidente del Tribunale, sta crescendo il numero di espulsioni «illegittime»: «Sono operazioni che violano i diritti dei migranti – spiegano i legali – e che costituiscono oneri economici consistenti a carico dello Stato». Che spende sia per eventuali trattenimenti precedenti al rimpatrio sia per le spese di viaggio. Le Questure, in realtà, sarebbero tenute a registrare le domande d’asilo entro al massimo dieci giorni dalla loro richesta, ma le tempistiche degli uffici immigrazione sfiorano oggi anche gli undici mesi. «Un tempo durante il quale il cittadino straniero è di fatto inespellibile, perché il ritardo amministrativo non potrebbe avere effetti pregiudizievoli su di lui – commentano i legali –. Eppure è capitato, a Napoli, che sia stata convalidata l’espulsione di altri richiedenti asilo».
È successo a M.B., che aveva manifestato via Pec (l’unico metodo consentito) la volontà di chiedere asilo e lo scorso 17 marzo è stato raggiunto da un provvedimento di espulsione. A.S., invece, che deteneva lo status di richiedente asilo, nel 2024 è stato prima trattenuto nei locali idonei della Questura e poi espulso nel Paese d’origine, da cui ha fatto ritorno in Italia quando il Tribunale di Roma ha stabilito che il suo rimpatrio fosse illegittimo. Lo stesso percorso – decreto di espulsione, locali idonei e rimpatrio – è toccato a D.M., il cui rimpatrio è stato interrotto solo da un provvedimento del Tribunale di Brescia. E ancora: K.A., a marzo, è stato accompagnato alla frontiera dagli agenti, nonostante avesse già avviato l’iter per il rimpatrio volontario e comprato da solo i biglietti per l’aereo di rientro. Spesso le persone che vengono rimpatriate illegittimamente lasciano in Italia tutti i loro affetti, coltivati in decenni di vita e lavoro nel nostro Paese. «In Sri Lanka Saman non ha una casa e nemmeno un amico – racconta Malki –. Vive in una piccolissima camera in affitto, grazie ai soldi che gli invio ogni mese». Malki in Italia lavora come baby-sitter e con un solo stipendio deve sostenere anche i suoi due figli. Per questo, la necessità di sostenere il compagno in Sri Lanka ha pesato molto sulle casse familiari: «Speriamo che riesca a trovare presto lavoro al suo rientro in Italia», commenta la donna. Il primo passaggio obbligato, però, sarà la richiesta dei nuovi documenti: «Mi auguro che questa volta non me lo portino via di nuovo».
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