La Biennale diventi una permanente di ricerca sul contemporaneo
Il «campo di forze» di Venezia va riprogettato perché le categorie del passato non valgono più. Oggi la sfida non è rappresentare il mondo, ma attivare sistemi di pensiero per aiutarci a reinventarlo

Caro Direttore, il dibattito che Avvenire ha avuto il merito di aprire attraverso la riflessione di Antonio Spadaro, e che ha poi trovato ulteriori sviluppi negli interventi di Pietrangelo Buttafuoco e Umberto Vattani, offre forse un’occasione più interessante delle polemiche immediate: quella di ripensare radicalmente non una singola edizione della Biennale di Venezia, ma il formato stesso con cui immaginiamo il contemporaneo. Perché, se è vero – come scrive Spadaro – che la Biennale è un campo di forze, allora forse è arrivato il momento di chiederci se questo campo di forze non debba essere profondamente riprogettato. Anche il nostro modo di visitarla racconta qualcosa di questo cortocircuito. Nei giorni inaugurali, la Biennale assomiglia talvolta a un campionato di figurine Panini del contemporaneo: «Tu in quale padiglione sei stato?», «mi manca quello nordico», «ti scambio il collateral con il national ». Una gigantesca checklist di presenze da certificare, più accumulo che esperienza. E aperitivi e cene e balli. Ma l’arte, per fortuna, non è un album da completare. O non solo.
Questa piccola caricatura contiene però una verità più ampia. Viviamo in un mondo infinitamente più complesso, stratificato e interdipendente di quello che ha generato la Biennale moderna. Un mondo in cui le categorie con cui abbiamo letto il potere per oltre un secolo – Stato, confine, centro, periferia, Occidente, sviluppo – appaiono sempre meno sufficienti a raccontare ciò che sta accadendo. Le geografie culturali si sono profondamente ridisegnate. Latitudini che fino a pochi anni fa il sistema artistico occidentale considerava marginali sono oggi centrali nella costruzione dell’immaginario contemporaneo. Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico, America Latina, nuove economie culturali emergenti: non più periferie da integrare nel nostro sguardo, ma luoghi produttori di pensiero, visioni, modelli. Il mondo si è allargato. E si è complicato. Non siamo più dentro la grammatica implicita del G8, né dentro quella rassicurante centralità occidentale che per decenni ha organizzato il nostro sguardo culturale e politico. Ed è qui che la Biennale incontra il suo paradosso più affascinante e forse più urgente. Da una parte, l’arte contemporanea lavora da anni su identità fluide, ecologie interconnesse, migrazioni, crisi climatiche, infrastrutture invisibili, intelligenze artificiali, diaspora, corpi post-nazionali, sistemi distribuiti.
Dall’altra, il suo dispositivo simbolico più potente continua a poggiare, in larga misura, su una struttura ottocentesca di rappresentanza nazionale. Non è una critica ideologica ai padiglioni. Sarebbe troppo semplice, e probabilmente anche ingenuo. I padiglioni hanno avuto una funzione storica precisa: rendere visibile la capacità culturale dei Paesi, trasformare l’arte in diplomazia, costruire un atlante delle identità moderne. In un certo senso, sono stati il primo grande showroom geopolitico della cultura contemporanea. Ma oggi la domanda è inevitabile: basta ancora? O forse dobbiamo immaginare un salto di paradigma? Forse il vero tema non è chi entra o chi esce da un padiglione, ma come inventare nuovi padiglioni progettuali. Non solo nazioni, ma sistemi di pensiero. Padiglioni dedicati all’acqua, che oggi è insieme risorsa, conflitto, infrastruttura geopolitica e destino climatico. Padiglioni dedicati all’intelligenza artificiale, non come gadget tecnologico ma come mutazione antropologica. Padiglioni delle culture diasporiche. Delle città costiere. Delle ecologie radicali. Delle fragilità democratiche. Delle nuove relazioni tra umano e biosfera. Non semplici sezioni curatorali. Nuovi organismi culturali.
Perché se la Biennale vuole essere davvero un campo di forze, deve forse smettere di essere soltanto una macchina espositiva. E qui Venezia offre una possibilità quasi irripetibile. Perché Venezia non è un contenitore qualsiasi. Venezia è già il prototipo perfetto del nostro tempo: fragile e resiliente, anfibia, climatica, bellissima e vulnerabile, attraversata da tensioni ambientali, trasformazioni economiche e nuove forme di pressione globale. Una città che, per sua natura, vive nella complessità. E allora forse la domanda vera è un’altra: perché la Biennale continua a esistere soprattutto come evento, quando potrebbe diventare una piattaforma permanente di ricerca sul contemporaneo? Perché non immaginare una Biennale che lavori tutto l’anno? Un’infrastruttura culturale stabile dove artisti, architetti, scienziati, filosofi, urbanisti, climatologi, economisti e policy maker possano costruire pensiero condiviso. Non solo mostre. Prototipi. Non solo rappresentazione del presente. Produzione di futuro. Venezia potrebbe diventare il luogo di una nuova mediazione culturale internazionale. Uno spazio in cui l’arte non venga convocata come ornamento del dibattito politico, ma come strumento attivo di immaginazione sistemica. Perché forse la questione più interessante oggi non è se la Biennale riesca ancora a rappresentare il mondo. Ma se riesca ad aiutarci a reinventarlo.
Direttore di "Flash Art"
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