La lettera di Buttafuoco ad Avvenire: la Biennale di Venezia come "campo di forze"
di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale
Dopo l'intervento di padre Spadaro, il presidente riflette sul vero senso di un evento che tiene insieme la mostra del curatore e quelle proposte dalle nazioni con i padiglioni. Una tensione feconda, al di là della polemiche, e premiata dal pubblico

Caro direttore,
ringrazio moltissimo Antonio Spadaro per il suo intervento del 10 maggio su questo giornale, dal titolo “Tra arte e relazioni internazionali un nesso profondo ancora irrisolto”, innanzitutto per il folgorante incipit (“La Biennale di Venezia non è mai stata semplicemente una mostra d’arte”), che illumina la complessità delle questioni trattate. Ma lo ringrazio soprattutto per aver sviluppato un ragionamento che tiene conto in maniera chiara – e purtroppo non sempre ricordata e conosciuta – dei due pilastri fondanti su cui si regge tuttora la gloriosa storia delle Biennali: ovvero la mostra del curatore da una parte, e i padiglioni delle partecipazioni nazionali dall’altra. Antonio Spadaro parte sì, nel suo intervento, dalla Biennale quale “dispositivo diplomatico” di stampo ottocentesco, quale “mappa del mondo ridisegnata ogni due anni”. Ma conclude infine con l’immagine emozionante, e particolarmente attuale e palpitante, di ciò che la curatrice Koyo Kouoh (che ci ha lasciato un anno fa esatto) aveva pensato per la “sua” Biennale: “Un giardino creolo, un luogo in cui le piante di provenienza diversa trovano un equilibrio improbabile ma reale”.
Ecco, il nodo è questo. Come spiega lo stesso Spadaro nella sua limpida analisi, la Biennale “non è una sintesi risolta”, ma è “campo di forze” fra quei due poli opposti: la mostra del curatore e i padiglioni. Occorre che ce lo ricordiamo tutti.
Desidero sottolineare questo concetto, perché negli ultimi due mesi di acceso dibattito intorno alla Biennale “sembra” (e sottolineo “sembra”) aver prevalso quanto mai quell’interpretazione, per cui esiste solo la Biennale “dei padiglioni”. Più di una volta abbiamo letto o sentito appelli rivolti alla “denazionalizzazione” della mostra, auspicando l’abbandono della formula ottocentesca che prevede le partecipazioni nazionali. Ma se la Biennale di Venezia ha assunto nel tempo e ancora riveste – come clamorosamente in questi mesi si è visto – un valore simbolico riconosciuto nel mondo, ciò lo si deve proprio alla dialettica poc’anzi ricordata fra le sue due componenti originarie, la mostra centrale e le mostre proposte dalle nazioni.
Quale di queste due componenti è prevalsa nel tempo? Nessuna ed entrambe. Riflettiamo sulle Biennali del passato - talune avvolte in un’aura quasi mitica - e prendiamo ispirazione da esse che, pur con i loro conflitti e le loro “muse inquiete”, ci hanno portato fino a qui. Se leggiamo i nomi delle curatrici e dei curatori, si ha un elenco che comprende in assoluto le migliori e più influenti personalità. E se leggiamo i nomi dei principali artisti espressi dai padiglioni, segnalati a Venezia da riconoscimenti o dal consenso critico internazionale, anche qui abbiamo un elenco rappresentativo della storia dell’arte contemporanea. Ma soprattutto, ognuno dei due ambiti stimola l’altro.
Prendiamo un esempio, fra i molti che si potrebbero portare. Alla Biennale Arte del 1997 viene attribuito il Leone d’oro a Marina Abramovic per la performance Balkan Baroque, ispirata alla tragedia della guerra dei Balcani, partecipante della mostra centrale curata dal compianto Germano Celant. Nelle edizioni successive, e curiosamente fino a oggi, la performance a forte valenza simbolica diventa una forma espressiva quanto mai efficace, significativa rispetto al tempo presente, e praticata dalle partecipazioni nazionali fra le più ricordate e celebrate negli ultimi anni, anche in padiglioni non compresi negli spazi tradizionali dei Giardini e dell’Arsenale. Tornando a oggi, questa feconda dialettica sta in queste ore confermandosi. Dopo settimane di polemiche sul tema delle nazionalità, un pubblico numeroso oltre le attese sta affollando la Biennale Arte 2026 che è – insieme – la mostra dei padiglioni e quella di Koyo Kouho.
Presidente della Biennale di Venezia
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