Tra remigrazioni e false nostalgie, un Paese nuovo sta spuntando

Mentre cresce il richiamo identitario del “ritorno a”, l’Italia reale cambia volto. E intreccia origini, lavoro, destini condivisi e futuro comune. Senza cancellare la propria natura plurale
May 10, 2026
Tra remigrazioni e false nostalgie, un Paese nuovo sta spuntando
/Foto Icp
«Remigrazione» è un termine che si utilizza sempre più spesso in quei mondi di destra che fanno dell’identità nazionale il cuore del proprio programma. In Italia non si parla (ancora?) di rimpatri forzati, ma si afferma che la cittadinanza è una concessione che può essere tanto accordata quanto revocata. Si fa capire che alcuni saranno (potenzialmente) stranieri per sempre; che la loro presenza qui è temporanea, e comunque indesiderata. In un tempo liquido e inquinato dalla cultura dello scarto anche il diritto può diventare meno certo di prima. Incappare in un’infrazione amministrativa, ovvero un domani essere vittima di chi pensa che siamo “in troppi” (in base a quali criteri, oltretutto in un’Italia a forte calo demografico?) potrebbe significare l’espulsione nel Paese d’origine, o, nel caso non si potesse procedere in tal modo, la deportazione in un Paese terzo, ad esempio in Africa, come già succede in altre realtà.
Cittadinanze che si perdono dall’oggi al domani, deportazioni e tanto altro ancora: dopo la celebrazione del riarmo – a scopo difensivo, si intende – avremo lo sdoganamento di altri concetti e pratiche che immaginavamo sepolte insieme al Novecento? Si condanneranno ancora intere categorie umane a sentirsi “altre”, tollerate, o non più tollerabili, dei “corpi estranei”, da isolare ed allontanare da noi, anche se fuggono da guerre o situazioni insostenibili nei Paesi di origine? Il punto è che in certi ambienti si sostiene che c’è chi, per motivi religiosi, o culturali, non è assimilabile alla nostra civiltà. Se non addirittura che chi ha la pelle di un colore più scuro non può essere italiano.
È un controsenso pensando alla storia della penisola, protesa al centro del Mediterraneo, sede di civiltà antichissime, eppure eterogenee, cuore per secoli di un impero al cui interno si sono spostati mischiandosi milioni di individui, soggetta poi ad invasioni, una dopo l’altra. Alla fin fine cos’è l’Italia se non il frutto ibrido e felice di un successivo stratificarsi di apporti e di scambi? Cosa c’è di originale e di genuino nella nostra cultura se non l’incredibile creatività di genti capaci di rendere più bello e armonioso tutto ciò che passava da queste parti? Chi parla di remigrazione ama considerarla l’occasione per chiudere una parentesi, per voltare pagina, per tornare a un inizio che non è mai esistito.
Si tratta di ritrovare ragione ed umanità. Di non farsi guidare dal disorientamento, dal fastidio, dal risentimento, bensì da una prospettiva che guardi in avanti. Nascosto in quel prefisso, “re-”, c’è tutta un’idea passatista, nostalgica, sconfitta in partenza, che si impossessa del presente e del futuro. Si sogna un oggi in cui sentirsi meno spaesati, in cui dividere il mondo tra “noi” e “loro”, facendo chiarezza, cedendo alla semplificazione, in un tempo sfidante e complesso. Si sogna un domani più “bianco”, più ordinato, come se si potesse scendere dal treno della storia. Si immaginano un presente e un futuro che somiglino al passato, all’insegna degli “again”, di tanti slogan di questi decenni, dalla Brexit a Trump, semi di “retrotopia”, come la chiamava Bauman, che si sviluppano nel nostro Occidente vecchio e stanco, tentazioni di un “ritorno a”, alla “giusta” disuguaglianza, alla mia tribù…
Ma può una società ricca e vivace come la nostra seppellirsi da sola in nome di una falsa nostalgia? Troppo spesso la polemica politica o mediatica si riferisce a una presenza straniera “astratta”, di cui si pensa di conoscere tutto e di cui fa comodo amplificare luoghi comuni. Senza accorgersi, tra l’altro, di quanta parte di chi lavora in Italia viene da un altro Paese. Quanta ricchezza questi lavoratori producono assieme a noi, quanti servizi assicurano e quanto condividano con noi destini buoni e tragici, come dimostra proprio quanto accaduto ieri con la morte di tre braccianti stranieri che all’alba andavano a lavorare nei campi e dei due operai – l’uno senegalese l’altro italiano – ugualmente deceduti nei cantieri in Calabria. La comunità dei non italiani e dei discendenti di non italiani nel nostro Paese è in effetti da conoscere meglio, nelle sue speranze, nella sua voglia di futuro. Perché la loro scommessa sul futuro può essere anche la nostra. Perché se loro ce la faranno, ce la farà anche l’Italia; e se l’Italia ce la farà, ce la faranno anche loro.
Un Paese nuovo sta spuntando tra i rami del vecchio, nuove radici si affiancano a quelle più antiche. Voltarsi indietro non ci farà essere più felici, ma ci pietrificherà in statue di sale, aride e sterili. Guardare avanti, invece, ci permetterà di godere dei frutti che sbocceranno da questo innesto, peraltro non il primo della nostra lunga storia. E a beneficiarne, nello stesso spirito, sarà tutta l’Europa, continente che in questo momento storico è il più adatto ad arginare tante derive della cultura, della civiltà, dei diritti umani.

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