Il caso della Biennale ci dice che tra arte e relazioni internazionali c'è un nodo ancora irrisolto

«Venezia è un nodo della “geopoetica”, il punto in cui l’immaginazione artistica e la cartografia del potere si sovrappongono. Non è mai una sintesi risolta quanto, piuttosto, un campo di forze»
May 10, 2026
L’ingresso del Padiglione Centrale nel nuovo allestimento della curatrice artistica Koyo Kouoh, alla Biennale Arte 61, Venezia / ANSA
L’ingresso del Padiglione Centrale nel nuovo allestimento della curatrice artistica Koyo Kouoh, alla Biennale Arte 61, Venezia / ANSA
La Biennale di Venezia non è mai stata semplicemente una mostra d’arte. È un dispositivo diplomatico nelle vesti di un evento culturale, una mappa del mondo ridisegnata ogni due anni tra i padiglioni dei Giardini e le Corderie dell’Arsenale. Quest’anno, però, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte ha reso la cosa brutalmente esplicita. La giuria si è dimessa. La Commissione Europea ha minacciato di revocare due milioni di euro di finanziamenti. Il governo italiano ha inviato ispettori. L’Iran si è ritirato. E tutto questo prima ancora che le porte si aprissero al pubblico, ieri. A Venezia, nel 2026, la geopolitica non è il sottotesto: è il testo. Il progetto curatoriale concepito da Koyo Kouoh – scomparsa nel maggio 2025, a cinquantasette anni – si intitola “In Minor Keys”. Il titolo allude alla tonalità minore nella musica: un invito a ridurre il rumore, a prestare attenzione alle frequenze basse, alle pratiche artistiche capaci di sottrarsi allo spettacolo della crisi. Kouoh immaginava una Biennale che recuperasse il tempo dall’accelerazione, che offrisse «isole di resistenza» e «oasi di cura», che trattasse l’arte non come commento sull’attualità ma come campo di esperienza generativa. L’edizione concepita come la più intima e riflessiva della storia recente si è trasformata nella più rumorosa sul piano politico.
Il punto di frattura è noto. Il 23 aprile le cinque componenti della giuria internazionale – Solange Oliveira Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma, Giovanna Zapperi – hanno deciso di escludere dai premi Russia e Israele, in quanto i rispettivi leader sono sotto procedimento della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. La Fondazione Biennale ha preso le distanze; il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha espresso solidarietà all’artista israeliano Belu-Simion Fainaru; il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha parlato di antisemitismo. Pochi giorni dopo la giuria si è dimessa in blocco. Al suo posto, Buttafuoco ha istituito i “Leoni dei Visitatori” – premi assegnati dal pubblico – e ha posticipato la cerimonia al 22 novembre. La crisi istituzionale si è sovrapposta a quella curatoriale in un modo che sarebbe stato impensabile anche solo pochi anni fa. Ma è davvero impensabile? O è piuttosto la conseguenza logica di una struttura che la Biennale porta con sé dalla sua fondazione nel 1895? I padiglioni nazionali – i primi costruiti tra il 1907 e il 1914, non a caso tutti appartenenti agli imperi europei dell’epoca – sono il residuo architettonico di un’era in cui l’arte era già estensione delle relazioni internazionali. Ogni Stato che entra ai Giardini porta con sé la propria bandiera, i propri conflitti, il proprio posizionamento nel sistema globale. La Biennale non è un museo: è un’assemblea. E come tutte le assemblee, può essere paralizzata dai veti incrociati.
La questione che si apre non è se Russia e Israele debbano o non debbano partecipare. È una questione più profonda, che riguarda la natura stessa del dispositivo: quale spazio resta per il giudizio critico – quello che un tempo chiamavamo giudizio estetico – all’interno di un sistema fondato sulla rappresentanza nazionale? Quando la giuria decide di escludere un Paese, compie un atto politico, non artistico. Quando il governo corregge la giuria, compie un atto di curatela o non piuttosto di sovranità? In entrambi i casi le opere diventano secondarie rispetto alla cornice che le ospita. La dimensione geopolitica sovradetermina la lettura dell’evento. È un tema su cui chi scrive riflette da tempo, muovendosi tra due campi che si intersecano più spesso di quanto si pensi: la critica culturale e l’analisi delle relazioni internazionali. La geopolitica non è solo la distribuzione del potere tra le nazioni; è anche, e forse soprattutto, un repertorio di immagini, metafore, rappresentazioni. Ho proposto in passato due modelli per pensare questo nesso e ne parlerò presto a Vienna in una riunione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) dedicata al multilateralismo. Il primo è la scacchiera: una visione strategica e dualistica, in cui ogni mossa è calcolata, ogni posizione rivela un rapporto di forza, e l’arte funziona da osservatore – e talvolta da narratore – delle tensioni in atto. Il secondo è il tessuto: una visione relazionale, in cui gli Stati e le culture non sono entità separate ma fili intrecciati di un disegno complesso, e l’arte è lo spazio in cui le identità si contaminano, si ibridano, si riconoscono nella diversità reciproca.
La Biennale del 2026 dimostra che entrambi i modelli sono operanti, ma in una forma degenerata. La scacchiera c’è: le mosse di giuria, governo, Commissione Europea e cancellerie compongono una partita in cui l’arte è il terreno di gioco. Il tessuto c’è: i 101 paesi partecipanti, le sette nazioni presenti per la prima volta, la Somalia con una mostra sulla propria guerra civile, l’Etiopia con un progetto sul silenzio, il Qatar con un nuovo padiglione permanente finanziato da una donazione significativa. Ma nessuno dei due modelli, da solo, è sufficiente a descrivere quello che sta accadendo. Perché quello che sta accadendo è una crisi di legittimità del giudizio. Ciò che la Biennale mette in scena – involontariamente, e per questo con maggiore efficacia – è l’impossibilità di separare l’atto critico dall’atto politico nel momento in cui il formato stesso dell’esposizione è costruito sulla logica della rappresentanza nazionale. Le grandi mostre d’arte internazionale sono sempre state spazi di negoziazione tra il singolare dell’opera e l’universale del sistema. Ma quando il sistema è in guerra con se stesso – quando la giuria non può giudicare senza escludere, e non può escludere senza provocare una reazione a catena – allora il formato si inceppa. La macchina espositiva rivela il proprio funzionamento, come un orologio di cui si vedano improvvisamente gli ingranaggi.
C’è un ulteriore livello di complessità. “In Minor Keys” è una mostra postuma. Kouoh è morta un anno prima dell’apertura. Kouoh, con il suo percorso tra Douala, Zurigo e Città del Capo, era una delle figure più autorevoli della curatela contemporanea. Le tensioni che una curatrice in vita avrebbe potuto mediare, o almeno contenere, si sono scaricate sull’istituzione con una violenza che ha sorpreso molti. La lezione, se ce n’è una, non è che l’arte debba tenersi fuori dalla politica. Sarebbe un’ingenuità. La lezione è che l’arte come spazio di rappresentazione critica e l’arte come estensione delle relazioni internazionali sono due vocazioni che possono coesistere, ma non senza una tensione permanente e consapevole. La geopoetica – questo termine che uso per indicare il punto in cui l’immaginazione artistica e la cartografia del potere si sovrappongono – non è una sintesi risolta. È un campo di forze. E la Biennale di Venezia, con la sua struttura ottocentesca e le sue ambizioni contemporanee, è il luogo in cui questo campo di forze diventa visibile. Kouoh voleva una mostra che somigliasse a un giardino creolo: un luogo in cui piante di provenienza diversa trovano un equilibrio improbabile ma reale. La metafora resta potente.

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