Gino Bartali, un grande ciclista campione dell'anima

Nel Museo della Memoria di Assisi la cappellina privata del leggendario ciclista apre uno squarcio sul suo mondo interiore e sulla fede alimentata nel silenzio
May 10, 2026
Gino Bartali, un grande ciclista campione dell'anima
Il leggendario Gino Bartali (1914-2000)
Anticipiamo qui la postfazione di Domenico Sorrentino, arcivescovo emerito di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, nel libro di Sergio Meda "Un uomo per bene. Lo spirito carmelitano e francescano di Gino Bartali" (Edizioni francescane italiane, pagine 182, euro 15,00) con prefazione di Moser.
Chi era veramente Bartali? Una domanda che mi è spesso affiorata durante gli anni in cui, da pastore di Assisi, ho guidato tante persone all’interno del Museo della Memoria, che fa luce sulla grande pagina scritta nella Città del Poverello, tra il 1943 e il 1944, dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini e da alcuni religiosi e laici benemeriti della salvezza di circa trecento ebrei braccati dalla follia nazifascista. Tra questi benemeriti, spicca Gino Bartali. Addirittura, un film, Assisi Underground, lo mostra sulla sua mitica bicicletta a trasportare documenti falsificati che fungevano da lasciapassare per i perseguitati.Quella storia è ormai ben nota, con tanto di racconti, memorie e aneddoti, come quello di aver nascosto in una cantina di sua proprietà a Firenze una famiglia ebrea, che ha testimoniato l’accaduto affinché lo Yad Vashem gli attribuisse il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”, conferito alla sua memoria nel settembre del 2013.
A quella sua storia di solidarietà Bartali non fa alcun cenno nei suoi due saggi autobiografici (La mia storia e Tutto sbagliato, tutto da rifare). In questi egli sembra divertirsi, con malcelato compiacimento, sulla base delle sue agendine, a narrare tutti i particolari – di tutto e di più – delle sue imprese agonistiche, della sua rivalità con Fausto Coppi, finita in calda amicizia, delle dinamiche che si sviluppavano nei retroscena del mondo dello sport. Ma di ebrei e di trasporto di documenti per la loro salvezza, nessuna traccia. Eppure si tratta di un aspetto per nulla marginale, se si vuol comprendere l’uomo Bartali. Se ne rendono conto gli studenti che visitano il nostro museo e, mentre si intrattengono su quella buia pagina di storia, ne traggono il messaggio che un raggio di luce può fendere anche le tenebre della notte più cupa. Bartali è quel raggio di luce. Ma a farmi porre la domanda sul vero Bartali, quello più nascosto, quello più profondo, nel nostro museo non è soltanto questo.
A un certo punto del percorso museale, quasi a sorpresa, il visitatore entra in una cappellina, che in quel contesto sembra quasi di disturbo. Una cappellina a tutto tondo, con un altare pronto per le celebrazioni (anch’io vi ho celebrato in diverse occasioni, soprattutto nell’anniversario della morte di Bartali), con tanto di statua di santa Teresina di Lisieux, la “santina” a lui cara, con degli oggetti tipicamente liturgici e persino un quaderno dove sono annotate le celebrazioni di sante messe. A prima vista, il visitatore è forse tentato di pensare a un ambiente del vescovado a cui il museo si è dovuto adattare. E invece no: si tratta proprio della cappella di casa Bartali, che le nipoti Gioia e Stella hanno voluto mettere a disposizione dei visitatori del museo. L’abbiamo dovuta leggermente modificare per renderla compatibile con l’architettura del luogo, ma è proprio quella in cui il campione, lontano da sguardi indiscreti e dai fans sempre pronti a chiedergli autografi, anche in chiesa, con il rischio di disturbare il raccoglimento suo e degli altri fedeli (era forse il motivo che aveva indotto il cardinale Dalla Costa a concedergli questo privilegio), si inginocchiava a pregare.Una foto lo riproduce proprio così. Questo Bartali dell’anima non trapela nelle sue due autobiografie. A un certo punto, a dire il vero, affiora, ma è questione di poche battute.
Rimane aperto, tuttavia, l’interrogativo: perché Bartali fa fatica a parlarne? Certo, non per mancanza di coraggio nel testimoniare la sua fede. Forse, al contrario, il motivo sembra essere proprio la profondità della fede. Come poter dire delle cose che affondavano le radici in un dialogo fuori del comune, davvero personale e intimo, con Dio? La cappellina di Bartali, nel bel mezzo del Museo della Memoria, funge così da rivelatore di un “oltre” intraducibile in parole. Con queste puoi raccontare le pedalate e le imprese ciclistiche, ma non l’incontro con quel mistero che dà senso alla vita. L’“oltre” che dà forza e motivazione a tutto, compreso lo sport. Perché pedalare, perché correre, perché vincere, se il tutto dovesse risolversi in un podio, in un premio e magari in un inno nazionale, che lasciano poi la vita, nel suo inarrestabile processo, concludersi nel nulla? Ora di Bartali sappiamo un po’ di più. Ma quanto ancora ci vorrà per una conoscenza ancora più profonda del suo spirito cristiano, forgiato all’ombra del Carmelo e forse anche, nella sua frequentazione di Assisi, dalla spiritualità del Poverello? Eloquenti, in questo senso, le fotografie che lo ritraggono con il vescovo Nicolini davanti e dentro la Basilica di San Francesco, prima dei fatti del ’43-’44 che lo videro impegnato come postino della salvezza degli ebrei. Quelle foto dimostrano, insieme, il suo legame con il pastore di Assisi e la sua devozione francescana, confermata anche da una reliquia di san Francesco e santa Chiara, a cui – ci ha raccontato la nipote Gioia –, era molto legato e che probabilmente gli fu donata proprio in una delle sue visite al vescovo e ai frati. Che dire poi del calice che riporta l’iscrizione «consacrato e donato da monsignor Giuseppe Placido Nicolini – 4 agosto del 1937»? Tutte tessere di un mosaico che rinviano al mondo interiore del campione, in cui quell’“oltre” è sempre il suo faro di riferimento e la riservatezza è il suo modus operandi, perché – volendo dirlo con le sue parole – «il bene si fa e non si dice, e certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca».

© RIPRODUZIONE RISERVATA