Il colloquio Meloni-Rubio ha confermato che con Trump al timone non c'è spazio per i pontieri

Il Segretario di Stato Usa non può dare rassicurazioni sulle decisioni del presidente. La premier prende atto e rafforza la strategia di distanziamento da Washington
May 9, 2026
Rubio e Meloni
Marco Rubio e Giorgia Meloni venerdì a Roma / Ansa
Il dato più significativo del confronto Meloni-Rubio non è nei temi che hanno affrontato e nei dissapori che sono emersi, ma nel rumore di fondo che ha accompagnato i 90 minuti di colloquio: la personalità di Donald Trump non concede spazio a potenziali pontieri. Quel continuo rimando, «decide il presidente», che Rubio ha utilizzato quando ha incontrato la stampa presso l’ambasciata americana a Roma, sta a significare che nessuno a Washington può assicurare agli alleati una normalità di rapporti, nessuno può ridurre o arginare le esternazioni - e le azioni - del tycoon.
Se nemmeno Rubio ha un mandato pieno da pontiere, figurarsi Meloni o qualsiasi altro leader europeo. Insomma, l’atteso dialogo a Palazzo Chigi suona come l’ultimo disvelamento: tra Ue e Usa si proseguirà così, a tentoni, sino alla fine del mandato presidenziale, tra minacce e contromisure difensive, tra iniziative unilaterali e cocci da raccogliere. Sia la narrazione americana sia quella italiana trasmettono un senso di rassegnazione rispetto a questo scenario: è un’inerzia che non può cambiare. Un mero dato di fatto. Che, dal punto di vista politico, conferma la necessità, per Meloni, di un ulteriore cambio di passo rispetto al rapporto con Trump: aumentare i «no», e renderli più evidenti, pubblici, visibili. Già il modo in cui ieri il Governo ha comunicato l’esito del vertice con Rubio fa capire il messaggio nuovo che si vuole passare all’esterno: non ci sono interlocuzioni “sdraiate”, anche perché, è una constatazione, gli approcci morbidi non hanno sortito alcun effetto. Certo però su alcuni nodi concreti un punto di caduta bisognerà trovarlo.
Come su Hormuz. Sul punto un messaggio Rubio l’ha portato: gli Usa sono passati dallo «state alla larga» trumpiano al pressing per intervenire. E Roma, con l’Europa e i Volenterosi, dovrà trovare un equilibrio tra la paura di entrare indirettamente in un conflitto che non ha cercato e la necessità di sbloccare traffici vitali per le economie di mezzo mondo. Da un punto di vista più generale, sarebbe ora di aprire una riflessione su quel che lascerà su scala globale la stagione dei sovranismi: la stessa presidente del Consiglio ieri ha evidenziato che alla base delle distanze con gli Usa ci sono i diversi «interessi nazionali». Ma quando la sovraesaltazione degli «interessi nazionali» diventa la chiave per raccogliere consenso e giungere al potere, diventa poi difficile, ai limiti dell’impossibile, trovare quelle soluzioni che hanno a che fare con il bene comune, in questo caso un bene comune esteso su scala internazionale.

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