«Mettetevi nei nostri panni»: centinaia di studenti "alla prova" della disabilità
All'università Cattolica di Milano, adulti e ragazzi hanno provato a muoversi in sedia a rotelle e a camminare senza vista. Il tutor cieco: «Se "guardate" con i nostri occhi ci normalizzate»

Sbattendo un bastone sul pavimento di una sala dai soffitti alti, si scopre che alcuni suoni sono “oscuri” e che altri sono “rotondi” o “azzurri”. Se si continua a strusciarlo e a muoverlo per colpire gli oggetti nella stanza, i rumori inizieranno ad allargarsi in una “o” oppure ad assottigliarsi in una “i”. E infine torneranno indietro, carichi di informazioni semplici da decodificare: l’altezza dell’aula, il numero di persone presenti, i dialoghi tra di loro e persino la temperatura degli interni. Da un solo suono, senza aprire gli occhi, si capisce quasi tutto. «Succede perché la vista è monodirezionale, mentre l’udito è onnidirezionale. È attivo a 360 gradi». Giacomo Lecchi, psicoterapeuta, cerca di spiegarlo mentre accompagna per braccio decine di studenti tra le sale dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Loro sono bendati e si muovono a fatica, sbattendo contro cestini, porte e scalini. Lui è cieco dalla nascita, ma si muove benissimo tra le stanze di quello che è stato il suo ateneo da studente, perché «in assenza della vista – commenta sicuro – son molte più le risorse che si attivano di quelle che si perdono». Da oltre dieci anni è anche tutor del progetto “Mettiti nei miei panni”, promosso dall’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano per «trasformare la curiosità in consapevolezza» e raggiungere un obiettivo che Lecchi sintetizza senza ironia: «Far vedere a tutti quello che vediamo noi, usando finalmente tutti i sensi».

Dove non arrivano i suoni e un bastone che Lecchi sfrutta da radar, giungono il tatto, l’olfatto e il gusto. «Come hai fatto a capire che il bicchiere era abbastanza pieno?», chiede lungo il percorso il tutor a uno studente bendato che, in verità, lo aveva riempito a metà per timore di versare acqua a terra. La risposta arriva esitante: «Ho sentito con la mano fino a che altezza arrivava il liquido. Lo capisco perché è freddo». Sono bastati pochi secondi di silenzio, però, perché gli altri sensi arrivassero in soccorso del ragazzo: «Lo comprendo anche dal peso e dal cambiamento del suono al versare dell’acqua», conclude sorridente. «In realtà – commenta Lecchi a bassa voce – i ciechi usano la regola dei tre secondi. Basta contare e non si sbaglia».
Alcuni degli studenti accompagnati da Giacomo sono più impauriti e lenti nel muovere i primi passi al buio, altri camminano a passo svelto ma finiscono contro muri e gradini. Ma tutti si fermano a metà percorso, quando a sbarrare la strada sono due oggetti da indovinare al buio: un totem per prenotare un appuntamento con la segreteria didattica e una macchinetta per il caffè. Lecchi costringe ogni studente a sbatterci addosso, perché entrambi sono oggetti costruiti per non rispondere a nessuno degli stimoli utili alle persone cieche in ateneo. «Mi prenderesti un cappuccino?», chiede lo psicoterapeuta a una ragazza bendata. Lei esplora i pulsanti della macchina, aspetta un comando vocale e cerca persino un messaggio in braille che non sarebbe comunque in grado di leggere. Alla fine, si arrende. «Niente caffè dalla macchinetta. Andremo al bar», risponde Lecchi. Che, però, ci spiega anche come rimediare al problema: «Oggi è tutto più facile tramite le app del telefono che colleghiamo alle macchinette – racconta –. Quando andavo io a lezione non c’era modo di accedere a questo servizio. In generale, le cose sono molto migliorate: a partire dalle scuole c’è molta più attenzione attorno alle disabilità e le neurodivergenze, ma resta ancora strada da fare sulle difficoltà sensoriali e motorie».

Per questo, il “gioco di ruolo” in Cattolica prosegue con un percorso a bordo delle sedie a rotelle. Senza l’accompagnamento di un tutor, la maggior parte dei partecipanti si ferma di fronte a una rampa alta 30 centimetri. «Mi sono stupita di come cambi la percezione nello spazio da seduti – spiega Daniela, al termine del percorso –. Questo genera una fiducia e una necessità di comunicazione costante con l’accompagnatore».
In altre aule della Cattolica, invece, decine di persone reimparano a camminare senza l’uso dell’udito, simulando in laboratorio l’ipoacusia. «Le persone stressano le loro orecchie con troppa leggerezza. Se perdessi l’udito, avrei serie difficoltà. Con la vista me la cavo», conclude Lecchi ridendo.

Lo scorso anno, “Mettiti nei miei panni” aveva coinvolto 907 persone con 1.283 accessi in quattro sedi. Quest’anno, l’obiettivo è stato coinvolgere ancora più persone. «Se vogliamo parlare di inclusione, dobbiamo capire davvero come vivono le persone che includiamo – spiega il professor Luigi D’Alonzo, delegato del Rettore per l’inclusione degli studenti con disabilità –. Includere dentro ai nostri interessi, al nostro cuore e alla nostra anima i bisogni e le necessità altrui: questa è vera inclusione. E comincia sempre dal mettersi nei panni degli altri».
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