Come è andato l'incontro tra Meloni e Rubio
Tra la premier e il Segretario di Stato un confronto «franco» su Iran, Ucraina e dazi. Il nodo maggiore rimane l'impegno italiano sullo stretto di Hormuz

L’Oceano Atlantico non è mai sembrato così grande, lo Stretto di Hormuz così piccolo. L’Italia però non ha intenzione di farsi trascinare nella guerra all’Iran. Di certo, non senza un cappello delle Nazioni Unite o di una coalizione internazionale tollerata da Teheran. Sta qui gran parte dell’attuale distanza tra Roma e Washington, esasperata dalla dialettica ultra-aggressiva e imprevedibile di Donald Trump. E così, ecco Marco Rubio. Il segretario di Stato arriva a Palazzo Chigi intorno alle 11.30, se ne va un’ora e mezza dopo, direzione Ciampino. Tutto tranne che la “visita di cortesia” presentata inizialmente.
La premier Giorgia Meloni parla di «un dialogo franco, tra alleati che difendono i propri interessi nazionali ma che sanno entrambi quanto sia preziosa l’unità dell’Occidente». “Franco”, ossia duro e senza grossi passi avanti. Le parole di Meloni fanno trasparire però come sia stata calcata la mano sul fatto che non è questo il momento di dividersi. A Milano, dove vola subito dopo, la premier spiega poi che si è parlato di «di rapporti bilaterali» e di «grandi questioni e scenari internazionali: crisi in Medio Oriente, sicurezza, libertà di navigazione, quindi stretto di Hormuz. Abbiamo parlato di alcuni dossier che sono particolarmente importanti per l'Italia, perché l’Italia storicamente gioca un ruolo, penso alla Libia, al Libano». E ancora, «di Ucraina, di Cina, prossima visita del presidente americano».
Fonti italiane riportano di un confronto acceso sulla politica commerciale (leggi dazi), ma il tema centrale rimane Hormuz, la cui chiusura a singhiozzo da parte dell’Iran ha avuto pesanti ripercussioni sulle economie di mezzo mondo. È lì che, come prevedibile, l’offensiva Usa-Israele contro Teheran ha finito per incagliarsi e ora Washington chiede agli altri Paesi una mano. Ad esempio, sarebbero molto utili le navi italiane specializzate nello sminamento dei fondali. Meloni dal canto suo ha subìto accuse (anche personali) di scarso impegno sul dossier iraniano che l’hanno costretta a rispondere in prima persona. «L’Iran ora sostiene di avere il diritto di controllare una via d’acqua internazionale. Il mondo dovrà decidere se è disposto a normalizzare questa situazione», ha ribadito ieri Rubio ai cronisti presso l’ambasciata americana a Roma, sottolineando che questo scenario rappresenterebbe «un precedente pericoloso». Il capo della diplomazia Usa ha spiegato che il suo Paese sta cercando una soluzione diplomatica e lavora a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per impedire a Teheran di controllare o minare Hormuz. Fonti italiane, dopo il vertice Meloni-Rubio, ricordano che la risoluzione dell’Onu sarebbe la soluzione migliore per Roma ma che due membri del Consiglio di sicurezza (Russia e Cina) non la sosterranno. E così serve un’altra strada.
Il 20 aprile scorso, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva ad esempio rivendicato di essere stato «il primo a parlare di necessità di mandato dell'Onu» per liberare Hormuz, pur sapendo che «può essere bloccato in Consiglio di sicurezza dal primo che si alza». Da qui l’idea di una soluzione “pragmatica” «con una coalizione internazionale di 30 o 50 nazioni, senza un mandato dell'Onu». Lo schema dei Volenterosi nato per l’Ucraina riproposto per Hormuz, insomma.
Sul tavolo però è stato messo anche il futuro della missione Unifil in Libano, altro dossier complicato a fronte dell’offensiva israeliana sul Paese. Il nostro è uno dei pochi Stati capace di dialogare con tutti gli attori dell’area mediorientale e guida la missione Unifil dell’Onu. Eppure l’Italia può «dare qualcosa in più», dichiara Rubio. Così a Cinque minuti, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ribadisce come un maggiore impegno italiano sia pensabile solo «in una fase successiva a un accordo tra Israele e Libano».
Infine, il tema delle basi dopo l’ipotesi avanzata da Trump di ritirare le truppe Usa dai Paesi Nato che non hanno appoggiato le azioni militari americane in Iran, compresi Italia e Germania. «Decide il presidente», ha spiegato Rubio che ieri se l’è presa solo con la Spagna, colpevole di aver negato «l’uso delle basi per una contingenza molto importante». Il segretario di Stato ha assicurato di non averne parlato con Meloni. Ma, ha poi chiosato, «le nostre risorse non sono illimitate» e «vanno allocate nel mondo in base a ciò che serve all’interesse nazionale». Parole prudenti, come confermano anche fonti italiane. Quantomeno, è il dato positivo, il confronto servirà da leva per approfondire dossier rimasti in sospeso.
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