«Noi non vogliamo più uccidere». La storia di Mike e la coscienza dei soldati Usa
Nel 2003 Mike Prysner andò, convinto, in Iraq con l’esercito. Oggi guida il Center on Conscience and War e assiste le truppe che rifiutano di partecipare al conflitto. Dopo l’attacco all’Iran, l’Ong ha registrato un’impennata di richieste

Era il marzo 2003 quando Mike Prysner attraversò il confine iracheno con le truppe americane. Aveva poco più di vent’anni, si era arruolato poco prima dell’11 settembre e credeva, come tanti all’epoca, di star facendo la cosa giusta. Quello che vide nei mesi successivi lo convinse del contrario. Fu un processo lento e doloroso che culminò con un discorso ai Winter Soldier Hearings del 2007 – le audizioni in cui i veterani di Iraq e Afghanistan testimoniarono sui crimini di guerra che avevano osservato. L’intervento di Prysner diventò virale, con milioni di visualizzazioni, traduzioni in decine di lingue e citazioni sui giornali di tutto il mondo. «Il nostro nemico non è mai stato il popolo iracheno – disse –. Il nostro nemico è chi ci manda a combattere guerre per i propri interessi». Negli anni successivi Prysner ha continuato a organizzare eventi per i reduci, ma ha anche fondato un podcast e lavorato con The Empire Files, un programma di giornalismo investigativo. Oggi è il direttore esecutivo del Center on Conscience and War, Ccw, un’organizzazione fondata nel 1940 per assistere chi, per ragioni di coscienza, non vuole a partecipare a una guerra. Il suo attivismo l’ha portato più volte all’attenzione dei media, come il 22 aprile scorso, quando è stato arrestato – e subito rilasciato – durante una manifestazione al Campidoglio di Washington, dove una sessantina di veterani, molti in uniforme, protestavano contro la guerra in Iran e chiedevano il rispetto del diritto all’obiezione di coscienza.
«La guerra che ho combattuto – racconta oggi – ha distrutto migliaia di vite americane e un milione di vite irachene. Ho passato vent’anni a desiderare di poter tornare indietro e rifiutarmi di andare. I soldati di oggi hanno questa possibilità ma non tutti lo sanno». In effetti, da quando gli Stati Uniti hanno avviato le operazioni militari contro l’Iran, il Ccw ha visto un aumento del mille per cento nelle richieste di informazioni sull’obiezione di coscienza. Le chiamate arrivano da tutte le forze armate: esercito, marina, aviazione, marines, guardia costiera. Duecento militari hanno già formalmente chiesto di essere congedati come obiettori. La linea di assistenza che il Ccw gestisce insieme ad altre organizzazioni pacifiste – tra cui la Quaker House, che partecipa al servizio dal 1994 – non riesce a stare dietro alle richieste. Prysner dice di non aver mai visto niente di simile: «La guerra in Iran e l’uso più generale che Trump fa dei militari, anche in missioni sul territorio nazionale, hanno provocato un’impennata senza precedenti».

Prysner sottolinea infatti che a motivare le telefonate non è la paura: «Non ho sentito un solo soldato dire: non voglio morire in una guerra in cui non credo – spiega –. Tutti hanno invece orrore di uccidere in una guerra in cui non credono». Non tutti riusciranno a ottenere il congedo. Il diritto all’obiezione di coscienza esiste nell’esercito americano, ma è molto limitato: richiede di dimostrare un’opposizione radicata e sincera a qualsiasi forma di guerra, non solo a un conflitto specifico. Poi c’è il peso umano della scelta di dire ai propri commilitoni che non puoi combattere con loro. «Stai dicendo ai tuoi fratelli d’armi che non credi in quello che state facendo e che non lo farai con loro – dice ancora Prysner –. È una delle cose più difficili che un soldato possa fare. Ma le persone con cui abbiamo a che fare in queste settimane non vedono altra scelta morale». Non a caso il Ccw ha visto un’impennata di chiamate subito dopo il discorso di Leone XIV contro le operazioni in Iran. Quando il Papa ha criticato pubblicamente «l’illusione di onnipotenza» che alimenta il conflitto e ha chiesto la fine delle ostilità, il Ccw ha registrato un picco di telefonate da parte di soldati cattolici. «Non potevano conciliare il loro lavoro con la loro coscienza», dice Prysner.
L’America ha già vissuto momenti simili. Durante la guerra del Vietnam, le domande di obiezione di coscienza esplosero. Tra il 1967 e il 1973, in particolare, il numero di militari che si rifiutavano di combattere come scelta morale crebbe esponenzialmente. Durante la guerra del Golfo del 1991 ci fu un’ondata minore ma significativa di obiettori, molti dei quali riservisti che avevano firmato pensando che il loro impegno nell’esercito non li avrebbe portati a sparare contro un altro essere umano. Dopo l’11 settembre e l’invasione dell’Iraq nel 2003, il fenomeno riprese vigore: soldati come Camilo Mejía, che si rifiutò di tornare in Iraq dopo una licenza nel 2004 e finì in carcere, o come Prysner stesso, diventarono simboli di una resistenza interna alle forze armate che il Pentagono faticava ad ammettere. Quello che distingue il momento attuale dai precedenti è la velocità. La guerra in Iran è cominciata da poche settimane e già produce una crisi di coscienza che nelle guerre precedenti aveva impiegato anni a manifestarsi. Prysner individua un tema ricorrente nelle chiamate, oltre all’opposizione morale alla guerra: la sfiducia nella catena di comando. «C’è un’erosione della credibilità della nuova leadership — dice —. A meno che una recluta non sia davvero immersa nella mentalità Maga, non la vede come competente».
In particolare Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, è una figura che divide profondamente. Ex commentatore televisivo di Fox News, non è un militare di carriera, ma ha un progetto preciso e ideologico per le forze armate americane: trasformarle in quello che lui chiama un’organizzazione di «guerrieri», con un’etica aggressiva e offensiva, costruita intorno all’idea della violenza come vocazione. Ha infatti parlato esplicitamente di voler spostare la cultura militare verso un codice che mette al centro la combattività. Hegseth è anche inviso a molti militai per una serie di scelte controverse. Ha vietato le associazioni interne alle forze armate per i militari afroamericani. Ha avviato una revisione delle promozioni che ha escluso numerosi ufficiali donne e neri. E ha ordinato la rimozione dal servizio dei militari affetti da una condizione dermatologica che impedisce la rasatura e che colpisce in modo sproporzionato gli uomini di colore. Nel mezzo di tutto questo il Pentagono ha presentato un bilancio che contiene una misura passata quasi inosservata: la registrazione automatica al servizio militare selettivo per tutti i cittadini maschi tra i 18 e i 25 anni. Non si tratta della leva obbligatoria, ma della creazione di un database completo di tutti i potenziali coscritti, pronto all’uso, proprio mentre Trump dice di voler «mantenere aperte le opzioni» sulla leva.
Per il Ccw, questa notizia ha avuto un effetto immediato: nuove chiamate e nuove richieste di informazioni. Giovani che non hanno mai indossato un’uniforme si chiedono che cosa succederà se la guerra in Iran si prolungherà, le perdite aumenteranno e Washington deciderà che i volontari non bastano più. Prysner intanto continua il suo lavoro, tra le telefonate alla hotline e le testimonianze pubbliche. «Le persone che ci chiamano – conclude – sono la voce di un’America che si chiede perché si combatte, chi decide e chi ne paga il prezzo. E se esiste un punto in cui la coscienza conta più degli ordini».
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