«Riacquistiamo vista e udito. E una parola di verità»
Da oggi a Seriate (Bg), il convegno di Russia Cristiana “Dire Cristo in tempi di guerra”. «Perché si può vivere dove tutto sembra perduto»

Viviamo in un mondo nel quale sono andati persi punti di riferimento secolari, dove la forza del diritto è stata sostituita dal diritto della forza e dove non esiste più diritto internazionale; anzi, è un mondo dove il diritto internazionale umanitario e il diritto delle genti sono diventate espressioni prive di significato. Le parole e la realtà non corrispondono più tra di loro: i potenti credono di poter raggiungere l’immortalità e, a Mosca come a Washington (in una risibile presunzione), sono convinti che bastino le loro parole per trasformare una guerra vera in una presunta operazione militare. E questa poi, con le dovute benedizioni, può essere addirittura trasfigurata in una guerra santa, senza che si possa più nemmeno dire che questa è la suprema forma di blasfemia.
In questo mondo che pare disertato da Dio, la Fondazione Russia Cristiana osa suggerire, invece, che si può ancora «Dire Cristo in tempi di guerra». Questo è il titolo del convegno che tra l’8 e il 10 maggio riunisce a Villa Ambiveri di Seriate (Bg), nella storica sede della Fondazione, 20 relatori da 14 Paesi. Nessuna pretesa di offrire soluzioni, nessuna tentazione di insinuare illusioni: troppo oltre sono andati il dominio degli interessi particolari e la dimenticanza del bene comune, le ingiustizie, le divisioni e l’odio, con il culto della morte che sostituisce il rispetto della vita e, soprattutto, con il dolore degli innocenti. E tuttavia lo sguardo attento alla realtà, l’esperienza della storia e la forza della fede ci dicono che è possibile «Dire Cristo in tempi di guerra».
Come ci ha insegnato la storia della redenzione, l’inferno non ha mai avuto l’ultima parola, le sue porte non hanno resistito e sono state scardinate: da quando ha creduto di afferrare un uomo e si è trovato «Dio faccia a faccia. Prese la terra, e incontrò il Cielo. Prese quel che aveva visto e cadde per quel che non aveva visto» (san Giovanni Crisostomo). E così ci ha insegnato la storia dei santi d’Oriente e di Occidente, che hanno preso sul serio questo paradosso e hanno potuto vivere là dove sembrava impossibile, e là dove ogni unità sembrava perduta ne hanno saputo trovare, in Cristo, una ancora oggi esemplare; «Tieni il tuo spirito nell’inferno e non disperare», aveva detto san Dmitrij di Rostov, nel XVII secolo, quasi rispondendo a Cristina l’Ammirabile che, tra il XII e il XIII secolo aveva detto: «Preferirei stare agli inferi con Cristo piuttosto che in cielo con gli angeli ma senza Cristo».
E così ci hanno insegnato i martiri nel XX secolo, quando, anche per coprire il nostro quieto vivere, li chiamavamo «Chiesa del silenzio», mentre i cristiani non tacevano ed eravamo solo noi a non sentirli e a non vedere la loro testimonianza di una fede per la quale si poteva dare la vita e nella quale si poteva vivere da liberi anche in un mondo non libero; come poi ci hanno insegnato anche tanti esponenti del dissenso nei Paesi dell’Est europeo. E così ci insegna la storia di oggi, quando, sono le parole di uno dei testimoni del nostro convegno, temiamo che «la parola di Dio sia vinta dalla parola della ferocia» e, in un mondo senza più giustizia, c’è chi crede di poter fare quello che vuole, mentre in realtà, «il Signore non se n’è mai andato, e siamo noi che non lo sentiamo, o fingiamo di non sentirlo».
Il convegno di questi giorni è un passo in questo tentativo di riacquistare vista e udito e di trovare la capacità di dire una parola di verità che non crei nuovi steccati, ma che sappia giudicare, senza mai dimenticare il primato della persona e della vita, riaffermando i diritti fondamentali di tutti e la dignità di essere umano che resta tale anche in chi sembra aver rinunciato alla propria umanità. È un compito nuovo per chi si era cullato nel mito di un’improbabile fine della storia o continua ad alimentare il sogno di rinnovate età dell’oro, ma queste sono fantasie che non hanno mai potuto nascondere l’umiliazione prodotta dalle guerre generate in loro nome; e soprattutto non hanno mai interrotto il filo dell’umanità, un filo che non si è mai smarrito e va solo ripreso. Neppure davanti ai tanto decantati «fatti alternativi» la vita e la verità sono mai venute meno: nella forma della solidarietà e della sussidiarietà che fanno resistere le società civili prostrate dalla guerra, nella forma della riconciliazione che ha saputo far rinascere l’Europa dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e che vive ancora, già adesso, in tante esperienze di assistenza e di aiuto reciproco che legano le genti russe e ucraine, ben al di là di accuse e recriminazioni. Non è e non sarà semplice sviluppare questi percorsi di pacificazione; gli scambi di esperienze sono fatti esattamente per ricominciare a concepirne la possibilità, abbandonando l’idea che la forza possa essere lo strumento per la regolazione e il superamento dei conflitti e ritrovando il punto di partenza proprio nel valore della persona e della sua dignità, così dimenticate e così irriducibili.
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