Il cardinale Battaglia accoglie il Papa: «Napoli insegna la fraternità»

di Giacomo Gambassi, inviato a Napoli
Il cardinale e arcivescovo di Napoli, che oggi accoglie Prevost:
«C’è un grido che denuncia un sistema camorristico».
É quello «delle madri e delle vite che si spezzano troppo presto»
dentro il quale la Chiesa si fa annuncio di «vita, liberazione
e dignità» offrendo un «riscatto culturale, lavorativo e umano»
May 7, 2026
Il cardinale Battaglia accoglie il Papa: «Napoli insegna la fraternità»
Il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli
«Da Napoli si leva un “no” deciso, senza ambiguità, a ogni cultura di morte». Una pausa. «Nel nome del Vangelo». Il cardinale Domenico Battaglia racconta il «grido», come lui stesso lo chiama, che oggi la città consegnerà nelle mani di Leone XIV. L’arcivescovo di Napoli, per la sua gente “don Mimmo”, accoglierà il Papa nel giorno in cui ricorre il primo anno di pontificato. Anniversario che Robert Francis Prevost ha deciso di celebrare con una “doppia” visita pastorale in Campania: al mattino nel santuario mariano di Pompei per la “festa” della Supplica alla Madonna che il Pontefice reciterà al termine della Messa in piazza Bartolo Longo in programma alle 10.30; nel pomeriggio a Napoli, prima nel Duomo alle 15.45 per l’incontro con il clero e i consacrati (ma anche con i poveri e i più fragili), poi in piazza del Plebiscito alle 17 per l’incontro con la cittadinanza, che si concluderà con l’atto di affidamento alla Madre di Dio della metropoli e della Chiesa locale. «Mi sembra sia una scelta profondamente ecclesiale e simbolica la visita a Pompei e Napoli – spiega ad Avvenire il cardinale arcivescovo, 63 anni –: da un lato la Vergine del Rosario, la Regina della pace, a cui guardiamo con speranza in questo tempo segnato da una “guerra mondiale a pezzi”; dall’altro lato il popolo, la gente, una città del Mediterraneo, Napoli, che è crocevia di culture, di storie, di ferite e di speranze. Qui il Papa incontra la fede concreta della comunità, il calore umano che ancora resiste, la devozione che si intreccia con la vita quotidiana. È una scelta che dice: la Chiesa è popolo in cammino, è presenza viva, storia incarnata. E Maria, donna del “Magnificat”, cammina in questa storia, custodendo i suoi figli, accompagnandone il passo». Un anno fa il cardinale Battaglia era nella Cappella Sistina da cui sarebbe uscito papa Leone XIV. «In questi dodici mesi – afferma – mi hanno colpito la sua mitezza e la sua fermezza. Lo so, può sembrare un ossimoro. Ma in lui queste due caratteristiche convivono. Mitezza nel tendere la mano a tutti, nel prodigarsi per l’unità della Chiesa, nel favorire logiche sinodali e non cordate di potere. Fermezza nel difendere con audacia e coraggio la causa della pace. Di questo gli sono, gli siamo infinitamente grati».
Eminenza, lei definisce Napoli una città ferita e luminosa. Partiamo dalle luci. Napoli città dell’accoglienza, della cultura, della gioia. Che cosa può insegnare all’Italia e alla Chiesa?
«Napoli può insegnare la fraternità concreta, quella che non resta parola, che diventa gesto quotidiano. Può insegnare la solidarietà che nasce dalla condivisione della fragilità. E poi quell’arte di arrangiarsi che, in profondità, è il coraggio di rialzarsi sempre, di non arrendersi mai alla caduta. Napoli insegna che la vita, anche quando è dura, può essere abitata con creatività, con bellezza, con gioia. È una lezione evangelica incarnata».
Leone XIV ha chiesto più volte di denunciare le ingiustizie. Quale appello arriva da Napoli contro l’illegalità e la criminalità?
«Il grido è forte, ed è il grido delle madri, dei giovani che muoiono, delle vite spezzate troppo presto. È un grido che denuncia un sistema, quello camorristico e mafioso, che uccide il futuro. E noi come Chiesa siamo dentro questo grido, dentro questa ribellione, nel nome del Vangelo, che è annuncio di vita, di liberazione, di dignità. Un annuncio che non denuncia solamente, ma genera alternative possibili di bene».
Violenza giovanile. Il Papa ha ribadito più volte che “per fermare le violenze occorre cominciare dalla formazione dei giovani”. Come declinare questo richiamo nelle nostre città?
«Stiamo sperimentando il valore del Patto educativo: nessuno si salva da solo. Famiglia, scuola, Chiesa, istituzioni devono diventare sistema, rete viva. È un processo faticoso, a volte lento, ma necessario. E che non potrà dirsi mai concluso, perché è un tentativo costante volto a offrire opportunità reali, spazi di crescita, esperienze di bellezza e di responsabilità. Educare è necessario e significa accompagnare i ragazzi, le loro famiglie, credere nei giovani, dare loro fiducia e futuro. Anche noi come diocesi stiamo cercando di farlo. Penso ad esempio, al Museo diocesano diffuso: un progetto che sul modello di quanto accaduto nel Rione Sanità offre a livello cittadino a tanti giovani occasioni di riscatto culturale, lavorativo e umano».
Il Pontefice ha dedicato il suo primo documento magisteriale ai poveri, la “Dilexi te”. Come la povertà nelle città italiane chiama la politica e la Chiesa?
«La politica è chiamata a non lasciare indietro nessuno. E questo non per scelta ideologica, ma perché il bene comune è autentico solo se è inclusivo. Anche perché dobbiamo essere consapevoli che non può esserci sviluppo senza giustizia. E se questo vale per tutti, vale ancor di più per coloro che hanno scelto di seguire il Signore povero e crocifisso, rinunciando ai segni del potere e fidandosi esclusivamente del Vangelo. E proprio il Vangelo ci consegna due simboli: il grembiule e il catino. Chinarsi, lavare i piedi, stare accanto. Non dall’alto, ma dentro la vita dei poveri. Ecco, credo che questo sia il compito della Chiesa».
Il Papa esorta a non cedere alla tentazione della rassegnazione e dell’impotenza. Un rischio che si corre anche nella società italiana?
«Sì, il rischio c’è, ed è forte. È l’assuefazione, l’abitudine al male, il pensare che nulla possa cambiare. Si supera tornando alle sorgenti del Vangelo, che sono sorgenti di vita e di speranza. Serve vigilanza, per non lasciarsi anestetizzare. Serve coraggio, per scegliere il bene anche quando costa. Serve audacia, per immaginare e costruire strade nuove».
«Annunciare il Vangelo», ripete Leone XIV. Di quali scelte coraggiose ha bisogno l’Italia che fa i conti anche con una certa disaffezione nei confronti della fede, come il Pontefice stesso l’ha definita?
«Abbiamo bisogno di scelte autentiche, non di facciata. Tornare all’essenziale del Vangelo, con linguaggi comprensibili e vite credibili. Uscire, incontrare, abitare le periferie esistenziali. Non difendere spazi, ma generare senso. La disaffezione si vince con la testimonianza: una fede vissuta, incarnata, una spiritualità profonda e capace di parlare al cuore dell’uomo di oggi».
Leone XIV si è presentato come il Papa della «pace sia con tutti voi». Alla Chiesa italiana ha chiesto che «ogni comunità diventi una casa della pace». Come si costruisce la pace nelle città, nei quartieri, nei condomini?
«La pace non è un’idea astratta, è un esercizio concreto fatto di ascolto, dialogo, accoglienza dell’altro. Nei quartieri e nei condomini, ma anche, direi, nelle nostre comunità, serve ricucire legami, creare spazi di incontro, abbattere i muri invisibili dei pregiudizi. Perché la pace nasce da piccoli gesti: un saluto, una parola buona, una disponibilità. E cresce quando diventa stile comunitario, quando si sceglie di mettere il “noi” prima dell’io, di puntare su ciò che ci tiene uniti più che su ciò che ci divide».
La morte del piccolo Domenico, il bambino vittima di un trapianto fallito di cuore, ha unito l’Italia a Napoli. Oggi la mamma di Domenico sarà in Duomo e stringerà la mano al Papa. Lei è stato molto vicino alla famiglia. Una lezione di difesa della vita e di attenzione ai più fragili?
«È una ferita che parla a tutti. La morte di un bambino è sempre uno scandalo che interroga la coscienza collettiva. E anche la mia coscienza, nei giorni trascorsi tenendo la mano al piccolo Domenico addormentato, ne è stata profondamente segnata. La famiglia ha affrontato tutto questo con estrema dignità e per me è stato importante essere al loro fianco nel momento più terribile, nel dolore estremo. Perché la Chiesa deve essere sempre lì dove sono i crocifissi del nostro tempo. E non ho fatto fatica a scorgere in Domenico il Cristo crocifisso».

© RIPRODUZIONE RISERVATA