Alex & Achille, la stessa lezione

La morte di Zanardi e la rinuncia al basket giocato di Polonara, uscito dalla leucemia, si sono incrociate negli stessi giorni. Offrendoci due volti dello stesso stile umano: l’accettazione del proprio limite umano come formidabile risorsa di vita
May 7, 2026
Alex & Achille, la stessa lezione
Achille Polonara nel 2023 in azione con la maglia della Virtus Bologna
Alex e Achille: uno ha vinto tutto quello che ha potuto, inclusa la sua grave disabilità; l’altro si è arreso alla malattia. O almeno così può sembrare. Perché il campione di automobilismo e di handbike, dopo l’incidente che l’ha privato delle gambe, e il leader di tante squadre di basket e della Nazionale, uscito dalla leucemia e ora anche dallo sport praticato, invece ci raccontano negli stessi giorni la stessa storia, sebbene con esiti differenti.
La morte di Alex (Zanardi) si è intrecciata con l’annuncio di Achille (Polonara) di rinunciare alla pallacanestro sul campo. E la luminosa avventura umana dell’ex pilota ha dialogato in modo imprevedibile con le parole sagge del grande cestista, che la sera prima dei funerali di Zanardi ha fatto sapere che il suo sogno di tornare sul parquet e competere ad alti livelli dopo aver attraversato una malattia devastante è purtroppo destinato a restare tale, malgrado la speranza di tutto lo sport italiano di rivederlo dominare sotto canestro: voleva farcela, con tutto sé stesso, però non riesce a palleggiare, non come ci si attende da un campione con il suo palmares.
E allora eccoci a chiederci se una storia senza il lieto fine che sembrava già scritto vada considerata la storia di una sconfitta, a confronto con quella di chi è sembrato superare ogni ostacolo con la sola forza di volontà.
Dopo giorni in cui leggiamo e sentiamo che Alex ha insegnato a “non mollare mai”, e ha sempre prevalso sulla sua evidente menomazione, è arrivato Achille a farci capire il segreto di Zanardi: domandandoci a bruciapelo se, allora, la sua sarebbe stata una resa. Uno ha vinto la disabilità, l’altro è stato vinto dalla malattia. Quindi? Ma Polonara, come Zanardi, ha preso atto della sua condizione, accettando il proprio limite: ce l’ho messa tutta – ci ha detto –, e questo è il massimo che posso fare, dobbiamo accettarci come siamo. Non è forse la stessa cosa che ci ha spiegato Zanardi? La vita accolta così com’è diventa giacimento inesauribile di energia morale, coraggio, altruismo, a partire dal saper guardare in faccia il proprio limite, dandogli un nome e imparando a conviverci per quello che è: una parte inseparabile di sé. Malattia, disabilità, ma anche molto altro. Cose che conosciamo tutti molto bene, perché le sperimentiamo ogni giorno.
Di quanti limiti facciamo esperienza, e non solo fisici? Carattere, talenti, forza di volontà, fantasia, coraggio, ma anche incontri mancati, progetti lasciati a metà, carriere incompiute, assuefazione a orizzonti di ripiego, e chissà cos’altro, ognuno ha i suoi. Il limite e i suoi effetti fanno parte della vita, si manifestano come un muro davanti al quale possiamo fingere che non esista evitando di farci i conti, lagnarcene di continuo, subirlo come un’ingiustizia. Oppure smascherarlo e definirlo, per cogliere dentro il suo perimetro tutto quello che possiamo mettere in campo, per provare a superarlo. Potremo scoprire di disporre di risorse inimmaginate, persino diversi da come ci conoscevamo. Il limite che ci insidia si trasforma e può diventare un alleato, una porta di accesso a una parte di noi stessi di cui non sospettavamo l’esistenza.
Zanardi, ottimo pilota di auto da corsa, si era mostrato al mondo nella sua dirompente umanità dopo l’incidente che ha quasi dimezzato il suo corpo ma sembra aver moltiplicato le sue risorse interiori. Cos’è successo? Ha accettato la sua nuova condizione esplorando ogni angolo di ciò che gli schiudeva. Il desiderio inesauribile di vita che ci portiamo dentro ha preso a parlare una lingua comprensibile a tutti, contagiosa.
Eccoci dentro ciò che abbiamo “visto” in questi giorni: da Zanardi abbiamo avuto la conferma che siamo fatti di vita e di bene, un tesoro che fiorisce proprio dentro il recinto della nostra realtà, limitata com’è. Una constatazione infinitamente incoraggiante, ne avevamo tutti un gran bisogno. Poi è arrivato Achille Polonara, e dall’alto dei suoi 204 centimetri ha detto che il limite ci indica una strada da imboccare, e sarebbe sciocco accanirsi per “vincere” a ogni costo. Troppa retorica sui malati e i disabili come “eroi” e “guerrieri” (da quasi tutti loro detestata, per la verità) ci ha forse convinti che merita di essere ammirato solo chi prevale sulla propria limitatissima condizione, quasi non esistesse un confine, e diventassimo immortali e invulnerabili semplicemente volendolo.
Ma la nostra vita ci dice che non è così, non tutto ciò che si desidera compiere è per ciò stesso possibile. Esiste la fatica, il dolore, la rinuncia, la sconfitta. È la nostra umanità. Non siamo “illimitati”, ma pieni di risorse dentro gli argini della vita. Saperli riconoscere, ecco la condizione per “vincere”.

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