Friuli 1976, il miracolo nato dalle macerie

L'anniversario del terremoto del 6 maggio di cinquanta anni fa è l'occasione per ricordare tanti fatti che hanno permesso la risurrezione di un territorio: dall'impegno dei volontari al ruolo degli obiettori di coscienza e della Caritas fino alla nascita della Protezione Civile
May 6, 2026
Friuli 1976, il miracolo nato dalle macerie
Edifici distrutti dal terremoto del 6 maggio 1976 in Friuli Venezia Giulia/ ANSA
Il Friuli non dimentica. La frase simbolo della gratitudine dei friulani per chi venne ad aiutarli sin dalle ore successive al terremoto del 6 maggio 1976 venne scritta sulle macerie di una casa crollata. Ed è stata rispolverata non solo per essere stampata sulle magliette dei volontari degli eventi commemorativi, ma perché rappresenta ancora dopo mezzo secolo i sentimenti di questa terra. Perlomeno di chi visse quei 59 interminabili secondi della scossa che 50 anni fa devastò la fascia delle colline a nord di Udine portandosi via quasi mille vite. Ma la frase non ricorda solo la grande ondata di solidarietà che aveva portato migliaia di volontari da tutta Italia ad aiutare la popolazione in ginocchio. Significa anche memoria del dolore eterno di chi ha perso sotto le macerie genitori, mogli o mariti, figli, fratellini e sorelline, compagni di scuola e d’infanzia. Mezzo secolo dopo le cicatrici fanno ancora soffrire le famiglie. Solidarietà e dolore danno il senso delle celebrazioni religiose con la Messa di domenica scorsa e civili con il presidente Mattarella e la premier Meloni nella caserma Goi Pantanali di Gemona, uno dei luoghi simbolo del terremoto. Mancano all’appello ormai molti protagonisti di quei giorni tragici. Eppure il senso della memoria e della trasmissione di quella esperienza è ricordare ai “fruts”, i figli in una bellissima espressione friulana, che 50 anni fa dalla morte e dalla distruzione nacquero novità importanti, come ha ricordato il Cardinale Zuppi nella Messa di domenica pomeriggio. Valori come la solidarietà salvarono le comunità insieme a tre innovazioni.
La prima fu quella dell’allora vescovo di Udine Alfredo Battisti, che tracciò lo schema della ricostruzione “invertendo” le priorità: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Perché se si fossero perse le attività lavorative questa terra di emigranti si sarebbe spopolata. E senza il lavoro non sarebbero state ricostruite case più solide accelerando il ritorno a una vita normale delle famiglie. E infine le chiese, centro della comunità, che vennero ricostruite con pazienza e passione come testimoniano le 12 mila pietre recuperate e numerate una ad una con le quali si riedificò il duomo di Venzone. La seconda intuizione venne a don Giovanni Nervo, il prete padovano per cui è stata avviata la causa di beatificazione e che aveva fondato nel 1971 la Caritas italiana su indicazione di san Paolo VI. In Friuli perfezionò il metodo dei gemellaggi ancor oggi usati tra diocesi e parrocchie che hanno creato legami personali e comunitari indistruttibili. Tanto che, come ha ricordato domenica il presidente della Cei, non si distingueva tra chi aiutava e chi veniva aiutato. Inviando qui i volontari e i primi obiettori in servizio civile diede un forte impulso alla creazione delle Caritas diocesane. L’ultima innovazione, non meno preziosa, la ebbe Giuseppe Zamberletti che per il Friuli diede corpo alla Protezione Civile, la cui azione efficace si è poi perfezionata sul campo fino ai livelli odierni. Oggi la domanda spontanea è se l’Italia, davanti a un’emergenza simile, sarebbe ancora capace di rispondere con la stessa solidarietà. Probabilmente sì, ne saremmo capaci non solo grazie all’organizzazione della macchina della protezione civile, ma anche con il contributo di cuore delle generazioni più giovani. Certo, oggi ci sono molti più impedimenti burocratici, come si vede nei ritardi della ricostruzione in centro Italia. E forse sarebbe più difficile tenere unite le piccole comunità in un Paese anziano che si spopola. Oggi poi occorre fare di più sulla prevenzione, curando il territorio e il creato proteggendoli dal consumo di suolo e dall’abusivismo. Non ci sono solo i terremoti, l’Italia è sempre più fragile per le alluvioni e le frane dovute all’abbandono e all’incuria . E questa coscienza ambientale che sta crescendo si è comunque formata anche in quei giorni.
Alle nove di stasera quando i comuni del Friuli ricorderanno i loro morti, faranno memoria della risurrezione di questa terra.

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