Se la paura diventa un business, ai mercati la pace non conviene più
La costruzione di un ordine mondiale fondato sul continuo bisogno di protezione genera immense opportunità di guadagno. E così l’instabilità si trasforma in capitale

L’insicurezza diventa capitale quando non indica più una condizione da superare, ma l’aspettativa di un rendimento economico. Finché la paura resta una ferita collettiva, la politica può provare a curarla. Quando invece diventa mercato, cambia natura. Non chiede più protezione, ma investimenti e contratti. È questo il secondo volto della monarchia della paura. Il primo, come abbiamo visto nella prima puntata della serie, riguardava la costruzione di un ordine mondiale incapace ormai di pensarsi in pace. Il secondo riguarda il modo in cui quell’ordine diventa economicamente produttivo e per questo non può più essere messo in discussione. La paura non resta ai margini dell’economia, ma diventa una delle sue risorse principali. La garanzia della sicurezza geopolitica, che per molto tempo abbiamo pensato come bene comune, oggi è diventata una sorta di processo asintotico. Una condizione mai raggiunta. Una soglia approssimabile ma mai raggiungibile.
La novità, oggi, è che questa emergenza ormai normalizzata non produce più soltanto ansia collettiva, ma opportunità economiche su una scala mai vista prima. Non stiamo affermando che le minacce non siano reali. Il mondo è davvero attraversato da guerre, aggressioni neo-imperiali, terrorismo, cyberattacchi e da una nuova stabilità cronica delle catene globali del valore. Ma proprio perché le minacce esistono, il modo in cui vengono interpretate e trasformate in decisioni diventa decisivo. Quando attorno alla minaccia si consolidano capitali, profitti e narrazioni politiche, allora la sua permanenza diventa funzionale. Non occorre desiderare il disastro. Basta che la sua possibilità continui ad essere presente, per essere produttiva.
Qui si apre il passaggio decisivo. La paura produce domanda di sicurezza, non è una novità. Ma oggi quella domanda viene organizzata dentro un circuito economico più sofisticato, nel quale la minaccia futura diventa valore presente. Non si guadagna più soltanto vendendo armi per le guerre in corso. Si guadagna rendendo credibile, misurabile e, quindi, finanziabile la possibilità di guerre future. Il capitalismo dell’insicurezza non monetizza soltanto la guerra. Monetizza la sua permanente possibilità. È così che il tradizionale complesso militare-industriale cambia pelle. Non scompaiono certo i grandi appaltatori e le commesse pluriennali. Ma ad essi si affianca un ecosistema più agile, figlio della Silicon Valley. Sono le nuove start-up della difesa, fondi di venture capital, le piattaforme di intelligenza artificiale. Perché la sicurezza oggi non è più soltanto una faccenda di arsenali. È una questione di architetture informative.
Il meccanismo economico è semplice. Gli Stati aumentano la spesa, lanciano programmi di innovazione, aprono bandi e garantiscono, così, una domanda futura costante. In questo modo il rischio per il capitale privato si riduce. Il venture capital scopre nella difesa hi-tech un mercato ideale fatto di domanda pubblica crescente, urgenza politica e barriere all’entrata che garantiscono posizioni di mercato dominanti, oligopoli, quando non veri e propri monopoli. Situazioni dalle quali il settore pubblico diventa dipendente. Basti pensare all’ambizione spaziale americana e alla sua dipendenza da SpaceX di Elon Musk. Anche apparati europei, compresi quelli italiani, si muovono dentro un mercato globale della sorveglianza nel quale capacità un tempo riservate agli Stati vengono acquistate da imprese private, spesso nate all’ombra di ecosistemi militari e di intelligence. Il caso Paragon, con i contratti attivati da Aisi e Aise e poi sospesi dopo le polemiche pubbliche, mostra fino a che punto la sicurezza nazionale possa dipendere da infrastrutture tecnologiche proprietarie prodotte altrove. Qui la questione non è solo chi viene spiato, ma chi fornisce gli strumenti per spiare. La minaccia, dunque, produce spesa pubblica. La spesa pubblica riduce il rischio privato. Il rischio ridotto attira il capitale finanziario che va a finanziare imprese che per continuare a crescere hanno bisogno che la minaccia resti visibile e permanente.
La vecchia industria militare vendeva capacità una distruttiva fatta di aerei, missili e carri armati. La nuova industria militare-tecnologica vende la capacità di vedere prima, sapere prima, decidere e colpire prima. Per questo il lessico della difesa contemporanea assomiglia sempre più a quello dei mercati digitali. La guerra tende a essere rappresentata come un problema di gestione dell’informazione. Ma questa trasformazione sposta il centro della sicurezza dal giudizio democratico alla capacità computazionale. Società come Palantir, Anduril, Helsing e simili portano dentro la difesa la logica delle piattaforme digitali. Una volta che una piattaforma entra nell’architettura pubblica della sicurezza, contribuisce a definire ciò che viene visto, ignorato, classificato come rischio e trattato come priorità. Come i social che frequentiamo ogni giorno, finiscono per costruire una nuova percezione della realtà.
Qui la causalità circolare diventa più profonda. Non solo l’insicurezza genera domanda di tecnologia militare. È la tecnologia militare, organizzando il mondo come insieme di segnali, anomalie e minacce potenziali, a produrre il tipo di mondo per il quale la risposta militare appare indispensabile. Se tutto viene letto come rischio, tutto richiede protezione. Se ogni protezione rivela nuove vulnerabilità e ogni vulnerabilità diventa opportunità economica, l’insicurezza smette di essere un incidente della storia e diventa una forma di accumulazione. È qui che emerge il pericolo vero per le nostre democrazie. Perché ciò che viene presentato come gestione tecnica del rischio riguarda in realtà il modo in cui una comunità decide che cosa temere, quanto spendere, quali libertà comprimere, quali priorità darsi. E ogni volta che la sicurezza viene descritta come necessità, la politica tende ad arretrare. Non ci si chiede più quale società vogliamo essere, ma quale rischio dobbiamo neutralizzare. Così il dissenso appare come lentezza, la deliberazione come ostacolo, la ricerca della pace come una forma di debolezza.
Naturalmente una democrazia ha il dovere di proteggersi. Ma proprio perché la sicurezza è necessaria, dobbiamo fare di tutto per sottrarla alla sua trasformazione in business. La monarchia della paura non governa soltanto terrorizzando. Governa rendendoci dipendenti. Ci convince che il futuro sia abitabile solo se costantemente anticipato, che la libertà sia una variabile residuale, che la fiducia sia troppo fragile per reggere il peso della storia. Se l’insicurezza viene percepita come cronica, la pace rischia di apparire come una cattiva notizia per i mercati. Ed è forse questo il segnale più inquietante del nostro tempo. Non che abbiamo paura, ma che stiamo costruendo un’economia capace di prosperare solo finché quella paura resta viva.
(2 - continua)
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