Art Bonus e formazione artistica: le scelte che ridisegnano il sistema
Dalle liberalità al coinvolgimento dei cittadini, fino alla riforma delle Accademie: ecco le scelte che possono dare un nuovo assetto alla cultura italiana

Mentre polemiche tra il surreale e il patetico grondano e avviliscono a riguardo di giurie, incarichi, premi e finanziamenti e ottengono le pagine dei giornali e i servizi dei media (a volte con rara mancanza di rispetto verso gli artisti come quella riservata a Beatrice Venezi, o delle Istituzioni come nel caso della Biennale che su presunte idee di libertà si è infine “incartata”) ci sono due cose importantissime che riguardano il mondo culturale e artistico italiano che rischiano di passare inosservate. E che invece possono determinare molte cose nel futuro. Su una di queste accende un faro una iniziativa “bipartisan” che oggi si annuncia alla Camera dei Deputati con un convegno in cui oltre al Ministro Giuli e al Vice-Presidente della Camera Mulé si radunano alcuni deputati e senatori di diversi partiti su iniziativa dell’on. Lupi: da Mollicone a Merola, da Osnato a Centemero, in compagnia di alcuni “mecenati”, come Cucinelli, Fürstenberg e Odescalchi. Si parla della proposta d’allargamento del campo di azione previsto per l’Art Bonus.
Nato nel 2014 tale istituto ha permesso forme di liberalità da parte di imprese, enti e soggetti privati, anche di singoli, a favore di una platea di soggetti culturali. Molti soldi sono stati così trovati e impiegati per sostenere istituzioni culturali: biblioteche, teatri, musei, restauri, mostrando un virtuoso rapporto tra privato e pubblico. Ora, il drappello riunito oggi alla Camera appoggia una legge che allarghi la platea di enti riceventi. Buona cosa anche se a mio avviso ci si muove sempre nel solco di una idea di “mecenatismo” piccolo o grande, fenomeno che non a caso prende il nome da un finanziatore che agiva in età imperiale romana. Noi invece saremmo in democrazia, quindi sarebbe meglio, proseguendo sulla strada dell’Art Bonus ma con più coraggio, far diventare tale intervento non una “liberalità” da parte di chi poco o (più spesso) tanto se la può permettere, bensì un contributo diretto e libero dei cittadini (tutti) attraverso l’orientamento del proprio gettito fiscale a iniziative o aree culturali. Sarebbe interessante, e finalmente liberante per la cultura così da e evitare finanziamenti minchioni e polemiche sterili, dare la possibilità ai cittadini di orientare la parte di fiscalità a sostegno della cultura – come già fanno e con consapevolezza con il loro 8x1000 e 5x1000 fiscale per enti religiosi e sociali. Insomma uscire dalla logica della “liberalità signorile” e entrare in quella indicata dalla Costituzione, all’art. 9 dove si dice che la Repubblica sostiene la cultura. La Repubblica non è lo Stato, ma si fonda “sul lavoro” ovvero sui cittadini che lavorano e quindi sostengono in comune la cultura, non i ministeri e le burocrazie e i favoritismi.
Un altro processo di rilievo strategico è rappresentato dalla definizione, tuttora in corso, della riforma delle Accademie di belle arti, degli Istituti superiori di studi musicali (già Conservatori di musica) e degli Istituti superiori per le industrie artistiche (Isia). Si tratta di un percorso avviato da tempo e che oggi giunge a un passaggio decisivo della sua attuazione, non più rinviabile. Come indica Maria Ferraro in un contributo di taglio giuridico pubblicato su Ratio Iuris, il settore si caratterizza per una stratificazione normativa che oggi mostra limiti evidenti sul piano della coerenza complessiva. Da qui l’esigenza di un intervento di riordino che restituisca al sistema una architettura funzionale. E sarà bene, si dice da più parti, la reintroduzione di istituti come la chiamata per “chiara fama” che permetta ai giovani di incontrare in queste loro stanze a metà tra “botteghe d’arte” e formazione universitaria non solo bravi insegnanti ma anche bravi artisti. È proprio questa natura ibrida a costituire, al tempo stesso, la principale ricchezza e il nodo irrisolto del sistema. La sfida non è ricondurla forzatamente a modelli estranei, né appiattirla su schemi accademici, ma governarla attraverso regole adeguate, capaci di tenere insieme qualità artistica, rigore formativo e riconoscibilità internazionale dei titoli. È un compito importantissimo della politica italiana, e del futuro di ciò che siamo.
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