Zanardi, il rispetto oltre il rumore
Il tentativo maldestro di rubare un po’ di luce a un uomo che di luce ne emanava tanta, non deve far dimenticare chi come la moglie e il figlio di Alex ha vissuto ogni singolo giorno di una battaglia muta

C’è un parassitismo emotivo che si scatena puntuale ogni volta che un gigante se ne va. Non appena la notizia della morte di Alex Zanardi, sabato, ha iniziato a scorrere sui display, si è attivato quel riflesso condizionato che trasforma il cordoglio in un’esibizione di sé. Sulle bacheche social, tra un "RIP" di circostanza e un cuore spezzato, è andata in scena anche la fiera del “io c’ero”. Decine, centinaia di post carichi di un’aneddotica spicciola. Persone che hanno sentito l’irrefrenabile bisogno di farci sapere che sì, loro Alex lo hanno conosciuto. Che lui ha sorriso proprio a loro, che magari hanno scambiato “quelle due parole profonde” durante un evento pubblico di dieci anni fa in una patente d’amicizia perenne.
Il paradosso è che Zanardi era davvero l’uomo di tutti: la sua grandezza stava proprio in quella disponibilità infinita, in quel concedersi con una generosità che non faceva distinzioni tra un capo di Stato e un passante. Ma scambiare quella cortesia universale per un’amicizia esclusiva è in taluni un esercizio di narcisismo patologico. È il tentativo maldestro di rubare un po’ di luce a un uomo che di luce ne emanava tanta, per illuminare il proprio ego. In questo teatro dell’assurdo e di specchi deformanti, il morto diventa il pretesto, mentre il “postatore” diventa il protagonista. Nell’era social più che piangere Zanardi si celebra se stessi accanto e grazie a Zanardi. Ora, non mi interessa certo dire se, dove o come io lo abbia conosciuto. Non serve, appunto. Non interessa, e sporca. Appesantire il ricordo di un uomo di tale valore con il racconto dei "miei" incontri con lui sarebbe – oltre che inutile – un atto di arroganza distonico con la dignità che Alex ha insegnato al mondo. Perché c'è un limite invalicabile che separa la stima pubblica dall’intimità del dolore, e quel limite oggi viene calpestato da chi cerca un like sulla pelle di una leggenda.
Mentre i "leoni da tastiera" rispolverano vecchi selfie sgranati per rivendicare un pezzetto di quella gloria, c’è una realtà silenziosa e feroce che abbiamo forse ignorato per troppo tempo. Il lutto vero, quello che strappa la carne, appartiene solo a una cerchia ristrettissima: alla sua famiglia. Mentre noi scrivevamo post ispirazionali sulla sua resilienza, loro – la moglie, il figlio – hanno vissuto ogni singolo giorno di una battaglia muta. È Daniela, che nella notte più grave gli sussurrava di resistere. Sono loro che per anni hanno vegliato un corpo ferito, che hanno gestito i silenzi, le speranze tradite e una sofferenza che noi, spettatori distratti, possiamo solo vagamente immaginare. Chi lo ha conosciuto davvero, chi ne ha curato le piaghe e sostenuto il respiro, oggi tace nel buio di una stanza. Ma chi lo ha incrociato per dieci secondi a una fiera di settore, urla ai quattro venti il proprio dolore come se fosse un orfano della prima ora. Il pudore, in questi casi, è una forma di rispetto che alcuni sembrano aver dimenticato.
Sarebbe allora il caso di fare un passo indietro. Di far emergere l’uomo, l’atleta, l’esempio, senza pretendere di entrare nell’inquadratura. Alex Zanardi è stato davvero una figura capace di cambiare il modo in cui guardiamo la disabilità. Ha tolto l’uomo senza gambe dal recinto della pietà e lo ha riportato dentro lo sport, dentro la competizione, dentro la vita pubblica. Non come un’eccezione da applaudire con imbarazzo, ma come un atleta da battere e da temere. Non merita di essere ricordato come l’eroe perfetto, e nemmeno come l’immagine consolatoria del dolore che rende migliori. Ma come un uomo che ha attraversato il dramma senza consegnargli la precedenza, in pista come nella vita. Proprio per questo, Alex Zanardi non ha bisogno dei nostri aneddoti per restare nella storia.
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