Il "Progetto libertà" degli Usa nel Golfo Persico è vago e approssimativo: lo dicono i numeri
Il presidente Trump ha detto che gli Stati Uniti potranno guidare le navi dei Paesi amici bloccate a Hormuz fuori dallo Stretto. Ma un conto è avere semplici compiti di ricognizione, un altro avere compiti di scorta. Il punto su flotta, armi e uomini dislocati nell'area

Ha vaghezza di dettagli la pseudo-missione di scorta navale annunciata domenica dal presidente statunitense, Donald Trump, con fanfara altisonante: "Progetto libertà" è il suo epiteto. Libertà di navigazione e commercio nel Golfo Persico, supportata dal Comando centrale statunitense con 15mila uomini, 100 velivoli, fra jet imbarcati e basati a terra, droni e caccia lanciamissili. Un dispositivo navale imponente a stelle e strisce opera attualmente nel Mar arabico. Rientrato in patria il gruppo da battaglia della portaerei Gerald R. Ford, rimangono in teatro due super-portaerei, la Uss Abraham Lincoln e la Uss George H.W. Bush, con jet Super hornet ed F-35C, velivoli da guerra elettronica e da allerta precoce, convertiplani ed elicotteri. Ognuna delle portaerei è accompagnata da 2 cacciatorpediniere e da uno o due sommergibili d’attacco a propulsione nucleare. A ulteriore rinforzo, si trovano nell’area undici caccia lanciamissilistici, una nave da guerra per il combattimento litoraneo e tre unità anfibie del gruppo della Uss Tripoli, sorta di mini-portaerei, versatile, ospitante elementi del 31o marines e forze speciali. Sono prossimi all’arrivo pure due dragamine, distaccati dalla base americano-nipponica di Sasebo. Eredi delle pattuglie fluviali della guerra del Vietnam, innervano la panoplia della V flotta statunitense, acquartierata a Manama, in Barhein, due pacchetti di forze rivierasche, che offrono capacità protettive multiruolo, munite di mezzi prestanti e rapidi, portanti su distanze di 400 chilometri, spinti da motori veloci fino a 75 chilometri orari, abili a sciamare: uno degli antidoti alle centinaia di vedette e naviglio sottile della marina dei pasdaran iraniani.
Quelle unità battono aree specifiche, specie in zone di sbarco, esfiltrano o infiltrano forze d’élite, mostrando mitragliatrici, lanciafumogeni e lanciagranate. Servono anche da mini-basi per il comando e controllo, con tanto di radio, radar e sistemi di ricezione satellitare. Possono ricoprire anche compiti di ricognizione, non certo di scorta. «Abbiamo detto ai Paesi amici che hanno equipaggi bloccati a Hormuz che guideremo le loro navi in sicurezza, fuori da queste vie navigabili anguste, in modo che possano svolgere liberamente e agevolmente le loro attività» ha dichiarato Trump. Ventimila marinai sono attualmente imbottigliati su oltre 900 navi mercantili, stando ai dati del 29 aprile della società di intelligence marittima AXSMarine. A fine febbraio, a inizio ostilità, erano oltre 1.100 le navi ingabbiate, in una crisi che l’organizzazione marittima internazionale ha definito “senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale”, complice un traffico precipitato sotto il 10% dei valori prebellici. Richard Meade, direttore della compagnia britannica Lloyd's List, ha ammonito che, pur riaprendo Hormuz immediatamente, occorrerebbe attendere settembre per una normalizzazione dei flussi.
Oggi come oggi più di sessanta superpetroliere attendono respiro, ostaggio della guerra asimmetrica iraniana in mare, che ha fatto una decina di vittime e diversi feriti. Un ultimo attacco, fortunatamente incruento, è avvenuto domenica, 78 miglia a nord del megaporto di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti: «Una petroliera ha segnalato di essere stata colpita da proiettili non identificati» ha dichiarato l'Ukmto (United Kingdom Maritime Trade Operations), che ha invitato le navi a transitare nella regione “con prudenza”. Prima di allora 34 natanti avevano subito danni o rischiato incidenti. Fiducioso, l'ammiraglio Brad Cooper, numero uno del Comando centrale americano, ha asserito: “il nostro sostegno a questa missione difensiva è essenziale per la sicurezza regionale e per l'economia globale, in quanto manteniamo anche il blocco navale”. Gli americani non faranno tuttavia scorte vere e proprie ai mercantili: forniranno invece informazioni sulle rotte marittime più fruibili, in particolare sulle acque sgombre da mine iraniane. Scrive il portale Axios che le navi da guerra statunitensi saranno “nelle vicinanze”, pronte a intervenire in caso di attacco. La missione Progetto libertà è stata concepita come cellula di coordinamento fra Paesi, compagnie assicurative e organizzazioni di navigazione, con un “maritime freedom construct” o Meccanismo di libertà marittima che avrà sede a Washington e fungerà da servizio di consulenza per la sicurezza navale, fornendo informazioni in tempo reale, coordinando partner e industria del trasporto marittimo e armonizzando gli strumenti di pressione economica sull’Iran. Ineludibile sarà l’eventuale coordinamento con l’iniziativa franco-britannica, pacifica, difensiva e postbellica, federante una cinquantina di paesi in una missione navale in fieri, per ora sulla carta ed avida di dettagli. Diplomatici e armatori europei hanno ammonito tuttavia che, mancando le scorte ai mercantili, è inverosimile che una cellula di coordinamento possa cambiare significativamente la situazione nello stretto.
Dura la replica a Trump del comando unificato delle forze armate iraniane, che ha intimato alle forze statunitensi di tenersi alla larga dallo Stretto e a mercantili e a petroliere di evitare spostamenti elusivi del coordinamento con l'esercito iraniano. Ali Abdollahi, numero uno del Comando, ha ribadito che qualsiasi forza armata straniera, in primis «l'aggressivo esercito statunitense, sarà attaccata se solo si avvicinerà allo Stretto». Per Ebrahim Azizi, funzionario iraniano, qualsiasi ingerenza statunitense sarà considerata una violazione del cessate il fuoco. Tuona l’Iran, strutturatosi militarmente per negare il dominio assoluto dei mari a talassocrazie come la statunitense, puntando a interdire i commerci e rispolverando le pratiche dei barchini dei pasdaran, in voga nel triennio 1985-1988. Detta ancora condizioni l’Iran, padrone dello snodo marittimo per antonomasia del traffico mondiale di idrocarburi (25%): pur perse 16 navi posamine, possiede ancora centinaia di motoscafi e midjet, sommergibili tascabili e naviglio minore, da due-tre mine a sortita, complici pure uomini rana e mezzi costieri preposizionati. Può complicare la vita al "Progetto libertà" Teheran, creando altre zone di esclusione con mine, una dozzina delle quali posate a marzo, mere carene di navi e attacchi mordi e fuggi, con vedette e motoscafi, concepiti per sgusciare veloci, insinuarsi, dissimulare e colpire le navi mercantili, attaccandole da ogni direzione. Ne avrebbe ancora centinaia, alcuni dei quali lanciatori di missili e siluri, cui si sommano catamarani e trimarani armati. Senza dimenticare i missili antinave, quelli terra-terra e i droni, 60% dei quali ancora integri. La pluriarma in pugno all’Iran contro le linee di comunicazione e commerciali nemiche.
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