Nei deserti la Russia scopre i limiti del conflitto per procura

Mosca ha trasformato la ex "Wagner" in una struttura militare che protegge i regimi amici. Paga, però, lo scotto di assenza di legami con la società locale
May 3, 2026
Due militari nella base militare di Kati in mezzo al deserto: un camion arriva
Militari del Mali nella base di Kati/ Reuters
È la nuova faccia dell’intervento russo nel Sahel. Non più soltanto mercenari con insegne ambigue, come ai tempi del Wagner Group di Evgenij Prigozhin, lo “chef di Putin” morto in un incidente aereo mai chiarito dopo avere sfidato il suo padrone sul terreno della guerra in Ucraina. Ora si chiama Africa Corps, una struttura riconducibile più direttamente al ministero della Difesa di Mosca, incaricata di proteggere le giunte amiche, addestrare gli eserciti locali e presidiare interessi strategici.
In Mali, dove la Francia è stata espulsa e la missione Onu ha lasciato il terreno, i russi erano diventati il pilastro esterno del regime militare del generale Assimi Goïta. Fonti di intelligence internazionale e osservatori sul posto parlano di una guarnigione stimata tra 2.000 e 2.500 uomini. Il ritiro formale di Wagner nel 2025 e la riorganizzazione sotto Africa Corps hanno ridisegnato il dispositivo russo; non risultano però conferme pubbliche solide sul richiamo di centinaia di uomini verso il Donbass. L’assestamento del dispositivo russo è stato sfruttato dalla convergenza tattica tra jihadisti qaedisti e ribelli tuareg-separatisti, che hanno colpito avamposti militari, nodi logistici e città simbolo della presenza statale nel Nord.
Anche i mezzi dispiegati da Mosca raccontano il salto di qualità rispetto al passato. Nei primi cinque mesi del 2025 tre grandi convogli militari russi sono arrivati a Bamako con camion, carri, blindati e imbarcazioni. La rotta passerebbe dal porto di Conakry, in Guinea, diventato uno snodo logistico per rifornire il Mali. La dotazione non è solo da controguerriglia: mezzi corazzati, artiglieria, apparati di guerra elettronica, trasporti, basi e supporto aereo. È il dispositivo di una potenza che non vuole soltanto combattere i jihadisti, ma mettere radici nella sabbia del Sahel.
Tuttavia il punto debole del dispositivo russo non è solo militare. È politico. Africa Corps può portare armi, blindati, elicotteri, istruttori e copertura aerea. Può rafforzare una caserma, scortare un convoglio, presidiare un nodo minerario o una pista di rifornimento. Non può però ricostruire il patto spezzato tra Bamako e le periferie del Nord e del Centro. In quelle regioni il potere non si misura più sulla carta geografica, ma sulla capacità di controllare un guado, un deposito di carburante, una miniera artigianale, un mercato settimanale, un posto di blocco. È lì che jihadisti, separatisti e trafficanti raccolgono tasse, comprano fedeltà, puniscono i villaggi sospettati di collaborare con il nemico.
La presenza russa protegge la giunta, ma non restituisce sicurezza ai civili. Anzi, in molte aree trasforma le comunità in bersagli doppi: sospettate dai militari quando restano, minacciate dai gruppi armati quando fuggono. Per questo il Mali è diventato il banco di prova più duro della proiezione russa in Africa: vincere una battaglia non significa governare il territorio.
Se francesi e americani non sono riusciti ad attecchire, neanche per i russi sarà una passeggiata. Tinzaouaten, nel luglio 2024, fu la prima grande ferita: un’imboscata contro Wagner e l’esercito maliano segnò uno dei più pesanti rovesci russi nel continente africano. Quella battaglia ebbe anche un seguito diplomatico e propagandistico. Secondo Mosca e Bamako, i ribelli avrebbero beneficiato di sostegno esterno, anche ucraino. Kiev nega e respinge le accuse di forniture dirette. La guerra fra Russia e Ucraina, così, ha proiettato la propria ombra anche nel Sahel, dove ogni rotta logistica, ogni avamposto e ogni alleanza locale possono diventare un fronte indiretto.
Poi è arrivata Kidal. La città simbolo del Nord Mali, riconquistata nel 2023 con l’appoggio russo, è tornata nei giorni scorsi al centro dell’offensiva di jihadisti e separatisti. Africa Corps ha confermato il ritiro da Kidal dopo combattimenti intensi, sostenendo che la decisione sarebbe stata presa d’intesa con la leadership maliana. Nel frattempo, gli insorti hanno rivendicato nuove prese di territorio e gli jihadisti (Jnim) hanno spinto la pressione sulle strade attorno a Bamako, trasformando il controllo delle vie d’accesso alla capitale in una leva politica e militare.
Il Cremlino nega qualunque arretramento strategico. «La Russia continuerà, anche in Mali, a combattere estremismo e terrorismo», ha detto il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, assicurando il sostegno alla giunta. Ma la frase suona come una dichiarazione difensiva. Africa Corps nasce per dimostrare che Mosca può sostituire l’Occidente. In Mali, invece, mostra il limite dell’intervento russo: può proteggere un regime, armare un esercito, difendere interessi minerari e corridoi logistici. Ma non riesce ancora a tenere insieme un Paese che si sfalda.

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