Il lavoro giusto. Non solo il salario giusto
Il decreto Primo Maggio è un segnale utile ma non risolutivo. Perché un impiego non è solo lo scambio tempo-denaro. Oltre alla paga equa, serve restituire senso all’attività, tra diritti, qualità organizzativa e partecipazione collettiva

Il Consiglio dei Ministri ha scelto di arrivare al Primo Maggio con un atto concreto. Il decreto approvato il 28 aprile introduce disposizioni urgenti in materia di salario giusto, incentivi all'occupazione e contrasto del caporalato digitale, stanziando circa 934 milioni di euro per rafforzare la dignità dei lavoratori e promuovere l'occupazione stabile di giovani e donne. È un segnale importante, e va riconosciuto come tale. Il provvedimento non introduce un salario minimo legale, ma rafforza il principio del salario giusto ancorandolo ai contratti collettivi nazionali più rappresentativi, che diventano riferimento obbligato anche per accedere agli incentivi pubblici. In sintesi: chi sottoscrive contratti pirata e chi sottopaga i lavoratori non avrà diritto a incentivi pubblici sul lavoro. È una scelta di campo a favore della contrattazione collettiva di qualità, un argine al dumping e un presidio di legalità economica.
Leggere i dati sul lavoro richiede però uno sguardo ampio capace di sostenere le complessità e le ambivalenze. Da un lato, il tasso di disoccupazione è sceso al 5,1%, minimi storici, con oltre 24 milioni di occupati: una stagione di crescita quantitativa che merita riconoscimento. Dall'altro, persistono carenze strutturali profonde che i numeri aggregati tendono a nascondere: il tasso di occupazione italiano resta strutturalmente distante dalla media europea, con forti divari territoriali e un persistente deficit di occupazione femminile; e in Italia sono 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, con il fenomeno del lavoro povero che rende sempre più labile la differenza tra chi lavora e chi non lavora, specie nelle aree più fragili del Paese. Tenere insieme questi due sguardi non è esercizio di stile: è la condizione per agire sulle cause vere dei problemi, che non stanno solo nel mercato del lavoro ma nella trasformazione più profonda della società. Il decreto è dunque necessario, ma non sufficiente. La sua stessa insufficienza apre una domanda più profonda, che appartiene non solo al governo ma a tutti: che cosa vogliamo dire, oggi, quando parliamo di lavoro? Hannah Arendt, nella Vita Activa (1958), distingueva tre dimensioni del lavoro: il labour, legato alla sopravvivenza biologica; il work, la capacità di trasformare il mondo e di lasciare opere durature nel tempo; e l'action, la sfera della partecipazione pubblica, il luogo in cui l'essere umano si connette con la speranza collettiva. La crisi contemporanea del lavoro non è solo una crisi salariale. È, prima ancora, una crisi di significato: il rischio che il lavoro resti confinato alla dimensione del labour, puro scambio di tempo contro denaro, senza mai diventare work, e tanto meno action. Questa deriva non è casuale. Adam Smith fondò la ricchezza delle nazioni sul cittadino-lavoratore, sull'homo faber che contribuisce alla prosperità comune attraverso la propria attività produttiva. Oggi, come Pasolini aveva profeticamente intuito già negli anni Settanta, il modello dominante tende a sostituire quel soggetto con il cittadino-consumatore: definito più da ciò che acquista che da ciò che costruisce, più dalle preferenze di mercato che dai legami di comunità. Gli oligopoli digitali e la crescente finanziarizzazione dell'economia hanno accentuato questa trasformazione, svuotando il lavoro della sua valenza identitaria e relazionale.
Il salario giusto è la base, indispensabile, urgente, irrinunciabile, ma il lavoro giusto è qualcosa di più. È ciò che l’Ilo chiama decent work: sicuro nei diritti, dignitoso nella remunerazione, ma anche significativo nella sua dimensione umana. Un lavoro che può essere occasione di ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, fioritura, realizzazione piena della persona. Questa non è un'utopia: è la domanda concreta che si pone ogni organizzazione che voglia costruire contesti desiderabili, in cui le persone non siano esecutori di compiti ma co-autori di senso, in cui la leadership superi le logiche di controllo novecentesche per abbracciare la sfida degli obiettivi condivisi. Il Primo Maggio dovrebbe essere la festa di tutto questo. Non solo dei diritti tutelati, che vanno difesi con ogni strumento, ma del lavoro come opera, come contributo al mondo comune, come luogo in cui la vita fiorisce. Siamo tutti chiamati a questo cantiere: il governo con le politiche, le imprese con i modelli organizzativi, i sindacati con la contrattazione di nuova generazione, le comunità ed il terzo settore con la cura dei contesti. Nessuno può farlo da solo, ma qualcuno deve cominciare a dire ad alta voce che la posta in gioco è questa.
Direttore di AICCON - Università di Bologna
Direttore di AICCON - Università di Bologna
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