Produttività bassa e costi alti. Le retribuzioni restano al palo

Nel decreto Primo Maggio, tre scelte vanno nella direzione giusta: incentivi, inflazione e piattaforme. Ma bisogna fare di più per superare la stagnazione dei salari. Che "paga" costi dell’energia, inefficienze burocratiche e frammentazione del tessuto industriale
May 3, 2026
Produttività bassa e costi alti. Le retribuzioni restano al palo
/Foto Icp
La stagnazione dei salari nel mercato del lavoro italiano continua a essere uno dei nodi più difficili da sciogliere. I numeri sono noti ma vale la pena ricordarli: negli ultimi trent’anni i salari sono aumentati di oltre il 200% nei Paesi baltici, del 100% in Polonia, di circa il 40% nel Regno Unito e del 25% in Francia e Germania, mentre in Italia sono cresciuti appena dello 0,48%. Le cause sono molteplici e strutturali: bassa produttività, costo dell’energia, inefficienze burocratiche, struttura produttiva fatta di piccole imprese spesso non leader di filiera. A questo si aggiunge la pressione della globalizzazione, che comprime i salari dei lavoratori meno qualificati nei paesi ad alto reddito. In un contesto così complesso, nessuna misura isolata può essere risolutiva e chi promette soluzioni semplici rischia di alimentare illusioni. Il decreto lavoro del Primo Maggio si muove dunque inevitabilmente con interventi parziali. Ma al suo interno si possono individuare almeno tre scelte che vanno nella direzione giusta.
La prima riguarda il meccanismo che lega incentivi e agevolazioni pubbliche al rispetto dei minimi salariali contrattuali. È una scelta importante perché affronta il tema del lavoro povero evitando una scorciatoia rischiosa. L’imposizione generalizzata di un salario minimo legale, in un’economia aperta come la nostra, può infatti produrre effetti controintuitivi. Dove esiste la possibilità di delocalizzare, aumentare unilateralmente il costo del lavoro rischia di spingere le imprese a spostare produzione e occupazione altrove. Il meccanismo scelto dal governo è più sottile: non obbliga, ma condiziona. Le imprese restano libere, ma se vogliono beneficiare di risorse pubbliche devono rispettare standard minimi di dignità del lavoro. Si introduce così un incentivo coerente senza innescare automaticamente la trappola della delocalizzazione.
Il secondo elemento positivo riguarda il tentativo di proteggere i salari dall’inflazione, introducendo una forma di indicizzazione parziale nei contratti non rinnovati. Qui il riferimento storico è inevitabile. Negli anni Settanta la scala mobile garantiva una piena indicizzazione dei salari, contribuendo a rendere persistente l’inflazione attraverso la spirale prezzi-salari. La scelta attuale è molto diversa: si tratta di una indicizzazione limitata, temporanea e non automatica. È un equilibrio delicato ma corretto, perché da un lato evita che i lavoratori perdano completamente potere d’acquisto e dall’altro non reintroduce un meccanismo che destabilizza il sistema macroeconomico. È un esempio di politica economica che prova a imparare dagli errori del passato.
Il terzo punto riguarda il lavoro nelle piattaforme, in particolare i rider. Il decreto va nella direzione giusta, introducendo maggiore attenzione a tutele e trasparenza. Ma qui emerge anche il limite dell’intervento. Il settore della logistica dell’ultimo miglio è, per sua natura, non delocalizzabile: una consegna deve avvenire dove si trova il cliente e non può essere spostata altrove. Questo cambia radicalmente il quadro economico. Se non esiste la minaccia credibile della delocalizzazione, allora cadono molte delle obiezioni tradizionali al salario minimo. Non a caso, in altri contesti si è già intervenuti: a New York è stato introdotto un compenso minimo per i rider, in Spagna la Riders’ Law ha rafforzato il riconoscimento del lavoro subordinato, e nel Regno Unito la categoria intermedia di “worker” garantisce diritti minimi come ferie pagate e salario minimo. Proprio in questi settori – rider, logistica urbana, vigilanza – sarebbe possibile e sensato fare di più anche in Italia, introducendo un pavimento salariale minimo e rafforzando le tutele di base. Favorendo al contempo la concorrenza tra operatori per evitare che l’aumento di costi venga scaricato sui clienti. Non intervenire fino in fondo qui rischia di essere una occasione mancata. Perché se non riusciamo a garantire diritti minimi in un settore che non può spostarsi altrove, il problema non è economico. È politico e culturale.
Il decreto del primo maggio non è la soluzione ai problemi del lavoro italiano e non potrebbe esserlo. Ma contiene segnali importanti: un uso più intelligente degli incentivi pubblici, una protezione dei salari che evita gli errori del passato e un primo intervento sull’economia delle piattaforme. Sono passi nella direzione giusta, ma ancora insufficienti. La vera sfida resta più ampia e riguarda la capacità di aumentare la produttività, migliorare il posizionamento delle imprese nelle filiere e rafforzare la qualità del lavoro. E, come sempre, non riguarda solo lo Stato. Il mercato non è un’entità astratta: è fatto dalle nostre scelte. Il voto col portafoglio, cioè premiare le imprese che rispettano il lavoro, resta una leva potente e ancora troppo poco utilizzata. Perché, alla fine, non solo la storia, ma anche il mercato siamo noi.

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