Francesco Marcone, il delitto vergogna di Stato che è diventato un docufilm

Sta girando università, scuole, caserme e spazi pubblici “Il sangue mai lavato” di Luciano Toriello sull’omicidio a Foggia nel 1995 del direttore dell’Ufficio del Registro. La testimonianza della figlia Daniela, vicepresidente di Libera, che col fratello Paolo denuncia: «L’assenza di verità incide sul tessuto civile, incrina la fiducia e la memoria»
May 1, 2026
Il direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone, assieme ai figli Daniela e Paolo nella foto di famiglia scelta come copertina per il docufilm che racconta la storia del suo omicidio
Il direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone, assieme ai figli Daniela e Paolo nella foto di famiglia scelta come copertina per il docufilm che racconta la storia del suo omicidio
Alcune macchie sono impossibili da lavare. Quelle di sangue, e di sangue innocente, più di tutte. La storia del nostro Paese ne è costellata come una trama carsica che riaffiora, e riaffiora, continuando a interrogare la coscienza civile prima ancora di quella giudiziaria. Alcune vicende non si chiudono: non mancano i fatti o le prove (finanche le prove giudiziarie), affatto. Quello che manca è una parola definitiva di verità, capace di curare le ferite. È dentro questa ferita ancora aperta che scava Il sangue mai lavato, il documentario di Luciano Toriello dedicato alla storia di Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, ucciso la sera del 31 marzo 1995 nell’androne del palazzo in cui abitava. Due colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata. E tutt’intorno vite spezzate: quella della moglie, dei figli Daniela e Paolo Marcone, della sorella Maria, dei colleghi, degli amici, di una città intera.
La traiettoria narrativa del film si muove lungo un doppio registro: l’indagine civile su un omicidio rimasto senza giustizia definitiva e la ricostruzione intima di una figura che, nel suo ruolo pubblico, incarnava un’idea rigorosa e non negoziabile dello Stato. Marcone era un funzionario integerrimo, impegnato in un lavoro delicato di controllo e contrasto a irregolarità fiscali e patrimoniali (quello che al tempo era l’Ufficio del Registro oggi è diventato l’Agenzia delle Entrate), in un territorio attraversato da interessi opachi e stratificazioni di potere. Nei giorni precedenti all’omicidio aveva presentato esposti circostanziati su anomalie amministrative. Poi l’epilogo tragico, inatteso, nel cuore di una città che la parola mafia fino a quel momento faticava persino a pronunciare. Di lì in avanti il dipanarsi di una vicenda processuale complessa e discontinua: indagini che si intrecciano, piste che si affievoliscono, procedimenti che si arenano. Emergono sospetti, si delineano scenari, resta costantemente assente una risposta da parte della giustizia capace di ricomporre il quadro. Il caso Marcone continua a rappresentare uno dei nodi irrisolti della storia repubblicana recente.
La forza del documentario – che è stato presentato in anteprima un anno fa al Bif&st di Bari e in 12 mesi è stato richiesto e proiettato in oltre 60 eventi in tutta Italia, attraversando caserme, uffici pubblici, università e scuole – risiede anche nella sua costruzione formale. Toriello attinge a un vasto patrimonio di materiali d’archivio – dalle teche Rai agli archivi privati della famiglia, fino ai documenti raccolti da Libera – restituendo il clima di un’epoca in cui il dibattito pubblico si consumava nei teatri cittadini, trasformati in vere e proprie agorà televisive. Riemerge la stagione dei talk show condotti da Michele Santoro, in particolare Samarcanda, che negli anni Novanta portava nelle piazze un confronto serrato tra politica, società civile e cultura. In quelle serate foggiane si alternavano figure pubbliche, attori, intellettuali – tra cui Michele Placido, tanto per fare un nome noto – contribuendo a fare della vicenda Marcone un caso nazionale, almeno per una stagione. L’uso di questi materiali non si esaurisce in una funzione illustrativa: diventa un dispositivo critico, capace di mostrare come la memoria pubblica si sia formata, stratificata e in parte confusa, persino dispersa.
Il cuore emotivo della storia è affidato alla testimonianza di Daniela Marcone, che negli anni ha trasformato il dolore privato in un impegno pubblico coerente, diventando una figura di riferimento nell’educazione alla legalità, anche all’interno della rete di Libera guidata da don Luigi Ciotti, di cui è vicepresidente. Il suo racconto, come emerge anche in recenti interviste (Avvenire l’ha inserita tra i volti della campagna Donne per la pace 2024), rifugge ogni tentazione vittimistica. Si struttura come un itinerario di consapevolezza: ricostruire la vita del padre prima ancora della sua morte, restituirne la densità umana, sottrarlo alla riduzione a “caso giudiziario”. E superare l’odio e la rabbia «che dopo quella sera, quando rientrai a casa e capii subito dal colore dei calzini del corpo steso sulle scale di casa che mio padre era stato ucciso – racconta spesso nel corso delle sue testimonianze – avrebbe potuto inghiottirmi e distruggermi per sempre». In questo percorso un ruolo decisivo è stato svolto dal fratello Paolo e dalla zia Maria, tra le prime a comprendere l’urgenza di una mobilitazione pubblica. La lettera scritta dalla donna e affissa sui muri della città – un gesto coraggioso in un contesto cittadino segnato anche da una mentalità ancora fortemente patriarcale – segna l’inizio di una presa di parola collettiva. Attorno alla famiglia nasce il Comitato Marcone, composto in larga parte proprio da donne foggiane che scelgono di non lasciare cadere la vicenda nel silenzio. E il documentario mette in luce proprio questa dimensione inedita della storia: una custodia della memoria che per la prima volta, dal basso, si fa azione civile.
Nel film trova spazio anche la figura dell’allora vescovo di Foggia, Giuseppe Casale, che assume fin da subito una posizione limpida, chiedendo verità e giustizia. La sua voce contribuisce a delineare un quadro in cui la dimensione ecclesiale entra nel dibattito pubblico come coscienza critica del territorio: qualcosa a cui il passato tormentato del nostro Sud ci ha abituato, dalla Puglia fino alla Sicilia. Accanto a essa emerge il lavoro di chi, sul piano giornalistico, ha cercato di illuminare le zone d’ombra: tra questi Giovanni Dello Iacovo, che segue il caso in prima persona, ricostruendo passaggi investigativi e contesti spesso trascurati. Una presenza, la sua, che restituisce un’idea esigente e troppo spesso rimossa di giornalismo d’inchiesta, capace (non importa a quale costo, anche rispetto alla propria incolumità) di opporsi alla logica dell’omertà e del silenzio davanti all’ingiustizia. Quel sangue mai lavato d’altronde non è soltanto quello rimasto sugli occhiali di Francesco Marcone che sono stati ritrovati anni dopo dalla figlia: è il sangue di una città che non ha ancora sciolto il nodo della propria storia, che convive con una ferita non rimarginata e che oggi, dopo aver riconosciuto d’essere permeata dai tentacoli della cosiddetta “società foggiana”, fa i conti con violenze e omicidi sempre più frequenti. «L’assenza di verità incide sul tessuto civile, ne altera la fiducia, ne incrina la memoria» spiegano Daniela e suo fratello Paolo. Senza giustizia il ricordo si riduce a commemorazione; quando resta vivo, diventa domanda politica. Che cosa resta, dello Stato, quando non riesce a fare piena luce su chi lo ha servito?

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